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Di Lorenzo Romani | 20.05.2011 20:05 CEST

L'incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e il Premier Israeliano Benyamin Netanyahu è stato preceduto da un discorso ad ampio spettro in cui Barack Obama ha delineato le strategie di politica estera in Nord Africa e Medioriente.

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Già battezzato come un nuovo "Piano Marshall", in realtà il discorso inquadra senza scendere troppo nel dettaglio alcuni aspetti cruciali della futura linea politica americana nei confronti del mondo arabo, rimarcando i punti di contatto tra la tradizione liberale americana e le aspirazioni democratiche dei popoli oggi in ribellione.

"Benchè siano lontane da noi, sappiamo che il nostro futuro è legato indissolubilmente a queste regioni per l'economia e la sicurezza, la storia e la fede. La domanda alla quale dobbiamo rispondere è quale ruolo rivestirà l'America mentre la storia si fa sotto i nostri occhi.  La politica degli Stati Uniti sarà quella di promuovere riforme nella regione, e appoggiare le transizioni verso la democrazia...Gli Stati Uniti d'America furono fondati sul principio che ogni popolo dovrebbe autogovernarsi. Adesso, quindi, non possiamo esitare a schierarci risoluti al fianco di coloro che stanno per ottenere i loro diritti, ben consapevoli che il loro successo porterà a un mondo più pacifico, più stabile, e più giusto."

Obama ha quindi ribadito la centralità del mondo arabo negli equilibri internazionali, citando in prima battuta l'importanza dei rapporti economici tra Stati Uniti e Nord Africa. L'aver citato la dimensione storica ed economica ha irritato parte del pubblico arabo reduce da una tradizione antiamericana fomentata dalla tradizionale influenza statunitense nei paesi esportatori di petrolio.

La posizione nei confronti dei regimi illiberali che stanno reprimendo i moti di protesta è rigida e intransigente: "Sfortunatamente, in troppi paesi alle richieste di cambiamenti si è risposto con la violenza, come in Libia, dove Gheddafi ha dichiarato guerra al proprio popolo, minacciando di schiacciarlo come topi. Ancora più recentemente, il regime siriano ha scelto la via dei massacri e degli arresti di massa dei propri cittadini. Gli Stati Uniti hanno condannato queste azioni, e in accordo con la comunità internazionale abbiamo inasprito le sanzioni contro il regime siriano. Il presidente Assad deve ora scegliere: porsi a capo della transizione o appoggiare il potere....deve smettere di sparare sui dimostranti, e lasciare che vi siano manifestazioni pacifiche, liberare i prigionieri politici e fermare gli arresti ingiustificati, lasciando a chi monitora il rispetto dei diritti umani di entrare nelle città."

Importante è la presa di distanza che il Presidente Obama ha attuato nei confronti di paesi tradizionalmente amici che hanno però reagito alle proteste, reprimendole con la violenza:

"Dobbiamo ammettere che non tutti gli amici nella regione hanno reagito alle richieste di cambiamento coerentemente con i principi che sto elencando: ciò vale per lo Yemen, dove il presidente Saleh dovrà rispettare l'impegno che ha assunto, cedendo il potere. Lo stesso vale per il Bahrein".

Nell'appoggiare i processi di democratizzazione e libertà Obama non ha menzionato l'uso della forza, nemmeno quando ha tirato in ballo il concerto internazionale, lasciando intendere che dal punto di vista militare gli Stati Uniti non vogliono essere il faro di prua della compagine internazionale, coerentemente con il profilo d'intervento adottato negli scorsi mesi nel Nord Africa.

In clima di campagna elettorale Obama non ha probabilmente reputato opportuno sbilanciarsi eccessivamente riguardo a temi che introducono spontaneamente il problema del costo economico, di cruciale importanza in un periodo di promozione pre-elettorale, soprattutto in una fase storica di pesante indebitamento delle casse statali americane.

Obama ha dato per scontata la caduta di Gheddafi e l'evoluzione in senso democratico e liberale degli assetti politici e istituzionali di quei paesi in cui sono in atto vigorose proteste. Ciò ha permesso al Presidente di passare direttamente all'enunciazione del programma economico e finanziario che dovrebbe essere attuato nei confronti di quei paesi: "Anche se appoggiamo le riforme politiche e i diritti umani, non possiamo fermarci qui. E' necessario dare il nostro sostegno per un cambiamento positivo nella regione che avvenga promuovendo lo sviluppo economico nelle nazioni che vivono la transizione verso la democrazia. L'appoggio che gli Stati Uniti daranno sarà basato sulla garanzia della stabilità finanziaria, sulla promozione delle riforme, sull'integrazione dei mercati in concorrenza tra loro, a cominciare da Tunisia ed Egitto. Abbiamo chiesto alla Banca Mondiale e al FMI di presentare al G8 della prossima settimana un piano contentente le specifiche di cosa occorre fare per stabilizzare e far evolvere le economie di Egitto e Tunisia. Sollecitiamo anche altri paesi a sostenerli nel far fronte alle loro necessità finanziarie nel breve termine."

In questo contesto sarà probabilmente cruciale la percezione che la società araba avrà delle parole di Obama, che potrebbero esser intese alla stregua di una dichiarazione di futura ingerenza americana nella regione.

"Non vogliamo che il nuovo Egitto sia gravato dai debiti del passato, quindi alleggeriremo il debito dell'Egitto democratico di un miliardo di dollari, e lavoreremo con i nostri partner in loco per investire tali risorse a vantaggio della crescita e dell'imprenditoria. Aiuteremo gli egiziani a riconquistare accesso ai mercati garantendo prestiti per un miliardo di dollari necessari a finanziare infrastrutture e creazione di nuovi posti di lavoro...Stiamo collaborando col Congresso per creare gli Enterprise Funds, per investire in Tunisia e in Egitto. Tali fondi saranno simili a quelli che sorressero le transizioni nell'Europa Orientale dopo la caduta del Muro di Berlino. Gli Stati Uniti lanceranno un'iniziativa per una partnership commerciale e per gli investimenti in Medio Oriente e in Nordafrica. Collaboreremo con l'Unione Europea per facilitare ancora di più i commerci nella regione, per rafforzare accordi e intese esistenti, per promuovere l'integrazione con i mercati europei e statunitensi, aprendo le porte a quei Paesi che adotteranno elevati parametri nelle riforme e nella liberalizzazione commerciale per dar vita a un'intesa commerciale regionale. Proprio come il processo di adesione alla UE è servito da incentivo per riformare l'Europa, così la visione di un'economia moderna dovrebbe dar vita a una forza potente per riformare Medio Oriente e Nord Africa".

Palestinesi guardano discorso di Obama in TV
(Foto: Reuters / Ismail Zaydah)
Palestinesi guardano discorso di Obama in TV, in un negozio di Gaza
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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