Armi chimiche in Siria, la storia si ripete: le bugie di Putin e Assad, il sangue sulle mani dell'Occidente

Ribelli siriani Aleppo
Combattenti ribelli del Free Syrian Army sparano con la mitragliatrice montata sul cassone di un pick-up nell'area di Ramousah, a sud-ovest di Aleppo. Siria, 2 agosto 2016. REUTERS/Abdalrhman Ismail

Decine di morti e centinaia di feriti, vite rovinate per sempre, morte e distruzione che, come mai ci si potrà abituare, arrivano dal cielo a più riprese e portano via tutto, compreso il dolore. Questa volta il teatro degli orrori è Khan Sheikhoun, vicino Idlib in Siria, dove decine di attacchi aerei succedutisi martedì 4 aprile, testimoni oculari hanno riferito alla Reuters “più di 40 bombardamenti dalle 6:30 del mattino”, hanno colpito una zona residenziale e il suo ospedale.

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Attacchi double-tap, un orrore bellico che colpisce i soccorritori in arrivo sul luogo di un bombardamento con un secondo bombardamento, ma questa volta pare con un elemento in più: il gas Sarin, un gas nervino classificato come arma chimica di distruzione di massa. I siriani il Sarin lo conoscono bene: nell'agosto 2013 fu utilizzato in un attacco con razzi avvenuto in un sobborgo di Damasco roccaforte, all'epoca, dei ribelli anti-Assad: la condanna delle Nazioni Unite non ha tuttavia attribuito la paternità a quell'evento, e innumerevoli altre volte i lealisti sono stati accusati dalla comunità internazionale e dai ribelli di aver utilizzato il Sarin contro la popolazione civile.

Secondo fonti russe citate dalle agenzie stampa la dispersione del gas Sarin nell'aria dopo l'attacco a Khan Sheikhoun è dovuta al bombardamento su un deposito di stoccaggio di questo gas, che era nelle mani dello Stato Islamico.

Sono certe quindi tre cose: che c'è stato un pesante bombardamento su Khan Sheikhoun, governatorato di Idlib, da parte dei siriani e dei russi, che in seguito a questo c'è stata una forte diffusione nell'area urbana di gas Sarin e che se questo non è piovuto dal cielo allora era stoccato nei depositi in città nonostante tutti si erano voluti convincere che nel giugno 2014 il regime siriano aveva consegnato le proprie armi chimiche alla comunità internazionale. Nonostante questo, la conferma da tutte le parti in conflitto che di gas nervino si è trattato, c'è chi cerca di confezionare versioni alternative di quanto successo.

Gli Stati Uniti, a nome anche della coalizione internazionale, hanno condannato l'attacco su tutta la linea ed accusato il presidente siriano Bashar al-Assad della paternità del “riprovevole e intollerabile” attacco chimico: “La stragrande maggioranza delle vittime sono civili” ha dichiarato a Middle East Eye un testimone oculare, “è stato un chiaro attacco chimico: […] c'era schiuma sulla bocca delle vittime” cosa che, unita ai riscontri pervenuti da diverse fonti mediche come la sensazione di soffocamento e il punteggiamento dell'iride, indica chiaramente la possibilità che si sia trattato realmente di un attacco chimico con gas nervino.

Se questi terribili sospetti fossero confermati si tratterebbe del peggiore attacco chimico avvenuto nella guerra civile siriana da parte del regime di Assad. Il Consiglio di Sicurezza ONU ha annunciato una riunione, imminente, per discutere proprio di quanto successo. Ma c'è un'altra cosa della quale le Nazioni Unite dovrebbero discutere: nel 2013 infatti il governo siriano avrebbe dovuto consegnare agli ispettori della comunità internazionale le armi chimiche in suo possesso. All'epoca lo scandalo armi chimiche scoppiò dopo un attacco con il gas Sarin da parte del regime nella città di Ghouta, poco fuori Damasco, nel quale morirono un centinaio di civili. Stati Uniti e Russia mediarono un accordo con il governo siriano che consegnò le armi chimiche, che furono imbarcate a Latakia e trasportate lungo il Mediterraneo verso Gioia Tauro in Calabria.

Evidentemente il governo siriano, all'epoca, mentì al mondo intero e quest'ultimo fu ben lieto di accettare le bugie di Bashar al-Assad: se l'attacco di martedì 4 aprile 2017 – come denunciano gli americani - è stato effettuato dall'aviazione di Assad significa che le armi chimiche sono ancora in suo possesso, mentre se il gas Sarin si è diffuso da un deposito nella zona residenziale della città - come affermano i russi – significa che le armi chimiche il regime di Assad non le ha mai consegnate. Almeno, non tutte.

La Commissione d'Inchiesta per la Siria delle Nazioni Unite ha annunciato un'indagine sul presunto attacco chimico di Assad che, è verissimo, potrebbe far crollare il fragile processo di pace e interrompere il cessate il fuoco che vige sulle zone della Siria già “liberate” da Assad e dai russi. Ma ciò che manca è una seria e completa assunzione di responsabilità: di che cosa abbiamo parlato per mesi nell'estate del 2013, quando la questione delle armi chimiche è esplosa e, si credeva, fu risolta?

Se fosse confermata la versione americana Assad sarebbe un criminale di guerra e un bugiardo, perché mentì all'epoca e conservò gas Sarin utilizzato ancora e ancora. Se fosse confermata la versione russa Assad sarebbe un bugiardo, perché mentì e conservò il Sarin finito poi nella disponibilità dei ribelli e degli islamisti – il rischio che la risoluzione del 2013 voleva scongiurare. Questo significa che in ogni caso l'attacco di Khan Sheikhoun deve rappresentare una svolta, per tutti - russi compresi - nelle relazioni con il regime di Assad, il quale perde oggi ogni credibilità. La stessa che ha già perso la comunità internazionale, che con il recente dramma siriano del Sarin si appunta sul petto l'ennesima medaglia d'inazione.