Abolizione voucher lavoro: è come avere la febbre e prendersela con il termometro

Colloquio di lavoro
Candidati in attesa di colloquio ad una job fair. REUTERS/Mike Segar

Il 2017 è iniziato con una nuova (poco entusiasmante) polemica sui voucher lavoro. I sindacati chiedono l’abolizione o una profonda riforma (a seconda della sigla) e il governo si apre al dialogo.

L’11 gennaio riprenderà in commissione Lavoro alla Camera l’esame della riforma dei voucher, ferma da maggio. Con il disegno di legge proposto si vogliono modificare la caratteristiche dei voucher: viene superata la liberalizzazione introdotta con la legge Fornero e si torna alla versione precedente che aveva dei limiti ben precisi.

Da qualche mese i voucher lavoro sono descritti come lo strumento del diavolo. La loro proliferazione è sotto gli occhi di tutti: nel 2016 i voucher da 10 euro hanno registrato un boom impressionante, in netta controtendenza rispetto alle altre tipologie di contratti, primi tra tutti quelli a tempo indeterminato che dopo lo scadere degli incentivi sono crollati. Ma l’impressione è che l’Italia stia cadendo ancora una volta nella trappola del “guardare il dito anziché la luna”. Siamo sicuri che il problema siano davvero i voucher? La precarizzazione del mercato del lavoro italiano deriva tutta dal Jobs act e dall’utilizzo dei voucher lavoro? Sembra una spiegazione un po' troppo semplicista.

Intanto ricordiamo cosa sono e perché sono nati i voucher lavoro. I buoni lavoro da 10 euro nascono per il lavoro occasionale accessorio, sono dei tagliandi che servono per retribuire le prestazioni di lavoro occasionali o discontinue in modo regolare. Pensati per i lavori in agricoltura, il loro utilizzo è stato allargato a tutta una serie di lavori che vanno dal settore dei servizi, al commercio, alla ristorazione, alla Pa.

Grazie alla liberalizzazione dei voucher, i buoni lavoro hanno registrato un picco. Secondo i dati dell’Osservatorio sul precariato, nei primi 10 mesi del 2016 i voucher lavoro hanno segnato una crescita del 32,3% sull’anno precedente: nel 2014 sono stati venduti 54 milioni di voucher, nel 2015 sono saliti a 91 milioni e nel 2016 hanno superato quota 121 milioni (più che raddoppiati in due anni).

La situazione drammatica del mercato del lavoro italiano, su cui anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incentrato il suo discorso di fine anno, non deve però, essere ricondotta ai voucher lavoro. Il problema infatti, non può essere lo strumento in sé, bensì il suo utilizzo distorto. Una cosa è il lavoro di studenti, pensionati o disoccupati per la vendemmia, un altro è sostituire rapporti di lavoro stabili con i voucher, mossa che serve soltanto per nascondere il lavoro nero e acuire la precarietà dei lavoratori. 

La responsabilità di questo uso distorto non può essere imputata al Governo Renzi e al Jobs act. La liberalizzazione dei voucher infatti, è partita con il governo Berlusconi, ed ha preso davvero piede con il Governo Monti che ha esteso l’uso dei buoni lavoro a tutti i settori e non soltanto all’agricoltura e con l’esecutivo Letta che ha cancellato la natura meramente occasionale del rapporto di lavoro pagato con i voucher. Questo rinnovato quadro normativo ha così permesso ai datori di lavoro di utilizzare i voucher come lasciapassare per il lavoro nero: si può evitare di assumere un lavoratore, con tutti i costi e gli obblighi del caso, e tutelarsi di fronte ad eventuali controlli attivando un voucher ogni tanto. Il resto delle ore sono pagate rigorosamente in nero. Il problema quindi sono le maglie normative troppo larghe (quelle che il Governo Renzi, questo sì, avrebbe dovuto stringere) e gli scarsi controlli che lasciano campo libero ai datori di lavoro disonesti. 

Ma anche il Governo Renzi e il Jobs act hanno le loro belle responsabilità. La riforma del mercato del lavoro ha abolito una serie di forme contrattuali “intermedie” spingendo sul contratto a tutele crescenti. L’obiettivo del Governo, perseguito in modo maldestro, era di far aumentare i contratti a tempo indeterminato a scapito delle forme contrattuali considerate più precarie. Il problema è che il risultato è stato pessimo: anziché avere un’evoluzione verso forme di lavoro più stabili e continuative, si è ottenuta un’involuzione verso il basso, verso un mercato del lavoro sempre più precario e meno tutelato. 

Negli anni della crisi economica, la risposta (sbagliata) dell’Italia è stata quella di andare verso la continua precarizzazione del lavoro: il Governo Renzi non è riuscito ad invertire la rotta, ma anzi a spingere ulteriormente verso questa tendenza. Indimenticabile lo sperpero di soldi pubblici per introdurre sgravi fiscali temporanei che hanno soltanto drogato il mercato del lavoro nel 2015 e fatto ripiombare nell’abisso subito dopo. Una mossa con altissimi costi economici e un ritorno scarsissimo in termini di risultati raggiunti.

In un quadro internazionale di costi del lavoro ridotti al lumicino che spingono imprese a delocalizzare (soprattutto all’est Europa e in Asia), l’Italia ha dato la risposta peggiore: ha innescato una guerra al ribasso in termini di costi per i dipendenti e tutele dei diritti. Ma precarizzare il mercato del lavoro, ridurre i salari, abolire le tutele, contrarre al massimo i costi non è la strada per competere con la globalizzazione.

In Italia la crescita dell’economia è ancora fragile, il cuneo fiscale troppo pesante per coloro che vogliono assumere e gli investimenti pubblici e privati restano scarsi. In questo scenario interno e alla luce dei mutamenti internazionali, l’operato degli ultimi Governi italiani non è stato all’altezza delle sfide da affrontare. Fermo restando che le regole per l'utilizzo dei voucher possano e debbano essere migliorate, è chiaro che il loro utilizzo sfrenato è soltanto l’ennesima conferma dell’involuzione del mercato del lavoro italiano, non certamente la causa. Sarebbe come avere la febbre e prendersela con il termometro.