Alzare l'IVA per tagliare il costo del lavoro? Torna in ballo l'eterno dilemma. Ecco pro e contro del baratto

Padoan
Pier Carlo Padoan REUTERS/Tony Gentile

Aumento dell’IVA o taglio del cuneo? Questo è il dilemma. Dare retta al Renzi pensiero o fare quanto consigliato da UE e OCSE da anni? Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sembra essersi svegliato dal torpore dei mille giorni di Governo Renzi e di aver iniziato a riflettere sulle necessità del Paese.

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Durante le feste pasquali infatti, un’intervista del Messaggero, ha riaperto il dibattito sull’ipotesi di tassare i consumi per alleggerire lavoratori e imprese. E pare sia caduto anche il tabù delle clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’IVA a partire dal primo gennaio 2018. Nel DEF si dice che il Governo vuole disinnescare le clausole di salvaguardia e rimanda alla legge di stabilità il compito di trovare i 19,5 miliardi necessari.

Ma se invece, Padoan usasse quei soldi per tagliare il cuneo fiscale? Dal primo gennaio aumenterebbe l’IVA al 10 e quella al 22%, ma allo stesso tempo le imprese sarebbero incentivate ad assumere e i lavoratori si troverebbero più soldi in tasca.

Il punto di partenza è la necessità - ribadita per la centesima volta dell’UE e comprovata anche dall’ultima analisi dell’OCSE – di tagliare il cuneo fiscale. Sul punto il ministro Padoan sembra finalmente aver avuto un’illuminazione. Per fare ripartire l’occupazione e le assunzioni, non servono bonus mirati e a scadenza, ma un taglio il più possibile ampio e strutturale del cuneo fiscale. Alleluja. Il problema, al solito, è la copertura economica di un’operazione che se fatta come si deve porterà via diversi miliardi.

Per questo Padoan propone una sorta di baratto. Alzare l’IVA, quindi andare ad incidere sui consumi, per tagliare il cuneo fiscale e spingere l’occupazione. Perché le tasse, ci insegnano gli economisti, non sono tutte uguali e pesano in modo diverso sull’economia di un Paese. L’idea ha indiscutibili lati positivi, più dal punto di vista economico che politico. Alzare l’IVA mentre si va verso le elezioni è un po’ come darsi la zappa sui piedi e mettere un jolly nella manica degli avversari politici. Nei mesi che mancano per la scrittura della legge di stabilità, prevarrà il Padoan tecnico, ex economista dell’OCSE oppure il Padoan politico che segue le indicazioni di partito? Intanto vediamo lati positivo e negativo dell’ipotesi sul tavolo.

Taglio del cuneo fiscale: lati positivi

Il taglio del cuneo fiscale è da anni il pallino di autorità internazionali e osservatori politici. L’UE per esempio è stata contraria all’abolizione delle tasse sulla prima casa, valida indistintamente per tutti, perché convinta della necessità di aumentare la tassazione sul patrimonio per alleggerirla sul lavoro. Ai tempi però, il ministro Padoan, in balìa del premier Renzi, andò avanti dritto con l’abolizione della Tasi per tutti.

Oggi anche Padoan sembra aver realizzato che la priorità del Paese è il taglio del cuneo fiscale. E non sotto forma di bonus triennali come quelli voluti dall’ex premier Renzi.

Come abbiamo detto mille volte, la decontribuzione introdotta nel 2015 è servita soltanto a buttare oltre 10 miliardi di euro, a dopare i dati sul mercato del lavoro per un anno, senza però dare frutti reali sul fronte dell’occupazione stabile. Finiti gli sgravi infatti, i contratti a tempo indeterminato sono crollati e siamo tornati al punto di partenza, ma con 10 miliardi in meno in saccoccia.

Sul punto, di recente, è intervenuta anche l’OCSE. In un rapporto sulla fiscalità dei Paesi europei risulta che le tasse in busta paga pesano in Italia il 47,8% contro una media OCSE del 36% e che in Italia i contributi sociali pesano per il 13% del PIL e il loro peso a carico dei datori di lavoro è tra i più alti dei paesi occidentali.

Per tentare una previsione Il Sole 24 Ore ha formulato alcune ipotesi. Prendiamo ad esempio un lavoratore con 23mila euro all’anno di lordo: per l’azienda costa oltre 30mila euro all’anno e il lavoratore ha uno stipendio netto di 17.500 euro con una differenza del 23,9% e un cuneo fiscale calcolato rapportando il costo totale dell’azienda al netto in busta paga al 41,7%.

Con una riduzione del 3% del cuneo fiscale (2/3 a favore dell’azienda e un 1/3 del dipendente) si avrebbe: un risparmio di 151 euro per il lavoratore (che se li trova in più in tasca), di 461 per il datore di lavoro e la differenza tra lordo e netto calerebbe al 23,2%.

Mentre con una riduzione del 5% (metà al lavoratore e metà all’azienda) il risultato sarebbe: un risparmio di 380 euro per il dipendente e 576 per l’azienda e una differenza tra lordo e netto al 22,2%. Per farlo però, sono necessari diversi miliardi che non abbiamo. Li avremmo se non avessimo chiesto in ginocchio all’Europa flessibilità di bilancio per poi buttare via miliardi nell’abolizione delle tasse sulla prima casa anche per i ricchi e nella decontribuzione triennale. Per trovare le risorse quindi l’unica strada da seguire rischia di essere l’aumento delle tasse.

Alzare l’IVA: lati negativi

Per tagliare il cuneo fiscale si ipotizza l’aumento dell’IVA. Ad oggi in Italia ci sono tre aliquote IVA: la super ridotta al 4% (per pane, pasta verdure, giornali e generi alimentari di prima necessità); ridotta al 10% (energia, trasporti, farmacie, carne, pesce, alberghi, bar, ristoranti, teatri) e quella ordinaria al 22% (tutti i beni e servizi esclusi dalle aliquote ridotte).

L’ipotesi prevede di alzare l’IVA ridotta dal 10 al 13% incassando quindi 7 miliardi aggiuntivi. A questa si aggiungono altre due ipotesi che riguardano l’IVA ordinaria: alzandola dal 22 al 25% il gettito aumenta di 12,3 miliardi e poi al 25,9% il gettito sarebbe di altri 3,7 miliardi.

Per alzare l’IVA in realtà il Governo non dovrebbe far altro che lasciare che entrino in vigore le clausole di salvaguardia (13% la ridotta e 25% l’ordinaria) che valgono oltre 19 miliardi. E con questo malloppo risparmiato tagliare il cuneo. La conseguenza negativa però, sarebbe il rischio di affossare i consumi: questo dal punto di vista prettamente economico, mentre sul fronte politico sarebbe un jolly nella manica delle opposizioni. L’aumento dell’IVA (dal quale nessuno può sfuggire) è sempre stato argomento caldo delle campagne elettorali; per questo tutti gli ultimi governi si sono impegnati per disinnescare le clausole di salvaguardia.

L’aumento dell’IVA però potrebbe piacere all’UE che chiede da anni lo spostamento della pressione fiscale dal lavoro ai consumi. Anche in questo caso Padoan potrebbe fare un baratto: aumentare l’IVA e tagliare il cuneo in cambio di altra flessibilità per fare le riforme strutturali che significa non dover tagliare il rapporto deficit/PIL come promesso dall’Italia. Questo darebbe a Padoan altri margini di manovra in occasione della legge di bilancio per il 2018.

In sostanza, il taglio del cuneo fiscale è una misura necessaria che, comunque vada, sarà fatta sempre troppo tardi. E se per tagliare il cuneo fiscale sarà necessario aumentare l’IVA la colpa sarà dei governi che hanno buttato via tempo e miliardi piegando la politica economica del Paese a fini puramente elettorali.