Alitalia: è già allo studio il modo per rifilarci di nuovo il pacco. Nuova ipotesi di salvataggio a spese dei contribuenti

Trenitalia
Il logo di Trenitalia su una carrozza di un treno Wikimedia Commons/NAC (CC-BY-SA)

Allacciate le cinture e tenetevi forte: qualcosa si muove sulla vicenda Alitalia. Nei giorni in cui si discute del pasticcio sulla legge per la riforma della legittima difesa, l’unica certezza, a ben guardare, è che la legittima difesa dovrebbero invocarla i contribuenti per le proprie tasche.

Si perché politici, manager e giornalai stanno tendendo una trappola ai cittadini italiani per mettere loro di nuovo le mani in tasca per pagare il salvataggio di tutta la baracca. Altri miliardi da buttare per tenere in vita artificiale il moribondo. Il tutto fino alla prossima crisi.

Ma andiamo con ordine. L’ipotesi che piano piano si sta insinuando nel dibattito sul salvataggio di Alitalia vede come protagonista le Ferrovie dello Stato, un altro bel baraccone Made in Italy. Lo schema è di quelli già visti: l’azienda rischia il fallimento e la liquidazione; si inizia a parlare del “salvataggio dell’italianità” e del rischio “svendita”; si gioca la carta dell’integrazione aerei-treni; e senza nemmeno sentire la mano nella tasca, i cittadini si trovano a dover pagare ancora una volta per il salvataggio di Alitalia.

E guarda caso c’è già chi propone di nominare Mauro Moretti ex amministratore delegato di Ferrovie – quello che nel 2013 propose al premier Enrico Letta l’integrazione FS-Alitalia – a capo di Alitalia per guidare la compagnia di bandiera fuori dal precipizio. Solo una coincidenza?

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Salvataggio Alitalia: a che punto siamo

Facciamo un passo indietro. Nei mesi scorsi, la compagnia di bandiera, salvata nemmeno 3 anni fa dall’emiratina Etihad, è tornata in forte dissesto finanziario. Il piano industriale presentato ai soci per il rilancio non ha convinto nessuno. Soprattutto non ha convinto i dipendenti Alitalia che hanno bocciato il pre-accordo firmato ad aprile tra Governo e sindacati su esuberi e taglio del personale.

Saltato l’accordo, i soci si sono sfilati uno ad uno, non più disposti a buttare soldi nel pozzo senza fondo dei conti Alitalia. Non restava che la soluzione commissariamento. Nei prossimi 6-9 mesi Alitalia sarà tenuta artificialmente in vita grazie ad un prestito ponte da parte dello Stato in attesa che i tre commissari, guidati la Luigi Gubitosi, trovino un nuovo partner o portino Alitalia alla liquidazione.

Il commissariamento si è reso necessario anche perché lo Stato si è rifiutato di intervenire direttamente nel salvataggio della compagnia. “Alitalia non verrà nazionalizzata” ha tuonato più volte il Governo, spinto più dai divieti europei che non da una presa di posizione politica. Ma se la strada principale per arrivare al traguardo è bloccata si può sempre cercare una via alternativa, per aggirare le regole sui salvataggi di Stato e prendere per il naso i contribuenti.

Il prestito ponte, indispensabile per la continuità operativa della compagnia di bandiera, è già un sentiero interessante. Dall’ipotesi iniziale di far sborsare allo Stato 3-400 milioni di prestito ponte, a cosa fatte scopriamo che in realtà il conto finale è salito a 600 milioni di soldi pubblici. Va bene. Il commissariamento prevede che nel giro dei famosi 6-9 mesi, trovata la soluzione per Alitalia qualunque essa sia, questi soldi dovranno tornare nelle casse dello Stato.

Chi vigilerà sul rimborso? Bella domanda. E un’altra bella domanda a cui pare che nessuno sappia rispondere è: ma gli altri prestiti ponte sono stati rimborsati? Nel 2008 quando Alitalia finì in crisi economica e poi venne salvata dai capitani coraggiosi di Silvio Berlusconi lo Stato erogò un prestito ponte di 300 milioni finito sotto la lente delle Corte di giusizia UE che alla fine lo giudicò legittimo. Non solo. Anche nel 2014 all’arrivo di Etihad lo Stato sborsò 200 milioni di prestito ponte per garantire l’attività dell’azienda arrivata un’altra volta ad avere la casse vuote e gli aerei senza carburante.

Questi soldi sono mai tornati nelle casse dello Stato? Chi può dirlo.

Spunta l’ipotesi integrazione Alitalia-FS

Ma il vero asso nella manica per portare a termine un altro salvatagio maldestro di Alitalia a spese dei contribuenti è Ferrovie dello Stato. L’ipotesi è lanciata dal quotidiano La Stampa che con l’articolo “I commissari: sì all’alleanza tra Alitalia e le Ferrovie” spiega la proposta del commissario Gubitosi. E così parte il pressing sull’amministratore delegato di FS Renato Mazzoncini che nelle scorse settimane, per la verità, aveva declinato l’invito. Ma la presa di posizione conferma che l’ipotesi è sul tavolo.

State attenti contribuenti italiani perché gli indizi ci sono tutti. Si sentono già le voci di coloro che lanciano l’allarme sulla svendita di Alitalia agli stranieri e invocano il salvataggio di Alitalia in nome della difesa dell’italianità, della difesa dell’onore della patria e chi più ne ha più ne metta.

Alla fine dei giochi Mazzoncini potrebbe essere convinto a portarsi a casa oltre ad ANAS anche Alitalia e ai contribuenti sarebbe rifilata la storia della “sinergia”, del sogno di creara un “polo integrato per la mobilità” che risolva tutti i problemi del trasporto pubblico. Fatto sta che il conto finale sarebbe a carico dello casse dello Stato (e quindi dei contribuenti) che ogni anno butta soldi nel calderone delle Ferrovie e dei cittadini che utilizzano treni, aerei o autostrade.

La conferma che l’ipotesi è in campo arriva da un altro strano caso: la proposta di nominare Mauro Moretti alla guida della squadra per il salvataggio di Alitalia. L’appello al Governo per la nomina di Moretti arriva dal quotidiano Milano Finanza che inspiegabilmente lancia questa campagna elettorale con tanto di sondaggio tra economisti, analisti e investitori. Tanto per chiarire Moretti – attualmente a spasso perché condannato a 7 anni per la strage di Viareggio, il disastro ferroviario del 2009 in cui morirono 32 persone – era l’ex AD di FS. Colui che, nel 2013 quando Alitalia era di nuovo sull’orlo del fallimento, propose il matrimonio con FS dettando però condizioni irricevibili per l’allora governo Letta che respinse l’ipotesi. Moretti voleva comprare Alitalia senza pagare un euro per le azioni; senza accollarsi i debiti; senza avere tra i piedi l’Antitrust; e ottenendo la cancellazione del volo Roma-Milano che sarebbe diventato a totale appannaggio di Trenitalia.

Magari in questi anni, Moretti ha avuto il tempo di mettere a punto un piano più equilibrato per le nozze Alitalia-FS, giusto in tempo per la nuova crisi della compagnia di bandiera. Lo schema è di quelli già visti e molto pericolosi: stiamo con gli occhi aperti e invochiamo la legittima difesa delle nostre tasche di fronte al rischi dell'ennesimo inutile spreco di soldi pubblici.