Alitalia, si apre la settimana decisiva: senza ok al piano industriale sarà paralisi e commissariamento

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Alcuni aerei di Alitalia REUTERS/Alessandro Garofalo

Si apre la settimana decisiva per Alitalia. La scorsa settimana il consiglio di amministrazione riunito per licenziare il piano industriale si è chiuso con un niente di fatto per la perplessità dei soci che dovrebbero iniettare quasi un miliardo di euro nella casse di una società allo stremo delle forze. Per martedì è in programma un nuovo CDA dal quale dovrebbe uscire il documento ufficiale per il salvataggio e il rilancio della compagnia di bandiera.

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I numeri intorni ai quali ruota il futuro di Alitalia sono quelli della liquidità necessaria – circa 900 milioni – e degli tagli alle spese e degli esuberi – si parla di un miliardo di tagli entro il 2019 e almeno 2mila licenziamenti, ma potrebbe essere anche di più. Se il piano industriale non sarà abbastanza convincente su questi due fronti, azionisti di peso come Unicredit, Generali e Intesa potrebbero tirarsi indietro. Senza un accordo, per Alitalia non resta che il commissariamento pubblico e il risanamento forzato. Le casse della compagnia stanno raschiando il fondo, le risorse bastano per far decollare aerei fino al massimo a metà aprile.

Intanto nei giorni scorsi Alitalia ha annunciato che dal 27 marzo la compagnia interromperà i voli per Reggio Calabria, 56 voli settimanali con Fiumicino, Linate, Torino perché in perdita netta. Che sia l’inizio della fine?

Le tappe precedenti

Alitalia è una di quelle storie italiane in cui una situazione di crisi, mai davvero risolta, si incancrenisce fino a diventare una voragine di soldi pubblici e privati buttati. Chiusa in modo maldestro una falla, poco dopo se ne apre un’altra.

E così dal tentativo matrimonio con la francese Air France sostenuto dal Governo Prodi, al maldestro salvataggio dei capitani coraggiosi fortemente voluti da Silvio Berlusconi nel 2008 fino all’arrivo dal Cavaliere bianco Etihad i salvataggi di Alitalia sono un copione che si ripete. A pagarne le spese più ingenti sono state la casse pubbliche italiane che si sono accollate il salvataggio della compagnia di bandiera e il costo dei lavoratori, per un conto complessivo di circa 7 miliardi di euro.

Etihad guidata da Jams Hogan aveva promesso che con una cura di tre anni e decine di milioni di investimento Alitalia sarebbe tornata alla redditività nel 2017. Ma il piano di salvataggio è stato l’ennesimo flop.

Il problema di base è che Alitalia è una compagnia in perenne perdita, con un bilancio in profondo rosso e scarsi ricavi a fronte di costi ingenti. E nonostante l’impegno dei Etihad ad oggi Alitalia è di nuovo sull’orlo del fallimento. Così la strada del commissariamento o della bancarotta è sempre più vicina. Un déjà vu che riporta la memoria al 2008 quando furono emanate nuove norme in materia di riforma delle procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi proprio per andare in soccorso della compagnia di bandiera.

Alitalia: salvataggio appeso al piano industriale

L’approvazione del nuovo piano industriale era attesa per la scorsa settimana, ma il consiglio di amministrazione si è chiuso con molti discorsi, ma pochi fatti. Il CDA, ha spiegato una nota della compagnia che si è riunita nella sede di Unicredit, ha fatto una prima, approfondita analisi del piano di rilancio che il board "ha giudicato serio e realistico". Il CDA "si è detto in linea con gli obiettivi del piano stesso, aprendo la strada a una finale approvazione da parte del consiglio di amministrazione atteso per la prossima settimana".

Si prende ancora tempo sul piano industriale perché, in realtà, manca l’accordo con i soci sul capitale necessario e i tagli ai costi. Il fatto che il CDA si sia riunito nella sede di Unicredit, in questo senso, è molto indicativo. A conti fatti Alitalia ha bisogno di almeno 900 milioni di euro di rifinanziamento, in tempi brevi, perché le casse della compagnia hanno i giorni contati. Ma chi li deve tirare fuori tutti questi soldi?

L’operazione di rifinanziamento è ipotizzata su un doppio binario: versamento di nuove risorse e conversione in azioni di crediti delle banche. Ad oggi Alitalia è per il 49% di Etihad e per il 51% di Midco, società di CAI, la compagnia di capitani corraggiosi voluta da Berlusconi per evitare che la compagnia di bandiera finisse in sposa a Air France.

A sua volta, CAI ha come soci privilegiati UniCredit con il 32,79% e Intesa con il 32,02%. Com quote minori figurano anche la Popolare di Sondrio (12,40%), Atlantia (7,63%), MPS (3,14% ma ha altro a cui pensare), Poste (2,75%, ha già detto no al rifinanziamento) e altri micro azionisti.

Le banche più esposte sono Unicredit e Intesa Sanpaolo, nelle loro mani, in pratica c’è il futuro di Alitalia. Per mettere mano al portafoglio, le banche hanno messo dei paletti ad Alitalia sul piano industriale e in particolare sul taglio dei costi. Si parla di circa un miliardo di risparmi entro il 2019 e circa 2mila esuberi, ma il numero potrebbe anche salire.

Se questa settimana i vertici di Alitalia e Etihad riusciranno a convincere le banche ad imbarcarsi nuovamente per il salvataggio della compagnia, la prima cosa da fare sarà il versamento pro quota da parte degli azionisti dei 900 milioni necessari per scampare lo stallo della compagnia. In questo caso 450 milioni arriverebbero da Unicredit e Intesa (anche tramite conversione di crediti in azioni) e una parte, gli altri 450 milioni arriverebbero da Etihad.

Alla guida delle operazioni finanziarie potrebbe arrivare a breve Luigi Gubitosi: già la scorsa settimana si parlava delle sua nomina a presidente operativo. Ex amministratore delegato di Wind e della Rai Gubitosi potrebbe guidare il salvataggio di Alitalia in tandem con Cramer Ball attualmente AD di cui Etihad non vuole fare a meno.

Il manager italiano potrebbe riuscire a convincere le banche italiane a dire sì al rifinanziamento e al piano industriale che poi dovrebbe passare al vaglio del Governo e dei sindacati. Non dimentichiamo che licenziamenti ed esuberi andrebbero a pesare sulle casse dello Stato, secondo un copione già visto e rivisto. Il punto è che tutti questi nodi vanno sciolti alla svelta, per questo i prossimi giorni saranno cruciali per i destino di Alitalia, senza l’ok al rifinanziamento la compagnia rischia la paralisi operativa e il commissariamento.