Alitalia: vincono i sindacati. Ora il destino della compagnia (e dei soldi pubblici) è nelle mani delle banche

Alitalia
Alcuni aerei di Alitalia REUTERS/Alessandro Garofalo

Hanno vinto i sindacati. Il Governo aveva indicato il 13 aprile come ultimo giorno per la firma dell’accordo (o pre-accordo) su Alitalia che è arrivato puntuale nella notte, insieme all’ultimo granello di sabbia della clessidra.

Ridotti gli esuberi, aumentati gli ammortizzatori sociali e drastico ridimensionamento dei tagli sul costo del lavoro: per non essere costretti a commissariare Alitalia, i ministri Poletti e Delrio hanno chinato la testa di fronte all’esercito di sindacalisti presenti al tavolo. Alitalia e sindacati hanno trovato la quadra sul piano di riduzione dei costi perché come ha detto lo stesso Poletti il Governo “mette a disposizione gli ammortizzatori sociali che hanno consentito di trovare gli equilibri necessari”. Tradotto: il salvataggio di Alitalia, se arriverà davvero al traguardo, sarà grazie alle risorse provenienti dalle casse dello Stato. Opzione che inizia davvero a stufare tutti.

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Il “se” comunque è ancora d’obbligo. L’accordo con i sindacati era un passaggio indispensabile per arrivare al salvataggio, ma non il più cruciale. Il vero problema della compagnia infatti è la cassa vuota e la necessità di avere liquidità al più presto per garantire gli stipendi e l’attività degli aerei. Il “sì” più atteso in questa vicenda senza fine è quello delle banche, soprattutto Unicredit e Intesa, che devono accettare di partecipare alla ricapitalizzazione della compagnia buttando altri soldi nel calderone Alitalia. Le condizioni poste dalle banche sono due: un piano lacrime e sangue di riduzione dei costi di Alitalia e la garanzia statale sul piano. Tramontata l’ipotesi di intervento da parte di CDP (che per Statuto non può entrare in aziende in crisi) spunta ora Invitalia, altra società del Tesoro che potrebbe scendere in campo per rassicurare le banche.

Insomma è probabile che alla fine dei conti, come sempre, si trovi il modo di salvare Alitalia, almeno fino alla prossima crisi. Ma ogni volta si fa più insistente la scomoda domanda: sì, ma a che prezzo?

Alitalia, un’azienda “speciale”


Della serie di salvataggi che hanno interessato Alitalia abbiamo già detto più volte. Per quanto il “salvataggio” di un’azienda in crisi e quindi dei suoi dipendenti sia di per sè una cosa positiva, l’accanimento terapeutico e lo spreco di denaro pubblico sono però un’altra cosa.

Nei precedenti salvataggi della compagnia, lo Stato è sempre intervenuto con ammortizzatori sociali e altre misure per agevolare l’investimento di imprenditori o altre aziende private che pretendevano un taglio dei costi del lavoro.

Mediobanca ha calcolato che dal 1974 al 2014 Alitalia è costata alle casse dello Stato, cioè a tutti i contribuenti italiani, 7,4 miliardi di euro. La compagnia di bandiera nel 2004 aveva 22mila dipendenti, oggi ne ha 13mila. Ad ogni salvataggio quindi è stato tagliato il numero dei dipendenti che hanno pagato un prezzo personale per il salvataggio di Alitalia, ma non va dimenticato che grazie ai superammortizzatori sociali (che durano più del solito, fino a 7 anni) pagati con le tasse dei contribuenti e il contributo dei viaggiatori, ne sono usciti sicuramente meglio di molti altri lavoratori. Il punto è che se la legge è uguale per tutti, per Alitalia è sempre stata più uguale che per gli altri.

L’Italia purtroppo è il Paese dei figli e dei figliastri. Migliaia di lavoratori lasciati a casa dalle aziende in crisi nemmeno si sognano il sostegno economico garantito dallo Stato ai dipendenti Alitalia. In nome della difesa dell’italianità a tutti i costi e per il “peso” politico che il caso Alitalia ha sempre avuto in questo Paese, i salvataggi di un’azienda privata sono troppo spesso ricaduti sulle spalle di tutti i cittadini con una mancanza di equità rispetto ad altre crisi aziendali che è sempre più evidente e, diciamolo, fastidiosa.

Alitalia appesa alle banche


Ma torniamo all’accordo tra Alitalia e i sindacati. Brevemente: gli esuberi del personale a tempo indeterminato scendono da 1.338 a 980 con lo stop ai progetti di esternalizzazione della manutenzione e grazie alla cassa integrazione straordinaria; l’attivazione di programmi di politiche attive del lavoro e incentivi all’uscita. Previsti anche esodi incentivati da buonuscita per piloti ed assistenti di volo. I contratti di solidarietà andranno avanti fino al settembre 2018 e poi saranno valutate ipotesi "di trasformazione del part-time in base alle esigenze aziendali". Il taglio delle retribuzioni passa dal 30% all’8% con margini per ritornare agli attuali livelli "a fronte di un biennio continuativo di Ebitda positiva e non prima del 2022". Il pre-accordo ora deve passare all’approvazione da parte dei dipendenti e poi, nel caso, alla fine definitiva.

Parallelamente proseguono le trattative per il vero tasto dolente, quello finanziario. La casse di Alitalia sono vuote e la compagnia è sull’orlo della paralisi: il conto delle risorse necessario è salito a quasi 2 miliardi di cui circa 900 di liquidità immediata per dare ossigeno ai conti. Etihad, ovviamente, è pronta a fare la sua parte, pro-quota per il suo 49% della società, ma le banche azioniste sono molto meno convinte.

Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno condizionato il rifinanziamento di Alitalia all’accordo con i sindacati sui tagli del personale e dei costi, ma vogliono anche una garanzia pubblica per coprire i rischi che il piano industriale di Alitalia non dia i risultati promessi, cioè l’utile operativo a fine 2019. Le banche, in modo particolare l’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, non hanno fiducia nella buona riuscita del piano. Il timore è che senza una riduzione seria di costi – che non sono solo gli stipendi dei dipendenti, ma soprattutto gli accordi onerosi con i fornitori – e un business plan per attirare clienti, tra un anno saremo di nuovo punto e a capo. Ma dopo aver buttato altri milioni sonanti in Alitalia.

Per questo la garanzia statale è indispensabile per le banche. L’ipotesi CDP è tramontata per la clausola (per fortuna che c’è) dello Statuto che vieta alla Cassa di entrare in aziende in crisi economica mettendo a repentaglio il risparmio postale degli italiani. Ma il Governo potrebbe tirare fuori il jolly Invitalia, cioè l’Agenzia per l’attrazione degli investimenti di proprietà del ministero dell'Economia. Ormai è questa l’unica strada da seguire. Sulla quale però, anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia sembra avere dubbi: “Speriamo che faccia i conti sulle sue potenzialità e non scarichi poi sulla collettività le anomalie di società privata” è il commento.

Insomma l’impressione è che alla fine tutti i tasselli – accordo Alitalia-Governo-sindacati, garanzia dello Stato, sì delle banche – andranno al loro posto. La compagnia di bandiera sarà salvata per l’ennesima volta con soldi privati e risorse dei cittadini: non ci resta che sperare che sia davvero l’ultima.