Alitalia: vendesi compagnia aerea bollita che perde 2 milioni al giorno. Ipotesi spezzatino è la più quotata

Alitalia, lavoratore
Un lavoratore di Alitalia passa si fronte ad una manifestazione di protesta organizzata da suoi colleghi, davanti un terminal dell'aeroporto di Fiumicino REUTERS/Remo Casilli

Il bando è pubblicato: venghino signori venghino. L’Italia mette in vendita uno dei gioielli di famiglia, una di quelle società che rappresentano l’italianità nel mondo, per le quali le casse pubbliche sono state disponibili a pagare più di una volta, con un conto che supera i 7 miliardi.

Ad oggi però, Alitalia è tornata sull’orlo del fallimento e ha bisogno di un nuovo Cavaliere bianco. Nella tarda serata di mercoledì 17 maggio il Governo Gentiloni ha dato il via libera alla pubblicazione del bando che prevede la cessione di Alitalia all’ennesimo investitore coraggioso.

L’operazione probabilmente non sarà una passeggiata. Il bando infatti, mette in vendita una compagnia area che perde 700 milioni all’anno, 2 milioni al giorno, 80mila all’ora, con contratti di fornitura onerosi, una posizione sul mercato confusa e dipendenti poco propensi ad approvare accordi per esuberi e tagli allo stipendio. Un’offerta poco appetitosa.

Il bando indica tra strade per il futuro di Alitalia: la cessione in blocco (a chi?), la ristrutturazione (pagata da chi?) o il cosiddetto spezzatino, cioè lo smembramento della carcassa, l’ipotesi più plausibile, ma anche la meno voluta dall’Italia.

SEGUICI SU FACEBOOK  E SU TWITTER

Alitalia: breve storia triste

Riassumendo brevemente le puntate precedenti emerge il quadro di una compagnia area di bandiera salvata mille volte, ma mai davvero messa in sicurezza. Dopo i capitani coraggiosi e l’intervento del Cavaliere bianco Etihad, Alitalia è ad oggi un’azienda bollita. Alti costi di servizio, scarsa redditività, costante perdita di posizioni sul mercato (anche interno) e una voragine nei conti che vale circa 2 milioni di perdite al giorno.

L’ipotesi di ricapitalizzare Alitalia tramite aumento di capitale sottoscritto dagli attuali soci si è scontrata con l’indisponibilità dei dipendenti a fare i sacrifici richiesti. Le banche azioniste di Alitalia avevano infatti posto due condizioni: avere garanzie pubbliche sul piano (che sarebbero arrivate tramite CDP o meglio Invitalia) e una forte riduzione del costo del lavoro.

L’accordo preliminare sottoscritto dalle parti sociali e dal Governo prevedeva esuberi e un taglio degli stipendi di circa l’8%. Ma l’intesa è caduta dopo il referendum tra i dipendenti che hanno bocciato sonoramente l’accordo.

A quel punto le banche si sono tirate indietro e Alitalia è stata commissariata. I tre commissari ora hanno 6-9 mesi di tempo per trovare una soluzione per la compagnia di bandiera oppure per accompagnarla verso la liquidazione.

Il bando: cercasi acquirente disperatamente

Venghino signori venghino. Gli investitori interessati hanno tempo fino al 5 giugno per presentare le manifestazioni di interesse per l’acquisto in toto e in parte di Alitalia.

Una volta esaminate le manifestazioni di interesse verrà aperta la Data Room, (cioè i 'luoghi' nei quali un venditore deve rivelare all'ipotetico acquirente informazioni ritenute 'confidenziali' che riguardano il bene in vendita) dopo di che sarà il momento delle offerte non vincolanti. Successivamente, si dovrebbe aprire l'eventuale gara con la valutazione delle migliori offerte e l'ultimo step sarà quello delle offerte vincolanti a ottobre.

L’iter quindi durerà oltre sei mesi, un lasso di tempo durante il quale, è probabile, ne vedremo delle belle. Commissari e politica infatti, auspicano che non si arrivi allo spezzatino di Alitalia, cioè la vendita della compagnia a pezzi: immobili, slot, aerei. Sarebbe la soluzione più drastica per la società, porterebbe alla morte della compagnia di bandiera e alla corsa da parte dei competitor ad accaparrarsi un pezzo e un altro del vecchio tricolore.

Forse è la soluzione meno gloriosa per Alitalia, ma allo stesso tempo è anche la più probabile. Le altre due, al momento, sembrano strade davvero in salita. La prima, la ristrutturazione aziendale è quelle tentata negli ultimi mesi. Le banche hanno già buttato abbastanza soldi nella compagnia di bandiera e senza i presupposti richiesti (taglio del personale e garanzie pubbliche) non faranno le corse per partecipare alla ristrutturazione. Potrebbero arrivare altri soci, ma resta il fatto che servono circa 2 miliardi per rimettere Alitalia in carreggiata e non sarà facile trovare qualcuno disposto a partire per questa avventura.

Nelle scorse settimane è spuntata fuori l’ipotesi di arrivare all’integrazione Alitalia-Ferrovie dello Stato, un altro modo per rimettere il conto dell’ennesimo salvataggio ai cittadini. FS che sta comprando ANAS potrebbe mettere anche le mani sulla compagnia di bandiera per creare un polo nazionale integrato di trasporto aereo, autostradale e ferroviario, ma prima sarà comunque necessario trovare i soldi per ripianare i debiti e finanziare il rilancio.

La seconda ipotesi vede l’acquisto in toto della compagnia. In Italia non ci sono investitori in grado di sostenere l’acquisto e il rilancio della compagnia a meno che non si crei una cordata, sullo stile di quella dei Capitani coraggiosi voluta dall’ex premier Silvio Berlusconi. Arriverà una cavaliere straniero? Impossibile. Le regole europee prevedono che un’azienda extra-europea possa entrare in una compagnia aerea dell’UE al massimo con il 49% della società (come ha fatto ai tempi Etihad). Un possibile investitore straniero dovrebbe quindi rapportarsi ad un socio che detenga la maggioranza di Alitalia.

Si potrebbero creare sinergie tra investitori italiani, altri vettori europei come Ryanair o Lufthansa ed eventuali soci extra-UE come arabi o cinesi. Insomma il puzzle su Alitalia è fatto di tanti tasselli che nei prossimi sei mesi dovranno andare al loro posto altrimenti per la compagnia resterà solo l’ipotesi liquidazione.