Aferpi: altri due anni di galleggiamento nel Paese in cui fare investimenti è una missione impossibile

produzione acciaio
foto di un lavoratore in una fornace reuters

Altri due anni di galleggiamento per Aferpi. Il botta e risposta tra Ministero dello Sviluppo economico e Issad Rebrab, magnate algerino di Cevital proprietaria dell’ex Lucchini di Piombino, ha portato al prolungamento del “periodo di sorveglianza” da parte del Governo di altri due anni.

In pratica l’imprenditore algerino avrà altri due anni a disposizione per cercare di far partire il progetto di rilancio dell’area di Piombino presentato in pompa magna due anni fa e mai davvero partito.

Una notizia accolta positivamente da Piombino, soprattutto per la mancanza, al momento, di serie alternative al progetto di Cevital. Ma il timore è che altri due anni di commissariamento significhino altri due anni di stallo. E non per responsabilità dirette di Rabrab che ha già sborsato 100 milioni per Piombino e si dice convinto di voler portare a compimento il piano di rilancio, ma per tutta una serie di difficoltà tutte italiane, quelle che fino a questo momento hanno tenuto in scacco Aferpi.

In questi due anni Aferpi ha fatto poco o niente di quanto promesso, soprattutto a causa: della difficoltà ad accedere al credito delle banche italiane, da sempre molto tiepide nei confronti del piano di Rabrab; dei lenti ed estenuanti passaggi burocratici necessari ad ogni passo; e della scarsa redditività della produzione dell’acciaio italiano sempre più minacciato dalle produzioni straniere a basso costo. L’Italia, lo vediamo in tutti i settori e gli ambiti, non si riesce a creare le condizioni favorevoli agli investimenti: se non si troverà il modo di semplificare le procedure, di tagliare i tempi, di avere accesso al credito sarà difficile fare miracoli in due anni.

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La storia di Aferpi

Come abbiamo già raccontato lo stabilimento siderurgico di Piombino ha dovuto affrontare diverse crisi economiche passando da molte mani diverse. Nel 2013 il Tribunale di Livorno ha dichiarato lo stato di insolvenza della Lucchini accogliendo la richiesta di accesso alle procedure previste dalla legge Marzano (fatta dopo il fallimento della Parmalat) e l’anno dopo è stato spento l’altoforno dell’azienda, simbolo per qualcuno di inquinamento e industrializzazione selvaggia e per altri di vigore della produttività e simbolo di Piombino.

Il Governo riconosce la provincia di Livorno area di crisi industriale complessa e firma due accordi di programma che hanno portato risorse pubbliche per 582 milioni a Livorno e 142 a Piombino. A giugno 2015 il magnate Rebrab diventa il nuovo proprietario delle acciaierie (battendo l’offerta dell’indiana Jindal) che assumono il nome di Aferpi, “Acciaierie e Ferriere di Piombino”.

Il piano di rilancio prevede investimenti per 400 milioni di euro e la promessa di riassunzione di tutti i 2.183 lavoratori. Ad oggi però, quasi due anni dopo poco o niente degli interventi contenuti nel piano di rilancio è stato fatto. I lavoratori sono tornati al lavoro, ma con i contratti di solidarietà e la produzione non è ripartita per la mancanza di materie prime.

Due anni in più

Il periodo di sorveglianza sta arrivando a scadenza e secondo il piano originale avrebbe dovuto segnare la conclusione del piano di rilancio. Nei numerosi tavoli attivati al MISE nei mesi scorsi il magnate algerino ha più volte ribadito di difficoltà incontrate sulla strada del piano di rilancio. Nelle scorse settimane, il MISE incalzato da dipendenti, sindacati e amministrazioni toscane ha inviato una lettera di messa in mora di Aferpi chiedendo entro 15 giorni chiarimenti e garanzie sul futuro dell’area.

La risposta arrivata dall’Algeria in realtà ricalca la posizione tenuta in questi mesi da Rebrab: l’azienda dichiara di aver investito 100 milioni di euro di risorse proprie; lamenta di non essere stata sostenuta dal sistema creditizio italiano, ma afferma di avere avviato trattative che permetteranno lo sblocco delle risorse per realizzare il piano industriale.

Mise e azienda quindi concordano sul prolungamento della vigilanza, anche perché non esistono, al momento, alternative al progetto di Aferpi. Qualche novità potrebbe forse arrivare dalla chiusura del caso Ilva: protagonista dei fatti di Taranto, l’indiana Jindal ha ancora sul tavolo il dossier Piombino e potrebbe intervenire in soccorso di Aferpi oppure per sostituire gli algerini in difficoltà.

Aziende e Governo collaboreranno per un altro biennio alla ricerca del rilancio per il polo siderurgico di Piombino. Ma per il futuro, e non solo per la vicenda di Piombino, la politica italiana dovrebbe riflettere su tutti gli ostacoli che investitori italiani e stranieri incontrano nel tentativo di fare impresa in Italia. Banche con i rubinetti chiusi, burocrazia estenuante, tasse troppo pesanti sono tutti fattori che rendono il Belpaese un habitat inospitale per gli investimenti, anche da parte di volenterosi Cavalieri bianchi.