Alitalia: il no dei dipendenti al salvataggio è l'unica opportunità per ripartire

Alitalia
Alcuni aerei di Alitalia REUTERS/Alessandro Garofalo

Sindacati, politica, vertici aziendali sono "sconcertati" per l’esito del referendum tra i dipendenti Alitalia. La vittoria del “no” alla consultazione dei lavoratori della compagnia ha sbarrato la strada all’aumento di capitale da parte dei soci e spalancato quella del commissariamento, dello spezzatino e della liquidazione. Inutile però, stracciarsi le vesti. Il risultato del referendum era l’unico modo per tentare di salvare davvero Alitalia.

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Per l’ennesima volta nella sua storia infatti, la compagnia di bandiera si è trovata di fronte a un bivio: soccombere oggi, oppure farsi tappare un’altra falla e fallire domani. E’ una storia che si ripete con cadenza quasi regolare. Negli anni, lo Stato italiano ha dovuto sborsare circa 7,4 miliardi di euro per salvare Alitalia, o meglio per arrivare alla crisi successiva.

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Senza un mutamento profondo del business aziendale, senza una seria riduzione dei costi che vada ad incidere su tutte le voci di spesa e non soltanto sulle spalle dei lavoratori, senza un piano di rilancio credibile, Alitalia non farà altro che passare da una crisi all’altra bruciando intanto miliardi di soci e Stato italiano. Se in tutti questi anni, il tricolore ha continuato a solcare i cieli è stato grazie ai soldi degli italiani. Ma con le nuove regole europee che vietano gli aiuti di Stato ad aziende private, le casse pubbliche non possono più intervenire: Pantalone è morto e Alitalia è fallita. Forse è la strada giusta per farla rinascere.

Alitalia, un disastro all’italiana

 

Tutti sono responsabili, ad eccezione dei contribuenti italiani che hanno continuato a pagare per i salvataggi della compagnia di bandiera, senza nemmeno ricevere un biglietto Roma-Milano in omaggio. Anzi pagando anche la tassa aggiuntiva sui biglietti per il finanziamento degli ammortizzatori sociali.

 

E’ responsabile le politica che dai tempi della prima Repubblica sfrutta Alitalia per motivi politici, elettorali e personali, tanto poi pagano i cittadini. Sono responsabili i sindacati che negli anni hanno rigettato ipotesi di vendita e integrazione sempre convinti che male che vada interviene lo Stato. Sono responsabili i numerosi manager che negli anni non hanno fatto altro che accumulare perdite e farsi rubare da sotto al naso rotte e spazi dalle low cost con piani industriali poco credibili, ma assicurandosi sempre lauti stipendi.

Tutte queste responsabilità derivano dal vizio originale, quello che ha sempre caratterizzato la storia di Alitalia: la consapevolezza che dopo aver spolpato la compagnia, di fronte ad una nuova crisi, ci sarebbe sempre stato a disposizione il portafogli dello Stato, pronto ad intervenire per far sopravvivere il moribondo ancora un po'.

Oggi però, Pantalone non può intervenire. Le regole europee vietano allo Stato di salvare compagnie private in dissesto. Il concetto è stato ribadito più volte, nei giorni del referendum, dai membri del Governo che volevano far arrivare forte e chiaro il messaggio ai dipendenti Alitalia: questa volta non c’è un piano B, non c’è la mammella dello Stato pronta a nutrire il carrozzone.

Ma i dipendenti hanno deciso di non sottostare al ricatto, forse perché contrari a fare sacrifici, forse perché contrari a mettere una nuova toppa con la prospettiva di essere, a breve, sulla casella di partenza.

Cosa succede ora ad Alitalia

 

Con il voto contrario dei dipendenti Alitalia, salta la ricapitalizzazione da 2 miliardi (di cui 900 milioni di liquidità) messa a punto dai soci. Tra le condizioni poste come indispensabili per l’intervento delle banche c’era il via libera ai tagli al costo del lavoro e quindi all’accordo sottoscritto il 14 aprile tra Governo e sindacati.

 

All’indomani del risultato del referendum, i vertici dell’azienda hanno chiesto il commissariamento della società e la nomina di un o più commissari straordinari che traghettino Alitalia verso la vendita o la liquidazione. Nei prossimi giorni i soci della compagnia saranno chiamati a deliberare in proposito. Ad oggi Alitalia è controllata per il 49% da Etihad, il socio arabo che aveva promesso il rilancio entro il 2017, e CAI, il gruppo di capitani coraggiosi di cui, fanno parte con il 32% Intesa Sanpaolo e Unicredit, le banche che non vogliono più buttare soldi in Alitalia.

Si va verso un periodo di 6 mesi di amministrazione straordinaria finanziata con un prestito ponte dello Stato, previo accordo con l’UE. Il commissariamento azzererà il capitale e i commissari gestiranno i debiti con scarse possibilità di rimborso. Il periodo transitorio di 6 mesi si chiuderà con la vendita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione della società.

Una nuova vita per Alitalia?

 

Siamo arrivati al triste epilogo di un pasticcio all’italiana. Il voto dei lavoratori, però, ha evitato il ripetersi per l’ennesima volta del solito errore: buttare soldi in un baraccone che non sta in piedi se non con la bombola di ossigeno perennemente attaccata. Avere una compagnia di bandiera che porta il tricolore nei cieli del mondo è motivo di profondo orgoglio, ma questo non può avvenire a qualunque prezzo. Un’azienda privata deve essere in grado di stare sul mercato, se le condizioni non ci sono è bene prenderne atto.

 

Scampato l’ennesimo salvataggio inutile, è ora di guardare oltre. Il commissariamento potrebbe aprire la strada alla rinascita di Alitalia, oppure alla liquidazione. Sarebbe il fallimento di una società privata che perde 700 milioni all’anno, circa 2 milioni al giorno, un esito triste, ma come ne abbiamo visti a migliaia negli anni della crisi economica.

Per i prossimi sei mesi il commissario dovrà garantire l’equilibrio gestionale della compagnia, tagliando rotte e costi. In questa fase si sciolgono tutti gli onerosi contratti di fornitura, tutte le sinergie e le alleanze con i loro scarsi risultati.

Negli anni d’oro e della gestione politico-clientelare di Alitalia, la compagnia ha sottoscritto contratti onerosi di fornitura di beni e servizi che secondo alcuni erano il vero freno al ritorno alla redditività dell’azienda. Il commissariamento è l’occasione per azzerare tutto, per sciogliere contratti, tagliare i rami secchi, ridurre i costi. Alitalia ha la possibilità di diventare una compagnia più piccola, snella ed economica, e potrebbe far gola ad altri attori internazionali. Alla fine, proprio dal rifiuto al salvataggio, potrebbe partire la rinascita di Alitalia.