Abolizione vitalizi parlamentari: credeteci poco, anzi non credeteci per nulla

Parlamento in seduta comune
Parlamento in seduta comune Reuters

Il prossimo 31 maggio arriverà in Aula alla Camera la proposta di legge 3225 contenente “Disposizioni in materia di abolizione dei vitalizi e nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali”.

Esatto, avete capito bene. Solo che stavolta non si tratta di semplice propaganda politica, ma di una misura che veramente, in caso di approvazione, taglierebbe in maniera radicale gli assegni dei parlamentari eletti prima del 2012 , vale a dire proprio quelli che ogni anno ci costano uno sproposito. Proprio per questo motivo le possibilità che essa venga approvata sembrano essere pari a zero. E non per colpa di un singolo partito, ma di una tendenza generale, di uno status quo quasi impossibile da sradicare, di una realtà acquisita che rischia di finire alla mercé di questa o di quella forza politica e di essere sfruttata per soli fini elettorali senza che ci sia una convinta volontà di dare un segno tangibile ai cittadini. Badate bene, ai cittadini, non agli elettori.

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VITALIZI: LE ULTIMISSIME NOVITÀ


La proposta di legge Richetti risale a quasi due anni fa, 9 luglio 2015. L’esame in commissione comincia il 24 settembre dello stesso anno, poi una sorta di vortice potrebbe averlo inghiottito perché di questo testo non si è saputo più nulla.

Con le elezioni sempre più vicine e dopo le numerose polemiche politiche degli ultimi mesi, i nostri parlamentari hanno deciso di ritirarlo fuori e procedere alla calendarizzazione in Aula dove il testo verrà esaminato a fine maggio.

Ma attenzione, perché il 31 del mese in corso si terrà solo la discussione generale. L’esame verrà poi sospeso per essere ripreso alla fine di giugno, una scelta che in teoria dovrebbe contingentare i tempi e impedire il caro, vecchio giochino che tanto piace ai nostri rappresentanti: l’ostruzionismo.

VITALIZI: COSA PREVEDE LA PROPOSTA IN BREVE


Quale sia l’intenzione di questa proposta viene spiegato immediatamente. All’articolo 1 viene scritto nero su bianco: “la presente legge è volta ad abolire gli assegni vitalizi e i trattamenti pensionistici comunque denominati degli eletti e a sostituirli con un trattamento previdenziale basato sul sistema contributivo vigente per i lavoratori dipendenti delle amministrazioni statali”.

Riassumendo in parole povere: si tratta dell’ormai celeberrima equiparazione (o quasi) tra le prestazioni erogate ai normali cittadini e quelle dei loro rappresentanti in Parlamento. Regole previdenziali simili, una sola pensione basata sul metodo contributivo con l’INPS a gestire il tutto. Le nuove regole, semmai passeranno, varranno per tutti: senatori e deputati in carica, successivi e soprattutto anche per quelli “cessati dal mandato precedentemente”.

Il cuore della proposta è l’articolo 3 che sostituisce al primo comma dell’articolo uno della legge n.1261 del 1965 le seguenti parole: “L’indennità spettante ai membri del Parlamento a norma dell’articolo 69 della Costituzione per garantire il libero svolgimento del mandato è costituita da quote mensili, comprensive anche del rimborso di spese di segreteria e di rappresentanza, e da un trattamento previdenziale differito calcolato in base ai criteri vigenti per i lavoratori dipendenti delle amministrazioni statali”.

A livello tecnico, dunque, dovrebbe essere istituita presso l’INPS un’apposita gestione per i parlamentari che si occuperà dei trattamenti pensionistici di questi ultimi erogando gli assegni a coloro che avranno compiuto 65 anni (mai prima) e abbiano effettuato almeno 4 anni, sei mesi e un giorno di mandato. L’importo dell’assegno sarà determinato con il sistema contributivo “moltiplicando il montante individuale dei contributi per i coefficienti di trasformazione in vigore per i lavoratori dipendenti e autonomi”.  

Le stesse regole varranno inoltre per le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano che avranno l’obbligo di adeguarsi alla nuova normativa entro sei mesi dalla sua entrata in vigore.

VITALIZI: COME FUNZIONA OGGI E COME FUNZIONAVA IERI


Fino allo scorso 30 gennaio 2012, deputati e senatori eletti in Parlamento, oltre ad avere accesso ad indennità varie ed eventuali di cui abbiamo ampiamente parlato, avevano diritto, al termine della loro esperienza parlamentare, agli ormai celeberrimi vitalizi.

Funzionava pressapoco così: una volta abbandonati gli scranni parlamentari, a prescindere dagli anni di servizio effettuati e dall’età, i nostri rappresentanti potevano contare su cospicui assegni , il cui ammontare proveniva solo in parte da un prelievo sulle loro indennità. Nel corso degli anni, anche a causa dell’insofferenza da sempre manifestata dall’opinione pubblica, sono stati introdotti alcuni cambiamenti, come quello riguardante le soglie anagrafiche o come l’obbligo di aver completato almeno un mandato intero. Nel 1997, a livello esemplificativo, venne stabilito che il vitalizio non sarebbe stato disponibile prima dei 60 anni di età, per gli eletti a partire dal 2001. Chi invece era entrato in Parlamento prima, poteva percepirlo anche a 45-50 anni (cosa tra l’altro accaduta più volte).

Ma c’era anche un’altra caratteristica, non di poco conto, che contribuiva a gonfiare le tasche di chi, anche per caso, aveva occupato gli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama: il vitalizio era comulabile con qualsiasi altro reddito. Se dunque il parlamentare aveva svolto anche un altro lavoro per il quale aveva maturato il diritto alla pensione, i due assegni andavano a sommarsi.

Grazie ai vitalizi i nostri rappresentanti avevano dunque la possibilità di incassare un importo fino a 5 volte superiore ai contributi versati. In base ad un calcolo effettuato anni fa dal Corriere della Sera , cominciando a percepire il vitalizio a 65 anni, un parlamentare avrebbe ricevuto un assegno pari a 3.108 al mese. Immaginando che avesse riscosso questa cifra per 13 anni, avrebbe incassato il 533% di quanto versato in cinque anni al ritmo di 1.006 euro al mese.

La normativa su vitalizi e pensioni  è stata cambiata nel 2012 con una delibera dell’Ufficio di presidenza della Camera (ma le regole valgono anche per il Senato) che stabilì, a decorrere dal 1°gennaio 2012, l’abolizione dei vecchi vitalizi, sostituendoli con una pensione, basata su un sistema di calcolo contributivo. Il che, tradotto in parole povere, significa che  l’ammontare dell’assegno è stato legato ai contributi versati, per un importo di gran lunga inferiore a quello precedente. Scendendo nel dettaglio, per ottenere la pensione i deputati versano un contributo pari all’8,8% dell’indennità lorda che, in soldoni, corrisponde a circa 918 euro al mese.

Le regole attuali prevedono che deputati, senatori e consiglieri regionali maturino il diritto alla pensione a 65 anni di età se nel corso della loro carriera hanno esercitato il mandato parlamentare per almeno 5 anni. Coloro che vengono eletti per la prima volta hanno accesso al trattamento solo se sono stati seduti in Parlamento per almeno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno dalla loro proclamazione. Per ogni anno di lavoro in più si ha diritto a maturare la pensione un anno prima, ma comunque l’assegno non può essere percepito prima dei 60 anni.

L’attuale normativa si applica ai parlamentari eletti per la prima volta alle politiche del 2013 (prime elezioni seguenti all’entrata in vigore delle nuove regole, avvenuta il 30 gennaio del 2012). Coloro che invece avevano terminato il mandato nelle legislature precedenti e sono stati rieletti sono soggetti ad un sistema pro-rata “determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011 e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato” L’assegno infine non è cumulabile con un altro reddito.

VITALIZI: LE DIFFERENZE CON LE ALTRE PROPOSTE


L’ennesimo colpo di scena sui vitalizi potrebbe creare un po’ di confusione in virtù delle numerose polemiche e delle proposte avallate nei mesi passati a suon di propaganda e litigi. Riassumiamo.

L’ufficio di presidenza della Camera dei Deputati ha approvato nel pomeriggio del 22 marzo, la proposta di Marina Sereni (PD) sui vitalizi. Da sottolineare che in questo caso non è improprio parlare di vitalizi dato che il provvedimento incide sugli assegni precedenti al 2011 e non sui trattamenti previdenziali in vigore dal gennaio del 2012 che invece prevedono una pensione calcolata con il metodo contributivo, ma con regole diverse rispetto a quelle cui sono soggetti i “normali” lavoratori.

Il testo stabilisce che gli ex deputati che percepiscono mensilmente gli assegni in base alle vecchie regole non essendo stati coinvolti nella riforma del 2011, versino un contributo di solidarietà, il cui importo varia in maniera progressiva in base all’ammontare del vitalizio percepito: 10% per gli assegni compresi tra i 70mila e gli 80mila euro; al 20% per gli importi compresi tra 80mila e 90mila euro, del 30% da 90mila a 100mila euro; del 40% per gli assegni superiori a 100mila euro l’anno.

Il contributo di solidarietà è valido solo per tre anni. Non è difficile capire le differenze esistenti con la proposta Richetti.

All’epoca le polemiche furono però causate anche dalla bocciatura della proposta del M5S in base alla quale le pensioni dei parlamentari (e non i vitalizi degli ex, che la proposta non prendeva in considerazione) sarebbero dovute essere equiparate a quelle dei normali cittadini. Per farlo i pentastellati avevano promosso una delibera, vale a dire una modifica del regolamento, per la quale non sarebbe stato necessario alcun voto del Parlamento. Il cambiamento però avrebbe riguardato solo i deputati attualmente in carica e quelli futuri.

VITALIZI: I COSTI


Attualmente sia alla Camera che al Senato costano molto di più i vitalizi degli ex parlamentari degli stipendi di quelli che continuano a lavorare: parlando in cifre paghiamo 135,4 milioni per i primi e 128,4 per i secondi. Lo stesso può dirsi per le pensioni  personale di entrambe le Camere. Come sottolinea il Corriere della Sera: Addirittura il costo delle pensioni del personale e degli ex deputati pesa per oltre il 41% sui costi totali (392,3 milioni l’anno su 949). Le stesse osservazioni valgono per il Senato”.

A parlare dei costi in passato è stato il presidente dell’INPS, Tito Boeri, che nel corso di un’audizione alla Camera dei deputati, tenutasi nel maggio del 2016, ha elencato numeri e cifre.

In base a quanto affermato, sarebbero 2.600 i vitalizi di ex parlamentari (quelli in vigore fino al 2011) in pagamento per una cifra che, nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro. «Si tratta di una sottostima», aggiunse all’epoca Boeri, perché nel calcolo non sono inclusi eventuali anni di mandato presso il Parlamento europeo o i Consigli regionali.

Da sottolineare che i 193 milioni si riferiscono ai soli vitalizi dei parlamentari, mentre tenendo conto di quelli garantiti agli ex consiglieri regionali, si arriva ad una spesa annua di 400 milioni di euro.

VITALIZI: LE POSSIBILITÀ CHE IL TESTO VENGA APPROVATO SONO POCHE


Sono numerosi i problemi che potrebbero impedire l’approvazione della proposta di legge di Richetti.

Alcuni sono già sotto gli occhi di tutti: da giorni, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico continuano a litigare sul partito cui attribuire il merito della calendarizzazione della proposta. Per il partito di Renzi ovviamente il merito è del PD perché Richetti è appunto un democratico, per i 5 Stelle, senza le loro pressioni e le loro battaglie, il testo non sarebbe mai arrivato in aula. Una discussione di cui ai cittadini probabilmente frega poco ma che nasconde un grosso rischio, quello che il DdL venga affossato per non permettere agli avversari di acquisire consensi in vista delle elezioni. Nonostante a parole ci sia un accordo tra i due partiti e dunque i numeri per l’approvazione siano ampi, non è affatto detto che la situazione non cambi in corsa. Ricordate quanto accaduto con le stepchild adoption?

Altro problema riguarda la possibile richiesta di voto segreto: credete davvero che, protetti dal segreto dell’urna i parlamentari, soprattutto quelli più anziani decideranno di ridursi (di parecchio), l’assegno previdenziale?

Terzo scoglio: la giustizia. Il fulcro della proposta Richetti è quello di ricalcolare con il sistema contributivo i vitalizi degli ex parlamentari, intaccando quello che a tutti gli effetti è un diritto acquisito e andando incontro ad una vera e propria tempesta di ricorsi. Già in passato in giudici avevano ribadito l’incostituzionalità di misure del genere e il rischio che alla fine sia la Suprema Corte ad intervenire, nonostante la legge venga approvata dai parlamentari ad oggi sembra molto, molto alto. Bisognerà dunque trovare un equilibrio solido che non permetta alla legge di soccombere in breve tempo. Il che è più facile a dirsi che a farsi.

Credete ancora che andrà tutto liscio?