Anche se abbiamo la data, il referendum sui voucher non si farà

Susanna Camusso, segretario Cgil
Susanna Camusso, segretario Cgil Reuters

Il Consiglio dei Ministri ha deciso la data del referendum promosso dalla CGIL su voucher e appalti. Si voterà il 28 maggio, forse. Già perché nonostante il giorno sia già stato stabilito e l’annuncio sia stato dato in pompa magna non è detto che la consultazione si tenga davvero, dato che il Governo sta lavorando per evitare di chiamare gli italiani alle urne per il terzo voto referendario in due anni: prima le trivelle, poi la riforma Costituzionale e adesso il lavoro. E non perché l’intenzione sia quella di non “stancare” troppo gli elettori, ma perché per la maggioranza questo referendum potrebbe rappresentare l’ennesima batosta elettorale dopo il disastro del 4 dicembre.

SEGUICI SU FACEBOOK 

Taxi, sciopero del 23 marzo: le informazioni generali

Chiunque sentisse però la necessità impellente di tornare al voto sarà comunque accontentato, dato che nei prossimi mesi, tra il 15 aprile e il 15 giugno per la precisione (in questo caso una data ancora non c’è anche se con ogni probabilità sarà giugno il mese da prendere come riferimento), in più di mille comuni italiani, tra cui 25 capoluoghi di provincia o città metropolitana, si terranno le elezioni amministrative.

Ma torniamo al referendum su voucher ed appalti che nel corso degli ultimi mesi qualcuno ha furbamente ribattezzato anche referendum sul Jobs Act, nonostante stavolta il tanto odiato Jobs Act c’entri solo parzialmente. Ci sono diverse cose da sapere sull’argomento e parecchie persone potrebbero essere un po’ disorientate dato che pochi giorni prima di decidere la data della consultazione, i giornali non parlavano d’altro che delle modifiche apportate ai voucher dal cosiddetto “testo unico”. Delle due l’una si potrebbe pensare e invece no. Perché quando una questione possiede rilevanza politica e influisce sulle poltrone occupate dai nostri rappresentanti (ogni riferimento all’aula della Camera vuota durante la discussione sul testamento biologico è puramente voluto), questi ultimi diventano particolarmente attivi e produttivi.

Referendum su voucher e appalti: come è cominciata la storia

A proporre il referendum abrogativo è stata la CGIL che dopo aver raccolto più di tre milioni di firme ha presentato tre differenti quesiti referendari (quello sui voucher, quello sugli appalti, e un terzo sull’articolo 18) che la Cassazione, nel mese di dicembre ha dichiarato ammissibili.

Sulla questione, lo scorso 11 gennaio, si è espressa la Corte Costituzionale che ha deciso di accogliere i primi due, bocciando quello relativo all’abolizione delle modifiche che la riforma del lavoro del Governo Renzi ha apportato all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che poi era unanimemente considerato il quesito più importante tra i tre soprattutto dal punto di vista politico, dato che era il quesito che avrebbe avuto maggiori ripercussioni sull’Esecutivo.

Referendum sui voucher: cosa chiede la CGIL

Per quanto riguarda i voucher il quesito chiede l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 contenuti nel decreto legislativo n. 81 del 15 giugno 2015 recante "Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell'art. 1 comma 7 della legge 10 dicembre 2014, n. 183", facente parte del ben più famoso Jobs Act.

A questo punto però, bisogna fare alcune precisazioni. I voucher non sono nati con il Jobs Act, ma la loro introduzione risale al  2003 (all’epoca al Governo c’era Berlusconi, per la seconda volta). Nel corso degli ultimi 14 anni e soprattutto a decorrere dal 2008, i buoni lavoro sono stati oggetto di ripetute modifiche che ne hanno ampliato sia il raggio d’azione che la diffusione, fino ad arrivare al record registrato nel 2016. Sui voucher è intervenuta anche la famosa legge Fornero che ha esteso il loro utilizzo alle categorie di lavoratori attivi in qualsiasi settore.

Dal 2012 si arriva al 2015, quando il decreto legislativo n.81 del 2015 precedentemente citato ha imposto ulteriori cambiamenti al loro funzionamento tramite gli articoli 48, 49 e 50. Quello che chiede la CGIL è proprio l’abrogazione di questi articoli che cancellerebbe totalmente i voucher, estromettendoli ufficialmente dal mercato del lavoro italiano. Com’è possibile?  Le modifiche introdotte dal Job Act, pur non essendo rilevanti, hanno de facto determinato la riscrittura della normativa che li regolava nel passato. Abolendo dunque gli articoli questi articoli è dunque possibile eliminare in toto i voucher.

E sugli appalti qual è il problema?

Il secondo quesito è molto più tecnico e per questo motivo più ostico da spiegare e comprendere. In tema di appalti, il problema riguarda la cosiddetta “escussione preventiva” con la quale è stata modificata la responsabilità solidale che committenti appaltatori e sub-appaltatori avevano nei confronti dei lavoratori. Quest’ultima, nel dettaglio, imponeva ai committenti e subappaltatori di controllare che le aziende con cui lavorano fossero in regola coi pagamenti dei contributi prima di procedere al pagamento. In caso di irregolarità consentiva ai dipendenti di rivalersi direttamente sui soggetti che avevano  commissionato l’appalto e non solo sulla società che l’ha ricevuto.

Adesso invece non è più così. Facendo un esempio pratico: con le regole attuali se la società che vince l’appalto non paga un lavoratore, quest’ultimo può fare causa alla sua ditta. Nel caso in cui quest’ultima continua a non pagare può cercare di rivalersi anche sulla società che ha concesso l’appalto, ma solo in seconda istanza.

Ciò che la CGIL intende ottenere è la reintroduzione della responsabilità solidale, tramite l’abrogazione dell’articolo 29 della Legge Biagi che aveva modificato la normativa, facendo così in modo che che appaltatori ed appaltanti abbiano la stessa responsabilità nei confronti di ciò che riguarda i rapporti di lavoro.

Il referendum sui voucher non si farà

Lo scorso 9 marzo il comitato ristretto della Commissione Lavoro della Camera ha approvato il cosiddetto testo unico che attualmente sta affrontando l’esame della stessa Commissione.

Il provvedimento  prevede cambiamenti importanti riguardanti non solo il tetto di utilizzo per le famiglie e per le imprese, ma anche il valore nominale del buono lavoro e le tipologie di attività che potranno essere retribuite tramite i voucher .

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Voucher: cosa cambia col testo unico per imprese e lavoratori? La guida alle nuove regole in 10 punti

Nonostante le limitazioni stabilite dal disegno di legge siano parecchie, il testo non elimina del tutto la possibilità che il prossimo 28 maggio si vada a votare per il referendum. Il motivo è presto detto: secondo la CGIL le modifiche previste non sono sufficienti.

Ovviamente non spetta al sindacato decidere, ma dato che la Cassazione, che poi sarebbe l’organo che ha l’ultima parola e che stabilisce se l’eventuale nuova legge approvata dal Governo serva davvero ad evitare oppure no la consultazione referendaria, prima di prendere una decisione consulterà il comitato promotore (che poi è sempre la CGIL) alla fine potrebbe scegliere di lasciare tutto com’è e andare avanti con il voto.

Un’eventualità che piace poco al Governo Gentiloni e ancora meno all’ex Premier Matteo Renzi. Per questo motivo, entro due giorni potrebbe arrivare un decreto legge che prevede misure ancora più drastiche rispetto al testo unico attualmente in Commissione Lavoro. Quali? Limitare l’uso dei voucher alle sole famiglie (non permettendo dunque alle imprese, nemmeno a quelle piccole di utilizzarli) o eliminarli anche per loro. Il decreto potrebbe essere approvato dal Consiglio dei Ministri di venerdì 17 marzo ed entrerebbe subito in vigore. Se così fosse il problema verrebbe risolto alla base, con una resa quasi totale da parte del Governo, e non ci sarebbe più motivo di indire un referendum.

E il quesito sugli appalti?

Quello rimarrebbe dov’è che, in base alle aspettative, il decreto legge del Cdm non dovrebbe contenere alcuna modifica su escussione preventiva e responsabilità solidale, ma a quel punto dal punto di vista politico per il Governo sarebbe una passeggiata.