Alitalia approva il libro dei sogni: modello low-cost e redditività entro il 2019. Ma chi ci mette i soldi?

Alitalia
Alcuni aerei di Alitalia REUTERS/Alessandro Garofalo

Alitalia ha approvato il piano industriale di rilancio, o meglio il libro dei sogni. La compagnia, secondo il piano, ridurrà i costi operativi e del lavoro di un miliardi entro il 2019 e tornerà alla redditività con un aumento dei ricavi pari al 30%. Il tutto basandosi su quattro semplici pilastri: la rivisitazione del modello di business; la riduzione dei costi e l’incremento della produttività; l’ottimizzazione del network e delle partnership; lo sviluppo di nuove iniziative commerciali sfruttando gli investimenti in tecnologia per incrementare i ricavi.

SEGUICI SU FACEBOOK 

Tutto molto bello, ma resta un piccolo problema: a fine mese le casse di Alitalia saranno vuote e la compagnia rischia la paralisi se qualcuno non inietterà almeno 900 milioni di euro al più presto. E – altro piccolo dettaglio – le banche che dovrebbero partecipare al rifinanziamento di Alitalia non sono così convinte di voler buttare altri milioni in una voragine senza fine.

Il comunicato stampa diffuso al termine del consiglio di amministrazione infatti, spiega come magicamente, in meno di due anni, la compagnia, che ad oggi perde circa due milioni al giorno, tornerà alla redditività rincorrendo di fatto il modello di business della low cost. Ma dopo, precisa il comunicato, il piano di rifinanziamento non è stato ancora firmato e sarà necessario un incontro con i sindacati, per discutere degli esuberi, e con lo Stato che ancora una volta potrebbe accollarsi il costo dei lavoratori di cui Alitalia deve liberarsi.

Alitalia approva il piano industriale

Dopo un consiglio di amministrazione fiume, Alitalia ha approvato il piano industriale e di rilancio. Come abbiamo spiegato più  volte Alitalia è stata oggetto di numerosi salvataggi nel corso della sua lunga storia: il fallito matrimonio con Air France, il salvataggio da parte dei Cavalieri coraggiosi messi insieme da Silvio Berlusconi e l’arrivo circa tre anni fa di Etihad che aveva promesso conti in regola e tassi di crescita entro il 2017. Ad oggi invece, Alitalia raschia sul fondo delle sue casse e spera nell’ennesimo salvataggio.

Il punto di partenza è il piano industriale approvato ieri e basato su quattro pilastri. In pratica Alitalia ha deciso di rincorrere il modello delle compagnie low cost che in pochi anni hanno surclassato i vettori tradizionali offrendo voli a breve e medio raggio a costi ridotti (detengono il 47% del mercato italiano). Il piano industriale quindi prevede l’introduzione del “servizio di acquisti a bordo insieme a tariffe più convenienti. Il tutto nell’ottica di incrementare i ricavi e ridurre significativamente i costi”. Come già fanno le compagnie low cost, Alitalia intende offrire a pagamento servizi come la scelta del posto a bordo, il trasporto del bagaglio in stiva o la priorità di imbarco.

La riduzione dei costi passa per nuovi accordi con i fornitori. Alitalia cerca di rivedere i contratti di leasing aereo, dei servizi di vendita e distribuzione dei biglietti del catering di bordo, dei servizi di assistenza a terra e in aeroporto. Sul punto Alitalia spiega sono in corso negoziazioni per ridurre i costi di questi servizi e quindi poter abbassare i prezzi dei biglietti.

Terzo pilastro è l’ottimizzazione del network e delle partnership: entro il 2018 Alitalia riequilibrerà la sua flotta di breve e medio raggio, riducendola di 20 aerei. Ma allo stesso tempo intende aumentare i voli dall'Italia verso le Americhe e di consolidare la presenza su Milano Linate, in Sicilia e in Sardegna.

Infine, la compagnia vuole puntare sullo sviluppo di nuove iniziative commerciali e sugli investimenti in tecnologia che permettono di offrire nuove modalità e canali di vendita dei biglietti per esempio tramite smartphone o tablet.

Grazie a questi quattro progetti, secondo Cramer Ball, l’amministratore delegato che ha messo a punto il piano, Alitalia ridurrà i costi (operativi e del lavoro) per 1 miliardo entro il 2019 e alzerà i ricavi dagli attuali 2,9 miliardi a 3,7 miliardi.

Ma la domanda chiave resta: Chi ci mette i soldi per non far fallire Alitalia?

Mentre l’AD mette in pratica il suo miracoloso piano industriale però le casse di Alitalia raschiano il fondo e resteranno vuote tra meno di un mese. Per poter realizzare il piano di rilancio della compagnia, prima sarebbe necessario che questa non fallisca.

Il consiglio di amministrazione spiega che “il finanziamento del piano da parte degli azionisti è subordinato all’accordo con i sindacati sul nuovo contratto collettivo di lavoro e sulle misure relative al personale previste nel piano di rilancio”. Il comunicato precisa che Alitalia incontrerà i sindacati per discutere dei tagli del personale e il Governo. E’ su queste poche righe di comunicato che si gioca il futuro della compagnia di bandiera.

A quanto pare la riduzione dei costi al 2019 passa per il taglio di almeno 2mila dipendenti (sul totale di 12mila) e la riduzione del 31% in media degli stipendi. Un boccone molto amaro da far digerire ai sindacati che probabilmente chiederanno garanzie di sostegno ai lavoratori indicati in esubero. Ed è qui che entra in gioco lo Stato. Per i precedenti salvataggi di Alitalia, il Governo si è dovuto accollare il costo dei dipendenti Alitalia mandati a casa, per un conto complessivo di circa 7 miliardi. Visti i numeri, anche in questo caso, la cifra sarebbe certamente consistente.

Forse la dieta drastica prevista per Alitalia e il forte contenimento dei costi potranno convincere le banche a partecipare al piano di rifinanziamento. Finché non si trovano i 900 milioni necessari a garantire l’operatività della compagnia i piani di rilancio restano soltanto un libro dei sogni.

Dal punto di vista finanziario servono circa 1,4 miliardi: i 900 milioni che Alitalia cerca da tempo più altri 500 milioni posti a garanzia del piano di rilancio. Quelli necessari nel caso in cui nonostante la realizzazione del piano, Alitalia non riesce a tornare alla redditività prevista nemmeno nel 2019.

I 900 milioni dovrebbero arrivare dalla conversione in capitale delle obbligazioni detenute una parte da Etihad e l’altra sotto forma di linee di credito da parte delle banche che hanno finanziato negli ultimi anni la compagnia per non farla precipitare. Gli altri 500 milioni invece dovrebbe essere liquidità versata direttamente nelle casse di Alitalia da parte dei suoi azionisti, pro quota, ovvero ognuno in base alla sua quota di azioni. Il 49% di Alitalia è di Etihad che è disponibile a partecipare per quanto riguarda la sua quota, mentre il restante 51% è ancora in mano a CAI, la società dei Capitani coraggiosi che salvò Alitalia come chiesto da Berlusconi. Anche qui hanno un ruolo di peso le banche, sempre Unicredit e Intesa, poco propense a partecipare al piano di rifinanziamento.

A conti fatti, i due istituti dovrebbero accettare la conversione dei crediti in capitale e versare anche nuova liquidità nelle casse di Alitalia, un impegno pesante, forse troppo. Etihad dal canto suo non può versare più della sua quota perché secondo le regole europee non può salire oltre il 49% del capitale della compagnia. L’unica strada quindi è che Alitalia riesca a convincere sindacati e Governo italiano a collaborare per una dieta drastica di dipendenti e costi e così, di conseguenza, rendere il piano di rilancio più credibile e la compagnia snella e appetibile. In quel caso oltre alle somme ingenti che dovranno sborsare le banche, Etihad e i Capitani coraggiosi, ci sarebbe anche un conto salato per lo Stato italiano, cioè tutti noi.