Alitalia: la maledetta difesa dell'"italianità" farà guadagnare solo arabi e manager

Alitalia, lavoratore
Un lavoratore di Alitalia passa si fronte ad una manifestazione di protesta organizzata da suoi colleghi, davanti un terminal dell'aeroporto di Fiumicino REUTERS/Remo Casilli

Alitalia è stata commissariata. Saltato il piano di ricapitalizzazione con la bocciatura da parte dei dipendenti dell’accordo sindacati-Governo, non restava che l’opzione commissariamento. L’assemblea dei soci infatti, ha confermato l’indisponibilità a percorrere altre strade ed ha approvato la richiesta di commissariamento inviata al Governo.

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Da Palazzo Chigi sono così arrivati tre commissari e 600 milioni di euro di prestito ponte utile a rimpinguare le casse di Alitalia, in difficoltà nel pagamento degli stipendi e del carburante per gli aerei.

Come abbiamo già raccontato la vicenda Alitalia è un chiaro esempio di pasticcio all’italiana. Una compagnia aerea salvata tante e tali volte da non riuscire più a tenere il conto: un’azienda bollita tenuta in vita artificialmente per anni, a spese dello Stato, con la scusa della difesa dell’italianità. In realtà Alitalia è stata per anni il giocattolino dei politici, il poltronificio utile a sistemare gli amici degli amici e anche Etihad, la compagnia emiratina che voleva rilanciare Alitalia, ha clamorosamente fallito. Nonostante questo però, gli arabi hanno comunque trovato il modo di guadagnare dalla vicenda Alitalia, un po’ come la collezione di manager che ha affondato la compagnia, ma mettendosi in tasca laute buonuscite.

A conti fatti l’unico vero perdente è lo Stato per il quale i salvataggi di Alitalia sono costati oltre 7 miliardi di euro e oggi altri 600 milioni di prestito ponte che la compagnia dovrebbe restituire entro un anno. Nei prossimi 6-9 mesi si deciderà il futuro della compagnia di bandiera, le ipotesi sul tavolo sono numerose – dallo spezzatino, alla liquidazone, passando per la cessione – ma la cosa importante è che il Governo ha ribadito che non ha intenzione di nazionalizzare la compagnia.

Il tramonto di Alitalia

I dipendenti hanno parlato: l’accordo tra Governo e sindacati su esuberi e tagli agli stipendi è stato bocciato con ampia maggioranza. Di fronte all’ennesima crisi economica di Alitalia, la dirigenza ha presentato un piano industriale di rilancio che passava però, per il rifinanziamento delle casse della compagnia per circa 2 miliardi. I soci e le banche creditrici hanno posto come condizione indispensabile per versare altre risorse il via libera ad un piano ambizioso di taglio dei costi e quindi del personale. Ma i dipendenti dicendo “no” all’accordo hanno fatto saltare il piano. Senza prospettive di rilancio e con le casse vuote, Alitalia non ha potuto far altro che chiedere il commissariamento ed evitare così la paralisi.

Alitalia: commissari e prestito ponte

La continuità aziendale di Alitalia sarà garantita da un collegio di tre commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari e un prestito ponte erogato dallo Stato. L’amministrazione straordinaria dovrebbe durare 6-9 mesi, nel corso dei quali i tre commissari dovranno scrivere l’ultimo capitolo della crisi Alitalia.

Con un decreto approvato d’urgenza, il Governo ha già concesso un prestito ponte erogato a condizioni di mercato, ovvero mille punti sopra il tasso Euribor. Il prestito ponte, come previsto dalla discisplina europea sugli aiuti di Stato, dovrà essere rimborsato entro sei mesi dall’erogazione, con priorità rispetto a ogni altro debito della procedura.

Per quanto riguarda le coperture i 600 milioni arrivano: 300 milioni dalla manovrina in cui era già stata inserita un emendamento ad hoc per la ricapitalizzazione di Invitalia e altri 300 milioni dal Fondo per le garanzie statali. Questa seconda parte di risorse però, è assicurata per il 2017, ciò significa che se il rimborso non dovesse arrivare entro fine anno per il 2018 sarà necessario trovare una nuova copertura in termini di indebitamento netto nella legge di bilancio per il 2018.

Alitalia: il futuro della compagnia di bandiera

Il prestito statale garantisce la continuità aziendale: gli aerei potranno decollare e le casse di Alitalia saranno in grado di pagare gli stipendi. Ma superati i mesi di amministrazione controllata quale sarà il destino della compagnia? Ad oggi è difficile dirlo. L’unica certezza, ribadita più volte dal Governo è che Alitalia non sarà nazionalizzata, nonostante l’idea continui a stuzzicare la fantasia di qualche masochista. Esclusa la nazionalizzazione, tutte le altre possibilità dovranno essere valutate attentamente.

C’è l’ipotesi spacchettamento o la vendita di singoli asset: se per esempio gli immobili in mano ad Alitalia sono pochi e poco attraenti, al contrario le altre compagnie sono già in fila per accaparrarsi eventuali slot o tratte messe in vendita.

Sul tavolo anche l’ipotesi, abbastanza remota per la verità, che qualcuno si voglia comprare la compagnia in blocco. Nei giorni scorsi le chiacchiere sull’interesse della tedesca Lufthansa sono state presto smentite dalla compagnia stessa.

Il Governo preme per una soluzione basata sull’ingresso di un nuovo socio forte interessato a subentrare nell’azionariato di Alitalia, una volta ripulito il bilancio dai vecchi debiti. Infine se le altre alternative non dovessero trovare riscontro nella realtà, Alitalia non potrebbe che finire in liquidazione.

Alitalia: vincitori e perdenti

Come in tutti i fallimenti aziendali c’è chi perde e chi vince sempre e comunque. Nella storia di Alitalia sappiamo, per esempio, che lo Stato ha perso oltre 7,4 miliardi di euro a cui ora si aggiungono altri 600 milioni che però, saranno restituiti. Al contrario la politica ha avuto solo da guadagnare da Alitalia: il prestigio di avere una compagnia di bandiera; l’opportunità di farsi una rotta ad hoc per le proprie esigenze di vita e lavoro; la disponibilità di un poltronificio che fa sempre comodo in campagna elettorale.

Secondo una ricostruzione del Sole 24 Ore, anche Etihad, in apparenza la grande sconfitta di questa storia, pare averci guadagnato. Facendo due conti in tasca agli arabi, emerge che a fronte delle spese per il risanamento di Alitalia, Etihad ha anche predisposto strumenti di guadagno in modo da mettere al sicuro il proprio investimento. Etihad ha comprato il 49% di Alitalia per circa 380 milioni. Altri 60 milioni sono andati per rilevare 5 slot per volare da Fiumicino a Londra: un tesoro che comunque vada la vicenda Alitalia resterà in mano agli arabi. Etihad ha anche rilevato il programma Mille Miglia che rappresenta un enorme database commerciale nella mani degli arabi e infine altri incassi sono legati al code sharing, ovvero i pagamenti provenienti dalle tratte fatte in condivisione da Etihad e Alitalia. Insomma, tra il programma Mille Miglia, gli slot e il code sharing l’investimento di Etihad in Alitalia non sarebbe una rimessa totale.

Alla fine dei conti quindi, tutti i protagonisti di questa vicenda hanno avuto il modo di sfruttare Alitalia per il proprio tornaconto: l’unico vero perdente è lo Stato, cioè tutti i contribuenti che hanno pagato miliardi per garantire l’ossigeno alla compagnia di bandiera. E speriamo che questa sia – davvero - l’ultima volta.