12 anni schiavo: recensione. Candidato a 9 Oscar

di 20.02.2014 19:45 CET
12 anni schiavo
Chiwetel Ejiofor protagonista di "12 anni schiavo" in Italia dal 20 febbraio. Bim Distribuzione

E tutto a un tratto da uomo libero si ritrovò schiavo. È la storia si Solomon Northup in 12 anni schiavo stimato musicista che un giorno si risveglia in catene per essere venduto come schiavo, forza sfruttata dalla disumanizzazione nel campi di cotone.  Un' odissea del male in cui ci porta Steve McQueen uno dei più validi registi di inizio secolo.

Candidato a 9 premi Oscar e vincitore già del Golden Globe come miglior film drammatico e dell'oscar inglese BAFTA, 12 anni schiavo completa e continua un discorso cominciato dal cinema americano l'anno scorso e passante per gli Oscar. Lincoln di Spielberg, Django Unchained di Tarantino e ora 12 anni schiavo affrontano in toni, registri e sguardi diametralmente opposti il tema della Schiavitu negli Stati Uniti d'America. Se dovessimo farne un accostamento, senza l'obbligo di paragoni, potremmo dire che 12 anni schiavo è quello che porta più all'immedesimazione con tanta forza estetica.

Rispetto a questi due film, 12 anni schiavo è un film senza genere, certo si potrebbe dire che è un film biografico, drammatico, non si sbaglierebbe ma c'è un elemento di universalismo che forse spicca di più. Alexander McQueen riesce in un'operazione complicata: fare un film molto rarefatto, in tempi, modi e  suoni che riesce anche ad essere immediato. Non sempre il lavoro di fino sullo stile e sulla forma riesce a conciliare l'esigenza di immedesimarsi col personaggio.

Durante la visione, noi siamo Solomon il regista ci mette nella posizione di condividere il suo smarrimento e il suo dolore senza fare nessuno sconto. McQueen lavora ancora sulla violenza corporea che diventa soprattutto mentale, psicologica. Tutto canalizzato in un gioco di sguardi che culmina nell'inquadratura più bella del film, un primo piano di Northup (il bravo Chiwetel Ejiofor) che non si può non notare. Questa grandissima regia, precisa, silenziosa e che incamera tanta luce su sequenze spesso da horror corona film che da un punto di visto cinematografico è ineccepibile ma farà scontare qualche problema sul racconto, molto diluito, lento, talvolta prevedibile ma comunque fecondo. Il nuovo aspetto che McQueen sottolinea sulla schiavitù è l'atrocità di come certi fenomeni possano accadere perché volute dagli uomini contro altri uomini.

Dalle splendide e atroci sequenze di McQueen in 12 anni schiavo, adattato dall' omonima autobiografia di Northup di metà Ottocento,  emerge come lo Schiavismo sia stato un sistema di pensiero che ha dato le basi a certi uomini di legittimare la propria cattiveria e cadere nella disumanità. Tutto riassunto da Michael Fassbender, bravissimo nel suo personaggio di Epps (la sua chimica artistica con McQueen è magica), lo schiavista brutale che nel frustare gli uomini riteneva di essere protetto perché la vite degli uomini di colore erano tutti "gestibili", "valutabili", "eliminabili" secondo tradizionali e codificati criteri di proprietà e possesso. McQueen non colpisce come con i suoi precedenti Hunger e Shame ma gli resta il merito di aver fatto un film molto originale su un tema ultrabattuto dal cinema statunitense.

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