6 anni di guerra civile in Siria: il prossimo accordo Sykes-Picot si chiamerà Lavrov-Tillerson?

Siria al Bab
Un combattente ribelle ispeziona una stanza adibita a prigione nei pressi di un tunnel dello Stato Islamico nella città siriana di Al Bab. Sulla parete si legge, in arabo, "Il Califfato continuerà, se Dio vuole". 13 marzo 2017. REUTERS/Khalil Ashawi
  • Le trattative di pace in Siria e l'accordo che ne verrà potrebbero smembrare definitivamente il Medio Oriente disegnato dall'accordo Sykes-Picot;
  • Difficilmente i protagonisti della guerra civile saranno disponibili a cedere ciò per cui hanno tanto combattuto.

Mentre i territori controllati dallo Stato Islamico in Siria e in Iraq si restringono ogni giorno di più le trattative di pace sul piano internazionale continuano e in molti cercano di capire quale potrebbe essere il volto del Medio Oriente che verrà.

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La guerra civile in Siria, cominciata 6 anni fa oggi celebra il suo macabro anniversario, e la tracimazione di questa in territorio iracheno hanno già avuto conseguenze politiche, oltre che umanitarie, che molto difficilmente possono essere reversibili. Andando oltre la catastrofe umanitaria - 400.000 morti, 4,8 milioni di profughi all'estero e ben 6,5 milioni nel Paese, un tessuto economico e sociale completamente devastato e nessuna prospettiva per il futuro - il futuro della Siria e dell'Iraq restano un tema politico, ma sopratutto geopolitico, che in verità è irrisolto da più di un secolo, dal 16 maggio 1916.

Quel giorno i governi di Regno Unito e Francia si spartivano segretamente, firmando l'Accordo sull'Asia Minore (più noto come accordo Sykes-Picot) che definiva le rispettive sfere d'influenza in Medio Oriente: dividendosi l'ex-Impero Ottomano con squadra e righello il Regno Unito si accaparrò le zone approssimativamente comprendenti Giordania, Iraq e l'area di Haifa, oggi il secondo porto israeliano dopo Ashdod, mentre alla Francia fu assegnato il controllo del sud-est della Turchia, dell'Iraq settentrionale, della Siria e del Libano, con la garanzia per il Regno Unito di poter sfruttare le acque del Tigri e dell'Eufrate. È una descrizione molto semplificata dei termini di quell'accordo (molto più complesso, una parte riguardava anche il ruolo dell'Impero russo, che sarebbe crollato di lì a poco con la Rivoluzione d'ottobre del 1917) ma, in sostanza, tutti gli attori che oggi sono sulla scena bellica in Siria e nel nord dell'Iraq sono un prodotto dell'accordo Sykes-Picot. E, proprio per questo, ognuno rivendica o ha rivendicato qualcosa di suo in tutti i tavoli di trattative che si sono cercati di creare nel corso degli ultimi anni.

Il 15 ottobre 2016 a Losanna, in Svizzera, per la prima volta si riunirono tutti i protagonisti: il Segretario di Stato americano dell'epoca, John Kerry, il suo omologo russo Sergei Lavrov, ancora in carica, i rappresentanti di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Iraq, Giordania, Egitto e Turchia, i sostenitori del governo di Damasco e dei ribelli anti-Assad. Quell'incontro non portò a nulla, il massacro di Aleppo è andato avanti, ma fu un primo concreto tentativo di risolvere la guerra civile guardandosi in faccia con tutti. A parte gli Stati Uniti tutti questi paesi hanno in qualche modo un legame con l'accordo di 101 anni fa: sommariamente divisi tra sciiti e sunniti in realtà il quadro si complica se osserviamo gli interessi in gioco, cui ognuno sembra poco incline a rinunciare a ciò che rivendica. Insomma la Siria e l'Iraq, che abbrevieremo in Siraq, sono oggi un gran bazar dove le trattative di pace sono solo uno specchio per allodole.

Ragion per cui verrebbe da pensare che, una volta trovata la soluzione definitiva per lo stop ai combattimenti (probabilmente qualche settimana o mese dopo la cacciata di Daesh da Raqqa e da Mosul), il territorio dell'ex-Stato Islamico e forse non solo diventerà oggetto di un nuovo Sykes-Picot e, visto che gli attori principali sul terreno sono oggi Stati Uniti e Russia, questo potrebbe chiamarsi accordo Lavrov-Tillerson.

Lo scorso 16 febbraio infatti il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha incontrato il suo omologo americano, il neo-nominato Segretario di Stato Rex Tillerson, a margine del G20 di Bonn e al termine di questo è stato Lavrov stesso a definire l'incontro “molto produttivo”, mentre in una dichiarazione alla stampa Tillerson ha parlato di una discussione su “questioni di reciproco interesse”: Ucraina, senza dubbio, ma anche Siria e se la Russia saprà dare garanzie agli USA sul rispetto dell'accordo di Minsk è probabile che la cooperazione sulla Siria tra i due colossi porterà a qualcosa di definitivo, da qui a qualche mese. Ovviamente si resta nel campo delle ipotesi ma i segnali ci sono tutti, a cominciare dallo schieramento sul territorio siriano di oltre 1.000 marines americani: una spallata, di fatto, della Russia all'amico Bashar al-Assad, che in una serie di interviste con giornalisti mediamente molto genuflessi nei suoi confronti (per l'Italia si segnalano il TG1, Avvenire e Il Fatto Quotidiano, quest'ultimo ha rimediato così dopo le proteste di molti lettori) ha definito “invasori” tutti coloro i quali si trovano in Siria senza essere stati invitati dal suo governo riferendosi agli americani in particolare.

La regione costiera della Siria è, di fatto, già controllata dalla Russia, gli Stati Uniti impegnano uomini e mezzi per la protezione dei confini di Israele e Giordania - e anche in Iraq hanno ancora una presenza molto forte - Arabia Saudita e Qatar difficilmente rinunceranno alla propria influenza sulla parte nord-occidentale della Siria e, di contro, l'Iran e gli sciiti libanesi di Hezbollah qualcosa in cambio lo dovranno pure ricevere per l'aiuto dato ad Assad (Teheran punta al corridoio di Homs). E poi ci sono la Turchia, che ha fatto e fa di tutto per mantenere il controllo del Kurdistan siriano ed iracheno, dalla quale ci si può aspettare ancora di tutto e che certamente non mollerà l'osso delle sue rivendicazioni territoriali e d'influenza, e l'Iraq, che con la liberazione di Mosul sta investendo tantissimo per l'unificazione del paese. A questi si aggiungono i ribelli siriani “laici”, quelli ancora sostenuti dagli Stati Uniti, e le loro rivendicazioni difficilmente negoziabili dopo 6 anni di guerra civile, ma anche i curdi, che sia in Iraq che in Siria sono stati i primi ad affrontare direttamente i miliziani di Daesh sconfiggendoli sul campo trincea dopo trincea. In tal senso Kobane è un simbolo, per i curdi e per tutti gli abitanti del Kurdistan, un paese che non esiste e che forse mai esisterà. Almeno non prossimamente. E, ovviamente, c'è la Siria: oggi Assad sembra più concentrato a garantirsi il pieno controllo della città di Damasco e con l'aiuto delle milizie sciite iraniane nelle ultime settimane ha sgomberato molti quartieri periferici a maggioranza sunnita. Per Teheran è un invito a nozze: se gli iraniani riuscissero a avviare il processo per la “Siria utile”, la spartizione equa del territorio in base alle sfere d'interesse, si garantirebbe un corridoio importante verso il Mediterraneo da Teheran verso Damasco e fino alla costa e al Libano degli amici sciiti Hezbollah.

I risvolti che la nuova geopolitica del Medio Oriente potrebbero avere sulle popolazioni non possiamo nemmeno immaginarli ma più semplice è cercare di capire effetti e conseguenze che un nuovo Sykes-Picot avrebbe sulla guerra intrareligiosa tra sciiti e sunniti: all'interno della guerra civile siriana infatti i sunniti di Homs e delle città di confine con il Libano hanno già subito una pulizia etnica di fatto da parte delle milizie sciite Hezbollah e iraniane (nel 2011, nel 2013, nel 2014 e nelle ultime settimane).

Insomma, il tema non è né di semplice comprensione né di semplice soluzione. Le variabili sono infinite, gli interessi spietati e le forze sul campo ancora determinate a non mollare di un centimetro. Ma c'è un però: è evidente che pensare ad un Medio Oriente identico a quello che ricordiamo nel 2011 è un errore, oltre che un'eventualità talmente lontana dall'essere impossibile. Immaginare come potrebbe essere però ci aiuta a razionalizzare, a capire quanto complessa sia la soluzione alla guerra civile per via dei tantissimi pesi e contrappesi che, se sbilanciati, rischiano di far cadere tutto come un castello di carte: la Siria di oggi non è un Risiko ma una scacchiera. Tra qualche decennio ricorderemo le trattative di pace sulla Siria e l'accordo che ne verrà, qualunque esso sia, come oggi ricordiamo l'infausto accordo Sykes-Picot: chissà se questo si chiamerà veramente Accordo Lavrov-Tillerson.