Affare Atlantia-Abertis: Italia preda o predatore? Perché il Belpaese non riesce a fare shopping all'estero

La bandiera italiana
Negata la cittadinanza italiana Flickr

Atlantia – la holding italiana attiva nella gestione di tratte autostradali – ha lanciato un’OPA per l’acquisto del 100% di Abertis – la multinazionale spagnola che gestisce infrastrutture di trasporto e telecomunicazioni. Si tratta di un’operazione da oltre 16 miliardi utile a creare un colosso mondiale della gestione stradale.

Gli osservatori notano che per una volta l’Italia non fa la parte della preda nella tenuta di caccia degli investimenti europei, ma bensì del predatore. E se nel confronto con la Francia, che ha fatto razzia di grandi imprese della moda e del lusso Made in Italy siamo in netto svantaggio, nei confronti della Spagna invece, manteniamo una posizione dominante. Gli altri esempi possibili coinvolgono Enel, Mediaset, Fiat, tutte aziende di un certo peso per il Belpaese.

Sembra quasi che in Italia ci siano una sottile, ma chiara linea di demarcazione tra le aziende ex statali o comunque sostenute dalla politica in quanto considerate strategiche e quelle senza alcun appoggio o occhio di riguardo. Ecco i predatori, quelle che possono permettersi di fare shopping all’estero sono, guarda caso, soltanto quelle che rientrano nella prima categoria. Mentre le seconde arrancano tra un problema e l’altro e nemmeno si sognano di varcare le porte dell’Europa. Che sia un problema di mancanza di meritocrazia in questo Paese?

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Atlantia-Abertis: un affare da 16 miliardi


Si tratta di un’offerta contanti-carta quella che l’italiana Atlantia ha lanciato su Abertis. Un’operazione da 16,3 miliardi di euro che porterà alla nascita di un colosso mondiale del trasporto su gomma presente in 15 paesi con oltre 14 mila chilometri di autostrade, 60 milioni di passeggeri in transito tra Fiumicino, Ciampino e Nizza e una capitalizzazione da 36 miliardi.

L’italiana ha lanciato un’Offerta pubblica di acquisto sul 100% di Abertis offrendo una parte di soldi in contanti e l’altra in azioni. L’offerta ai soci spagnoli infatti, prevede la cessione di azioni a un prezzo di 16,5 euro ognuna, il 20% in più della media degli ultimi sei mesi di Borsa oppure 0,697 azioni Atlantia di nuova emissione. I contanti invece copriranno al massimo il 23,2% del capitale (un minimo del 10%). Un ruolo di primo piano è riservato a Caixa (terza banca spagnola), oggi azionista di Abertis con il 22% che probabilmente resterà socio del nuovo colosso con circa il 12%.  

Questa è la proposta italiana a cui però, pare che gli spagnoli abbiano risposto con una certa freddezza. Secondo gli osservatori tale comportamento denota il tentativo di tenere aperta la porta a qualche grandi investitore o fondo internazionale interessato a rilanciare sulla proposta italiana, alzando la posta in gioco.

Italia: preda e predatore?


Il più diffuso luogo comune vuole che l’Italia sia preda del saccheggio delle grandi aziende internazionali. Il mito del Belpaese usurpato, in effetti, viene alimentato dalle cronache che da anni raccontano delle grandi aziende dal Made in Italy comprate da marchi che parlano un’altra lingua, primi tra tutti i francesi che fanno a gara per comprare aziende italiane (basta pensare allo shopping italiano del colosso LVMH).

Nei confronti della Spagna però, l’Italia ricopre anche il ruolo di Stato-predatore. Prima dell’offerta lanciata da Atlantia su Abertis altre grandi aziende tricolore sono sbarcate a Barcellona. Enel, per esempio è approdata in territorio iberico nel 2007 comprando oltre il 90% di Endesa, gruppo energetico di Madrid per 39 miliardi.

L’Italia è entrata anche nel settore tv spagnolo. Negli anni ’90 è nata Telecinco con primo azionista la società Mediaset di Silvio Berlusconi: il gruppo De Agostini è entrato in Antena 3, mentre il gruppo Rizzoli ha fatto shopping prima con Unedisa (editore del quotidiano “El Mundo”) poi in Recoletos, un "affare" tutt'altro che roseo, che ha pesato sui conti del gruppo.

Questa breve carrellata, da una parte sfata il mito dell’Italia saccheggiata dall’estero, ma dall’altra conferma il fatto che sono poche le aziende italiane in grado di guardare all’estero. E quelle che possono farlo hanno le spalle coperte.

Si tratta di aziende ex statali, monopoliste, che hanno legami con la politiche o che sono considerate strategiche. In Italia purtroppo la competizione leale tra le aziende non esiste: non vige la meritocrazia, ma la legge degli agganci. Non emerge chi ha le potenzialità per avere successo, ma chi ha le giuste conoscenze e si trova tutte le porte aperte.

In generale, lo sappiamo bene, l’Italia è un habitat assolutamente inospitale per fare impresa. La tassazione è tra le più alte d’Europa, erode i guadagni dell’azienda e scoraggia le assunzioni per i costi eccessivi dei contratti. La scarsa qualità della giustizia mina alla radice la fiducia nelle legge e in uno Stato che dovrebbe essere fondato sulla legalità: abbiamo tempi lunghissimi, leggi accomodanti per i potenti e severe per i deboli. Per non parlare della burocrazia, il mostro che succhia tempo e risorse alle aziende dietro pratiche e documenti inutili e polverosi, utili soltanto a tenere in piedi baracconi clientelari che nessun politico affezionato ai voti ha il coraggio di smontare.

Per fare impresa in Italia ci vuole coraggio e per avere successo, per poter emergere dalla folta schiera di piccole e medie imprese relegate al mercato italiano, servono le spalle coperte dalla politica. Stando così le cose, saranno sempre meno le aziende in grado di andare a fare shopping all’estero e saranno sempre più i marchi italiani che, arrivati allo stremo delle forze, si faranno comprare dallo straniero.

Brindiamo all’affare Atlantia-Abertis con il sorriso amaro di chi sa che esempi come questi, nel Paese della politica corrotta e dell’imprenditoria clientelare, sono una rarità.