Apartheid in Israele: pescatori palestinesi ridotti in miseria

Donna palestinese
Mariah Abdallah, rifugiata palestinese di 87 anni, fotografata in occasione dell'anniversario della Nakba al campo profughi di Qalandia, vicino West Bank. Israele, 14 maggio 2016. REUTERS/Ammar Awad

Anche tra i palestinesi in Israele il ricambio generazionale genera qualche arrendevole angoscia nei padri, sopratutto nelle famiglie meno abbienti: attaccati alla propria arcaica professione sperano che la progenie possa studiare, vivere nel benessere, essere felici.

Tuttavia, sempre più spesso si sente parlare di “Apartheid” in Israele, un sistema sociale descritto come discriminatorio tra ebrei e palestinesi con i primi pronti a chiudersi dentro mura, come quelle in Cisgiordania, pur di “escludere e discriminare” i cittadini arabi e palestinesi. Un argomento piuttosto spinoso, avverso ai media israeliani dell'unica democrazia mediorientale, che è sempre più attuale nei resoconti di molti autorevoli testate internazionali.

La città più povera di Israele, Jisr al-Zarqa - secondo l'Ufficio di statistica israeliano i suoi abitanti guadagnano i salari più bassi del Paese e l'80 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà – è l'ultimo villaggio di pescatori palestinesi rimasto nel cuore di Israele: circa 20 famiglie vivono sostenendosi con la pesca ma meno di 30 anni fa queste erano 200. L'attività di pesca tradizionale a Jisr è palestinese, gli ebrei israeliani sono arrivati solo nel 1948, ma il mercato odierno impedisce a chi ancora va per mare ogni notte di essere competitivo di giorno e la pesca intensiva ha fortemente decimato la popolazione ittica di quel tratto di mare.

Osservando come in una catena tutti i problemi che lamentano i pescatori di Jisr al-Zarqa, con gli anelli che si rimpiccioliscono uno dietro l'altro come lo scendere sempre più nel particolare, è ovvio che il moderno capitalismo è un “problema internazionale” se visto appunto dalla prospettiva di qualunque contadino, pescatore, allevatore o artigiano che sia. Ma l'anello successivo, quello relativo alle leggi sulla pesca e sopratutto al fisco israeliano, aiuta meglio a comprendere quale potrebbe essere un altro dei problemi dei pescatori palestinesi di Jisr: secondo l'opinione di alcuni pescatori citati da Middle East Eye alcune leggi sono state “progettate per forzare i pescatori palestinesi ad abbandonare la professione”, come il fermo pesca nei mesi della riproduzione di aprile e maggio e una norma che obbliga i pescatori a presentare la dichiarazione dei redditi per chiedere il rilascio della licenza di pesca.

I bassi prezzi del pesce al mercato, le alte imposte sul reddito e la carenza di materie prime hanno messo in ginocchio il settore ittico palestinese e molti chiedono al governo di Tel Aviv che il loro reddito venga integrato con una qualche forma di sussidio. Pochi chilometri più a sud di Jisr al-Zarqa c'è Cesarea, una località balneare molto bella, tra le più ricche città di Israele. E anche qui i cittadini palestinesi non se la passano bene: le due città sono divise da un terrapieno eretto nel 2002 per dividere le comunità ebrea e palestinese (ufficialmente per attenuare il suono della chiamata alla preghiera delle moschee di Jisr) che i palestinesi vedono con gli stessi occhi dei loro fratelli in Cisgiordania davanti al cemento.

Normalmente i palestinesi si recano a Cesarea per lavoro o per avere accesso ai servizi essenziali ma passare il terrapieno significa impiegare mezz'ora di tempo a piedi mentre passare per l'autostrada richiede 20 minuti in auto, un bene di lusso per un cittadino di Jisr. In un certo senso è come se Caino e Abele si guardassero attraverso uno spioncino, sospettosi, chi chiuso dentro e chi chiuso fuori.

Questo complica enormemente l'accesso ai servizi sanitari e educativi e paradossalmente alimenta ciò che è meno utile a Israele, l'odio. La cocciutaggine palestinese e l'intransigenza israeliana male si sposano, ma nessuna legge o soldato impedirà mai a una persona di andare a pescare o di attraversare un terrapieno o un quartiere di Gerusalemme. Folle anche solo pensarlo.