Alitalia: casse vuote e troppo poco tempo per trovare un accordo. Si va verso il commissariamento

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Alcuni aerei di Alitalia REUTERS/Alessandro Garofalo

Il tempo stringe, le casse piangono e i problemi aumentano. Il consiglio di amministrazione di lunedì scorso, chiamato ad approvare il nuovo piano industriale, è stato "aggiornato" a giovedì 9 marzo: la realtà è che soci e creditori di Alitalia non riescono a trovare un accordo sul da farsi. Così il futuro di Alitalia torna pericolosamente in bilico e il commissariamento pubblico, a meno che non si trovi un accordo dell’ultima ora, sembra la prospettiva più realistica.

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Il problema di base è che Alitalia è una compagnia in perenne perdita, con un bilancio in profondo rosso e scarsi ricavi a fronte di costi ingenti. Il piano di salvataggio di Etihad, la compagnia emiratina entrata in Alitalia nel 2014 è stato un flop: la promessa era di riportare Alitalia alla redditività nel giro di tre anni, ma ad oggi la compagnia di bandiera è vicina all’ennesimo fallimento.

E nessuno – secondo grosso problema – ha intenzione di buttare altri soldi per salvare Alitalia. Lo scontro in CDA lunedì scorso conferma le tensioni tra soci e creditori e la mancanza di una visione comune sul futuro della compagnia. Il nuovo appuntamento è previsto per giovedì 9 marzo, ma sarà difficle convincere le banche a dare nuovo credito alla compagnia di bandiera. 

Così la strada del commissariamento o della bancarotta è sempre più vicina. Un déjà vu che riporta la memoria al 2008 quando furono emanate nuove norme in materia di riforma delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi proprio per andare in soccorso di Alitalia.

Alitalia: accordo in salita per il salvataggio

Nelle puntate precedenti abbiamo già ripercorso tutti i salvataggi di Alitalia. Dal tentativo di matrimonio con la francese Air France sostenuto dal Governo Prodi, al maldestro salvataggio dei capitani coraggiosi fortemente voluti da Silvio Berlusconi fino all’arrivo dal Cavaliere bianco James Hogan. Il tutto fatto grazie al sostegno dello Stato intervenuto più volte aprendo il portafoglio con i soldi dei contribuenti a cui il salvataggio dell’italianità della compagnia di bandiera è costato qualcosa come 7 miliardi.

Nel 2014, ultimo salvataggio di Alitalia, l’intervento è arrivato dagli Emirati. La compagnia Etihad è arrivata in Italia prescrivendo una cura di tre anni e decine di milioni di investimento per riportare Alitalia agli antichi fasti. Ma anziché tornare alla redditività, il 2017 è di nuovo un anno di crisi per la compagnia che si trova di nuovo ad un passo dal baratro.

Per il prossimo lunedì, 6 marzo, era in programma il consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto approvare il piano industriale e di rifinanziamento per Alitalia. A fine marzo infatti, la casse resteranno davvero vuote, tanto che la compagnia avrà difficoltà a mettere il carburante negli aerei. Ed è lì che sarà decretata la bancarotta. È quindi necessario intervenire prima, subito.

Il CDA era stato in verità convocato per il 27 febbraio, ma è stato in seguito rinviato a lunedì 6 marzo, chiudendosi con una lite tra Etihad e le banche azioniste di Alitalia. In quell'occasione però Poste Italiane ha confermato il "no" ad un nuovo impegno finanziario nella compagnia. 

Secondo le indiscrezioni le banche azioniste, Unicredit e Intesa Sanpaolo, non sono soddisfatte del piano industriale dell’amministratore delegato (ora Cramer Ball) chiamato da Etihad a sostituire Hogan.

Il primo punto di disaccordo è l’entità delle risorse da iniettare nella compagnia. È difficile tappare un buco se nemmeno si sa quando è largo. Nel 2017 secondo le stime Alitalia potrebbe perdere oltre 600 milioni che rappresentano quindi il malloppo necessario per arrivare a fine anno ancora in attività. Ma queste sono le necessità basilari su cui sarà necessario progettare un piano di investimento e rilancio. Insomma i soci di Alitalia dovranno tirare fuori qualcosa come 900 milioni entro la fine dell’anno.

Ma i soci continuano a litigare e non vogliono mettere più nemmeno un euro nella compagnia colabrodo. La mancanza di coesione e di fiducia da parte dei soci è il nodo principale sul quale l’amministratore sta lavorando con incontri serrati con tutti i protagonisti, ma non è l’unico.

Il piano industriale avrebbe anche altri problemi di fondo. Intanto quello degli esuberi. Alitalia è una compagnia con costi di gestione altissimi rispetto ai suoi competitor e un piano di rilancio non può che partire da ingenti tagli.

Il piano prevede di tagliare i costi di 160 milioni quest’anno e di arrivare a 250 milioni nel 2022, escludendo i tagli del personale. Ma le banche per partecipare al salvataggio chiedono una dieta più drastica: tagli sul costo del lavoro per almeno 130 milioni, 2mila esuberi, taglio degli stipendi, e riduzione dei costi di almeno 270 milioni l’anno.

Altra critica al piano: non indica una strada chiara per il futuro. Nei mesi scorsi è stata messa sul tavolo l’ipotesi di trasformare Alitalia in una compagnia low cost o comunque prevedere una collaborazione con un vettore di questo genere, ma nel piano non ci sono indicazioni in questo senso. Lufthansa e Easy Jet sono stati chiamati in causa come possibili partner industriali, ma non hanno alcuna intenzione di fare un accordo con Alitalia finché le banche non saranno disponibili a sostenere il salvataggio e i sindacati a discutere del taglio del costo del lavoro.

Se non si risolveranno tutte queste criticità al più presto la strada per Alitalia, verso il commissariamento o la bancarotta, è segnata.

Alitalia verso il commissariamento?

In mancanza di un accordo sul piano industriale è probabile che entro aprile il Governo sia costretto a intervenire nominando un commissario straordinario. Prospettiva simile a ciò che è accaduto nel 2008 quando Alitalia si avvalse del Decreto Legge 28 agosto 2008, numero 134 (convertito in Legge 27 ottobre 2008, numero 166) che inserì nell’ambito della procedura di amministrazione straordinaria per le grandi imprese in crisi anche la cessione di complessi aziendali oltre alla ristrutturazione economica e finanziaria. Una legge scritta su misura per la compagnia nuovamente sull’orlo del crack.

Alitalia opera nel settore dei “servizi pubblici essenziali” per questo non può fallire come una qualsiasi azienda privata e interrompere l'attività da un giorno all'altro. In casi come questo infatti, si parla di una procedura di ristrutturazione di grandi imprese che può partire con una dichiarazione di insolvenza da parte del tribunale richiesta dall’azienda, oppure dai creditori.

Il decreto del 2008, per esempio, prevede che il presidente del Consiglio dei Ministri, nomini un Commissario straordinario e prescriva le linee da seguire per ottenere il risanamento della società; che il ministro dello Sviluppo economico nomini un’istituzione finanziaria indipendente per la stima dei beni aziendali da vendere; che, infine, il commissario straordinario cerchi l’acquirente tramite trattativa privata fissando il prezzo di cessione ad un valore non inferiore a quello di mercato.

In particolare il decreto prevedeva anche misure destinate a tutelare i lavoratori (che sono finiti a carico dello Stato) e i piccoli azionisti o obbligazionisti di Alitalia.

Che sia di nuovo questa la strada da seguire?