Argentina: dopo la dolce illusione dei Kirchner l'amara verità di Macri è forse l'unica cura sostenibile

Argentina, bicentenario
Una donna dorme sul ciglio della strada mentre le persone festeggiano per il bicentenario dell'indipendenza dalla Spagna REUTERS/Marcos Brindicci

L’Argentina ha con Mauricio Macri la possibilità di svoltare finalmente pagina e tentare di diventare un faro di sviluppo di un’America Latina che sta vedendo fallire uno dietro l'altro i modelli economici a controllo statale proposte dalle sinistre al potere. Dopo il default del 2001 il paese ha continuato ad avvitarsi su stesso in una spirale negativa che ha fatto tornare il paese indietro di almeno vent’anni. Il modello kircheriano aveva illuso gli argentini di poter crescere con una politica economica poco ortodossa e isolando il paese dalla comunità internazionale. Tuttavia, a 15 anni dal primo default del 2001 il paese è ancora alle prese con una crescita stagnante, un’inflazione decisamente alta, e con buona parte della popolazione in condizioni di povertà.

L’apertura al mercato internazionale di Macri fa ben sperare. Il neo presidente argentino sta compiendo il massimo sforzo e in tempi decisamente celeri per riavere la fiducia degli investitori esteri e convincerli a scommettere sul proprio paese. I benefici però potrebbero tardare ad arrivare e le proteste di piazza rischiano di diventare continue e sempre più violente, ma per Macri la strada è obbligata.

Andiamo di seguito a ripercorrere brevemente il disastro argentino, passando per i 12 anni dei Kirchner fino ad arrivare a Mauricio Macri.

COSA HANNO EREDITATO I KIRCHNER

manifestazioni, crisi Argentina Un manifestante argentino si appresta a bruciare l'immagine del presidente Eduardo Duhalde durante una delle tante proteste del 2002.  REUTERS/Marcos Haupa

È bene ricordare che quando è stato eletto presidente nel maggio del 2003 Néstor Kerchner si è ritrovato tra le mani le macerie di un paese che stava crollando sotto il peso di una delle peggiori crisi finanziarie della sua storia. Il 23 dicembre del 2001 l’allora presidente ad interim Adolfo Rodríguez Saá Páez Montero (il cui mandato durò soltanto una settimana) dichiarò ufficialmente il default del paese.

La crisi argentina del 2001-2002 esplose per una serie di condizioni negative che si intrecciarono prima del nuovo millennio: il sistema di parità con il dollaro statunitense, che pure aveva contribuito alla stabilità e al rilancio del paese nei primi anni ‘90, sfociò in parte in una fuga di capitali con conseguente disinvenstimento nel tessuto produttivo del paese, facendo salire molto in fretta il tasso di disoccupazione; la corruzione strisciante legata ad un grosso giro di riciclaggio di denaro e all’evasione fiscale, con conseguente prosciugamento dei capitali e ingrandimento del debito pubblico, danneggiando inoltre la credibilità del sistema bancario argentino (piovettero accuse anche sul governatore della Banca centrale, sospettato di non aver indagato a dovere sulle transizioni bancarie); un livello sempre crescente di debito pubblico estero; una crisi generale che colpì, insieme all’Argentina (il paese entrò in recessione prima della crisi già nel 1998) anche altri importanti paesi dell’America Latina.

Le condizioni negative in cui versava il paese - e in generale quasi tutta l’area dell’America Latina - portarono ad una forte di crisi di fiducia degli investitori stranieri, che finirono con il ritirare i propri soldi dall’Argentina (anche gli argentini presero d'assalto gli sportelli bancari per ritirare i soldi). Quando venne dichiarato il default il flusso di capitali stranieri si interruppe del tutto.

Questo non fece che amplificare i problemi già noti che stavano mordendo l’economia argentina e la crisi sociale tra la fasce più deboli della popolazione. L’economia arrivò a contrarsi dell’11% nel 2001 e la disoccupazione toccò punte del 22,5%, mentre più di metà della popolazione argentina si ritrovò sotto la linea di povertà nazionale.

Néstor Kirchner si insediò quindi trovando un paese che dava piccoli segnali di crescita (arrivati anche grazie al deprezzamento del pesos, che facilitò le esportazioni) ma con un debito enorme sulle spalle e una crisi sociale senza precedenti.

LE DISCUTIBILI RIFORME DEI KIRCHNER E LA MISTIFICAZIONE DELLA REALTÀ

Néstor Kirchner e Cristina Fernandez de Kirchner I coniugi Kirchner prima del pranzo per commemorare i 120 dell'Unione Industriale Argentina  REUTERS/ENRIQUE MARCARIAN

Uno dei maggiori problemi che si trovò ad affrontare nell’immediato Néstor Kirchner fu la ristrutturazione dell’enorme debito sovrano. La ristrutturazione iniziò nel 2005 e riguardò il 76% dei titoli sottoposti a default, grazie ad una rinegoziazione che portò ad una svalutazione nominale di questi titoli di circa il 25%.

Per quanto concerne il debito di circa 9 miliardi di dollari nei confronti del Fondo monetario internazionale si ebbe un vero e proprio braccio di ferro tra il governo argentino e l’organizzazione con sede a Washington. Alla fine l’Argentina accettò a dicembre 2005 di pagare per intero il Fondo Monetario Internazionale, che continuò ad essere uno dei bersagli preferiti della propaganda populista dei Kirchner (il FMI venne spesso accusato di essere di uno dei responsabili principali che ha innescato la crisi).

Néstor Kirchner cercò di proseguire la politica di stabilizzazione del cambio iniziata con il suo predecessore non senza adottare scelte abbastanza controverse e discutibili. È abbastanza anomalo per una Banca centrale - che tutto poteva considerarsi tranne un organismo indipendente dal governo - preoccuparsi direttamente del tasso di cambio. Generalmente tale organismo punta direttamente all’inflazione, operando sul tasso di interesse domestico e altri aggregatori monetari.

Per aumentare il gettito fiscale venne introdotta una tassa sulle esportazioni dei prodotti agricoli, puntando sulla maggiore competizione dovuta alla svalutazione del pesos e al boom dei prezzi delle materie prime agricole. La mossa tuttavia, come vedremo, non fece altro che esasperare le condizioni dei piccoli produttori.

In risposta alla crisi energetica del 2004 si procedette alla nazionalizzazione del settore con la creazione della Enarsa. La mossa fu oggetto di pesanti critiche, anche perché gli investimenti privati nel settore rimasero bassi e si continuarono ad avere problemi ad affrontare la crescente domanda di gas naturale (come del resto era abbastanza naturale attendersi, dato che il prezzo venne congelato dal 2002, mentre gasolio e altri carburanti subirono gli effetti dell’inflazione). Basti pensare che nonostante le grandi riserve energetiche il paese fu costretto a limitare le esportazioni e a diventare un importatore netto.

A livello sociale il governo cercò di sostenere le famigle più disagiate con sussidi di vario genere, come il reddito (circa 150 pesos) per i capifamiglia disoccupati e figli a carico maggiori di 18 anni, o capifamiglia in malattia o che non erano in condizioni di lavorare. Il governo aumentò la spesa anche nell'educazione scolastica, estese l'accesso al sistema sanitario e rinazionalizzò il sistema pensionistico. 

La moglie Cristina Fernandez proseguì con la linea politica iniziata dal marito: ci furono altre nazionalizzazioni e si continuò a stampare moneta per assecondare la spesa pubblica, necessaria per alimentare le politiche populiste su cui facevano leva i coniugi Kirchner per ammorbidire l’opinione pubblica. Si ricorda inoltre che nel 2011 si tornò ad un regime di controllo sul tasso di cambio, lasciato fino ad allora libero di fluttuare (una mossa disperata con cui si cercava probabilmente di porre un freno all’inflazione).

Alla fine la ricetta dei Kirchner si rivelò un fiasco e fece malissimo all’Argentina e agli argentini. All’illusione dei primi anni di governo sotto Néstor che aveva visto il paese riprendere la crescita economica e ridurre sensibilmente la povertà - anche grazie ad una congiuntura favorevole che permise a molti dell’America Latina di uscire momentaneamente dalle sabbie mobili in cui erano caduti qualche anno prima - iniziarono a subentrare seri di problemi, condizionati in parte anche dalla crisi mondiale del 2008.

La tassazione alle esportazioni fece molto male ai produttori agricoli e il governo dovette affrontare negli anni continue proteste (in diversi casi vere e proprie rivolte), che lo costrinsero in alcuni frangenti ad ammorbidire le misure. Le prime esplosero già a marzo del 2008, quando gli agricoltori diedero alle fiamme circa 70.000 ettari di terra per protestare contro l’iva al 45% sulle granaglie, a cui doveva sommarsi il rincaro dei carburanti. Nel giro di tre anni si ebbero almeno nove proteste simili da parte dei piccoli e medi produttori di soia, mais e frumento.

Le proteste e la disperazione dei piccoli produttori agricoli si contrapponevano all’immagine di un paese in forte ripresa e che venne spesso elogiato - con troppa fretta e faciloneria - come modello di sviluppo da imitare ad ogni latitudine e longitudine.

Com’era possibile che in un paese tanto in forma, che cresceva a ritmi considerevoli, dove l’inflazione riusciva ad essere contenuta miracolosamente entro il 10-11%, la povertà si andava riducendo di circa la metà, c’erano continue rivolte e i ciittadini arrivavano persino a sfondare le vetrine dei negozi per avere beni di prima necessità? La verità, come scrivemmo in passato su queste stesse pagine, emerse nel 2013: il governo falsificò i dati sull’inflazione in modo da mostrare una crescita reale lontana dalla realtà, tanto che la stessa signora Kirchner scontava in quel periodo un brusco calo di popolarità (cosa che probabilmente non sarebbe accaduta se l’Argentina fosse stato quel paradiso terrestre dipinto dalle statistiche del paese). Si sospetta che i dati vennero truccati probabilmente fin dal 2007. Insomma, il paese stava messo molto peggio rispetto a quanto volesse far credere il governo e le rivolte di massa ne erano una prova visibile.

La fiducia delle istituzioni internazionali e degli investitori era ormai compromessa nei confronti del governo argentino, su cui piovettero anche accuse di assalto alla democrazia (inizialmente si sospettava che i coniugi avessero intenzione di alternarsi al potere, sospetti che cadettero con la morte improvvisa di Néstor Kirchner nel 2010. Nel 2012 Cristina Fernandez tentò di cambiare la costituzione in modo che potesse essere eletta per più di due mandati, ma la proposta non trovò la maggioranza necessaria al parlamento).

Le politiche dei Kirchner quindi non fecero altro che allontanare ulteriormente il paese dagli investitori esteri e le riserve valutarie si prosciugarono nel giro di pochi anni. Il paese torna tecnicamente al default a fine luglio del 2014, non riuscendo a trovare un accordo con i creditori holdout. Nel 2015 Cristina Fernandez de Kirchner si trova a consegnare un paese totalmente allo sbando, con un’economia stagnante, un’inflazione abbondantemente sopra il 20%, una disoccupazione nuovamente in crescita e tanti debiti.

L’ARRIVO DI MACRI E LA CORSA CONTRO IL TEMPO

Mauricio Macri Il presidente dell'Argentina Mauricio Macri durante la cerimonia che segna il 22-esimo anniversario dell'attacco del 1994 al centro ebraico dell'AMIA in cui morirono 85 persone.  REUTERS/Enrique Marcarian

Con il termine del mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si interrompono 70 anni di peronismo. Al suo posto subentra Mauricio Macri, ex sindaco di Buenos Aires e leader dell'inedito partito conservatore Proposta Repubblicana (PRO) da lui fondato. La ricetta di Mauricio Macri per rilanciare l’economia argentina è opposta a quella perseguita durante la dinastia Kirchner: ritorno al rigore economico e apertura al mercato internazionale. Questo significa realizzare le riforme economiche sempre evitate dai suoi immediati predecessori, cosa che ovviamente ha un impatto negativo nel breve periodo sulla vita degli argentini. Macri punta a ristabilire un rapporto di fiducia con gli investitori esteri, indispensabile per riattivare il flusso di capitali stranieri verso il proprio paese. Sotto questo punto di vista Macri sta producendo il massimo sforzo e a settembre (dal 12 al 15) è atteso il primo Argentina Business & Investment Forum, un evento in cui il paese si aprirà al mondo e cercherà di massimizzare l'attenzione degli investitori e fondi di investimento.

Tra le prime mosse annunciate e realizzate da Mauricio Macri abbiamo l'eliminazione dei sussidi al settore energico e a quello dei trasporti e il ritorno alla fluttuazione libera del tasso di cambio. Questo ha comportato ovviamente un allineamento del pesos argentino con il valore scambiato sul mercato nero, ovvero un’ulteriore svalutazione della moneta. Un movimento atteso e scontato che si traduce nel breve periodo in un ulteriore aumento dell’inflazione, ma che è necessario per iniziare una procedura di riequilibrio economico del paese. Nel giro di pochi mesi il neo presidente riesce a porre fine alla disputa decennale con i creditori holdout riaprendo definitivamente le porte al mercato internazionale e interrompendo 15 anni di isolamento finanziario. L’apertura verso l’esterno ha portato anche ad una riduzione delle restrizioni amministrative al commercio internazionale. Il ritorno ufficiale dell’Argentina sul mercato internazionale è stato sancito a inizio aprile con un’asta pubblica di titoli di stato di 15,6 miliardi di dollari, attraverso cui è stata raccolta la cifra record di 70 miliardi di dollari.

Per riavere la fiducia degli investori esteri e inviare un segnale forte si è rimesso mano anche agli organi statistici, e a giugno, dopo che Macri aveva sospeso a dicembre 2015 la pubblicazione dei dati statistici, l'INDEC ha pubblicato per la prima volta in 10 anni dati che riflettono pienamente la realtà. 

Affinché il piano risulti credibile il presidente argentino dovrà gestire l’elevata inflazione (che a tratti ha raggiunto picchi del 40%, la più alta al mondo dopo quella del Venezuela), un deficit di bilancio del 5,4% del PIL (uno dei più alti degli ultimi 30 anni) e ritrovare in fretta la strada della crescita (quest’anno è attesa una contrazione di circa l’1%). Un compito non proprio semplicissimo. Il costo della verità per l'Argentina, come scrive l'Economist, comporta riforme impopolari che gran parte dell'opinione pubblica farà fatica a digerire. In questo momento sembra più facile convincere gli investitori esteri della bontà del nuovo progetto argetino, piuttosto che risolvere i numerosi problemi domestici. 

Macri dovrà riuscire a sopravvivere alle numerose proteste degli argentini da qui ai prossimi mesi e che potrebbero portare a pressioni in parlamento da parte dell’opposizione. Sono manifestazioni abbastanza scontate e attese dal momento che le riforme di Macri si stanno traducendo - nel breve periodo - a perdite di posti di lavoro, sia nel settore privato che pubblico (delle prime manifestazioni si sono registrate già nello scorso aprile).

A rendere la vita più complicata al presidente argentino una congiuntura economica non proprio favorevole (il FMI ha tagliato ulteriormente le stime di crescita mondiale a causa della Brexit) e prezzi delle commodities ai minimi storici. Anche i partner economici dell'area latino americana più stretti, come Brasile e Venezuela, stanno vivendo crisi molto gravi. Specularmente, proprio a voler essere ottimisti, per l'Argentina potrebbe diventare un'occasione in più per promuovere la propria economia e porsi a guida di una regione che si appresta ad archiviare dolorosamente anni di dottrine socialiste che hanno incentrato il potere nelle mani dei vertici e impoverito la popolazione.

La ricetta proposta da Macri è probabilmente l'unica in grado di far ripartire il paese ma ci vorrà del tempo (probabilmente diversi anni) affinché i benefici verranno percepiti dalla fascia più disagiata della popolazione. Gli argentini, dopo tanti anni di sofferenza, molto probabilmente non hanno tanta pazienza e il governo prima o poi sarà costretto ad aumentare la spesa pubblica per venire incontro ai disagi dei cittadini e spegnere il fuoco delle proteste che potrebbe mandare all'aria gli sforzi di questo primo semestre del 2016.