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Di Lorenzo Romani | 26.07.2011 11:09 CEST

Un altro fallimento, un'altra occasione persa per sbrogliare la matassa del "debt ceiling", il tetto del debito che, se non verrà rivisto verso l'alto, comporterà il default americano.

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Alle 3 di notte in Italia, le 9 della sera a Washington, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato alla nazione, invitando le camere a un gesto di responsabilità nazionale che riesca a smuovere l'attuale impasse politica.

"Nel 2000 il bilancio pubblico era in attivo, poi sono venute due guerre pagate con la carta di credito, e mi sono trovato con un deficit corrente di mille miliardi solo nell'anno in cui sono entrato alla Casa Bianca".

Se l'America non riuscisse a superare questo momento, "aumenterebbero i tassi d'interesse, il costo dei mutui e dei prestiti agli studenti, del credito alle piccole imprese, e alla fine si perderebbero posti di lavoro"

Obama ha nuovamente rilanciato sul piano di riduzione del debito offerto ai Repubblicani: "Ridurre il deficit operando tagli dolorosi anche alla sanità e alle pensioni, portando le spese sociali al livello più basso dagli anni Cinquanta, ma al tempo stesso chiedendo a tutti di contribuire, con l'eliminazione di privilegi fiscali per i più ricchi e le grandi imprese, perché non è tollerabile che i chief executive degli hedge fund paghino meno tasse delle loro segretarie".

L'appello del Presidente non è servito: i repubblicani hanno rimarcato nuovamente la loro intransigenza ad alzare le tasse anche di un solo dollaro.

L'intervento di Bohener, Presidente della Camera, ha reso evidente che non ci sarà, da parte dell'establishment conservatore, alcuna negoziazione che contenga aumento del carico fiscale, nemmeno per i più ricchi. Bohener ha fatto uso del più tradizionale armamentario antistatalista tipico del Partiro Repubblicano, riassumibile nell'insanabile contrapposizione tra lo "spirito americano" e il ruolo del governo, che soffoca l'iniziativa privata con il suo peso eccessivo. Ciò impedisce ai repubblicani di accettare un'espansione della spesa pubblica, che intralcerebbe l'impresa privata e la ripresa economica.

Ma come si è arrivati a questo punto morto, che rende sempre più probabile un default della più grande potenza economica mondiale?

Approfondimento

La pesante sconfitta dei Democratici alle elezioni di medio termine ha fortemente condizionato la politica americana negli ultimi otto mesi.

il tradizionale divario ideologico tra conservatori e progressisti, inerente alla condotta della politica economica, si è costantemente inasprito rendendo estremamente polarizzato il dibattito nei due rami del Parlamento.

Le prerogative repubblicane, riassumibili nel binomio meno tasse - meno stato, sono sublimate in una radicalizzazione delle richieste conservatrici di cui si sono fatti esponenti di primo grado i rappresentanti dei Tea Party, che occupano oggi un numero assai consistente di seggi al Congresso.

La "defenestrazione" di Nancy Pelosi, seguita dall'insediamento a capo della Camera del repubblicano Bohener, ha maggiorato il peso specifico della destra più conservatrice negli equilibri dello stesso Partito Repubblicano, tanto che proprio Bohener si è trovato a dover accogliere le richieste dei Tea Party per garantire la coesione interna al partito e i voti necessari a mantenere la maggioranza effettiva del Congresso.

L'attuale battaglia sul tetto del debito non è altro che la conseguenza di questa forte polarizzazione, che non rappresenta però idee programmatiche e divergenze politiche: il dibattito sull'opportunità di innalzare o meno il limite all'indebitamento dello Stato nasce dalla necessità del Partito Repubblicano di screditare il proprio avversario in vista delle elezioni del 2012.

Il tetto del debito negli Stati Uniti è una pura formalità: introdotto nel 1917, è stato rivisto verso l'alto ogni volta sia stato necessario espandere la capacità di spesa, e mai il parlamento si è espresso contro tale occorrenza. Ciò dimostra l'assoluta apoliticità di un provvedimento di puro carattere amministrativo, la cui gestione è stata adottata con successo da presidenze di tutti i colori e nelle più disparate circostanze storiche.

Come mai, dunque, questa radicalizzazione del dibattito?

Obama è senza dubbio il presidente Democratico su cui i Repubblicani hanno aperto il fuoco con maggior violenza, facendo uso di tattiche disinformative e, in ultima istanza, ricattatorie.

La chiave di volta della vicenda va individuata nelle elezioni di mediotermine: l'aver perso il controllo del Congresso ha costretto Obama a rivedere integralmente la politica economica, dovendo scendere a patti con l'opposizione.

Il primo provvedimento su cui si è potuta misurare la nuova composizione parlamentare è stata la scadenza delle esenzioni fiscali inaugurate dal predecessore di Obama, George W. Bush.

L'estensione degli sgravi fiscali venne confermata nella sua interezza, date le forti pressioni repubblicane (900 miliardi di dollari il peso aggiuntivo sul bilancio nell'arco del biennio 2012-2013), ma non venne rimodulata l'assegnazione, cosicchè lo strato più abbiente della popolazione mantenne la quota di detrazioni fiscali garantita dalla presidenza Bush.

Allora fu chiaro che il minor gettito avrebbe dovuto essere compensato da maggiori tasse future o da una diminuzione della spesa pubblica o da entrambi, per scongiurare un aumento del debito pubblico di pari importo.

L'obbligo contratto da Obama ad estendere gli sgravi fiscali, quindi, ha posto lo scorso autunno le basi per quanto sta accadendo ora: un'economia in cui la domanda interna è debole e il tasso di crescita dell'occupazione stenta a prendere ritmo non ha certo bisogno di un aumento delle tasse proprio sui ceti maggiormente colpiti dal crack finanziario, ma l'aspetto redistributivo pesa, oltre che sull'equità dell'imposizione, anche sui bilanci statali.

L'ala più progressita del Partito Democratico, pur rimanendo pubblicamente fedele a Obama, non ha gradito lo spostamento verso il centro della politica economica, e il commento della sinistra, proveniente dalle redazioni dei quotidiani e dai think-tank, si è levato non tanto contro la necessità di operare concordemente ai nuovi equilibri parlamentari emersi dal voto autunnale, quanto contro l'atteggiamento remissivo del Presidente, eccessivamente incline alla mediazione con i rivali conservatori.

Mediazione che gli osservatori considerano quale tentativo di guadagnare consensi presso il settore moderato della base elettorale: gli indecisi che ad ogni elezione sono incerti su quale simbolo marcare alle urne.

Ma la propensione alla mediazione può essere considerata anche un deliberato tentativo di non imporre al paese un ulteriore biennio di divisioni e aspri contrasti politici, soprattutto in considerazione dello stato stagnante dell'economia, che ha visto la disoccupazione tornare a crescere in questi ultimi mesi, mentre gli investimenti latitano e la capacità di spesa viene erosa dall'inflazione generata dagli alti costi energetici e dei generi alimentari.

Venerdì scorso Obama ha convocato alla Casa Bianca i leader del Partito Repubblicano, mettendo sul tavolo una proposta che il più conservatore dei repubblicani, in tempi normali, avrebbe sottoscritto senza esitazioni: 1,2 trilioni di dollari in tagli alla spesa (sia interna che estera, ovvero spese militari), e altri 650 miliardi di dollari in riduzioni di spesa sul programma sanitario e pensionistico.

Un ammontare di tagli pari poco meno di due trilioni di dollari per quanto riguarda le "minori spese", su cui i repubblicani si sarebbero lanciati come le api sul miele, se non fosse stato per la condizione posta da Obama a fronte di tale riduzione della spesa: aumentare le entrate fiscali eliminando gli sgravi per la parte più ricca della popolazione, per un totale di 1,2 trilioni di dollari.

Una manovra, quindi, sbilanciata a favore dei tagli alla spesa, mentre le "maggiori entrate" sarebbero state garantite non dall'aumento generalizzato dell'imposizione, ma solo dall'abolizione di sgravi attualmente a beneficio di una stretta minoranza elitaria.

L'intransigenza - incomprensibile, se non alla luce di una chiara tattica pseudoricattatoria - del Partito Repubblicano, per quanto riguarda il rifiuto categorico ad alzare le tasse, si è materializzata più che mai in questa occasione: i conservatori vogliono tagliare la spesa, ma non accettano che le tasse vengano aumentate di un solo dollaro.

Obama, al contrario, non è disposto a varare una manovra che pesi solo sulle spalle di un ceto medio già sufficientemente gravato dal peso della crisi economica.

Bohener, quindi, ha interrotto la negoziazione, e a tutt'oggi sulla scrivania della presidenza non giace nessuna concreta proposta di riduzione del deficit che ricompensi il via libera della Camera all'innalzamento del tetto del debito, mantenendo comunque misure di equità sufficienti.

Nei giorni precedenti il negoziato - poi fallito - un gruppo di senatori bipartisan aveva elaborato una proposta che, a fronte di un taglio di sgravi fiscali ai più ricchi, innalzava a 2 trilioni di dollari il taglio ai programmi pensionistici e sanitari. Una proposta che proveniva, quindi, anche da una parte del Partito Repubblicano maggiormente consapevole della delicatezza del momento: se il Tesoro il prossimo 2 Agosto non sarà in grado di emettere i 70 milioni di assegni necessari a finanziare settori fondamentali dell'economia, le agenzie di rating potrebbero dichiarare il default parziale, scatenando dinamiche imprevedibili, nella loro dannosità, sui mercati mondiali.

Un altro ostacolo risiede nella composizione delle camere: la House of Representatives e il Senato, presiedute la prima dai repubblicani e il secondo dai democratici, potrebbero dar luogo a una battaglia di veti incrociati bloccando qualsiasi tentativo di far passare le proposte recanti la firma della fazione opposta.

In queste ore, dopo la bocciatura del piano bipartisan firmato dai senatori della "Gang of Six", e l'abbandono del tavolo dei negoziati da parte di Bohener, le possibilità di un accordo congiunto si sono ulteriormente ridotte.

La tattica strumentale adottata dal "Grand Old Party" non è priva di rischi: il partito conservatore potrebbe essersi spinto troppo in là dal punto di vista propagandistico, e non è detto che non sconti alle prossime elezioni le cadute di stile e le menzogne riversate sulla presidenza.

Un sondaggio effettuato da Gallup, inoltre, evidenzia come il bilanciamento tra tagli alla spesa e aumenti fiscali offerto da Obama durante le trattative sia, storicamente, di assoluto gradimento da parte dei conservatori, dato, questo, che potrebbe realmente spostare l'asse degli indecisi verso sinistra.

Nel frattempo, delusi dall'eccessiva mediazione concessa dall'inquilino della Casa Bianca, gli elettori democratici sperano in un repentino cambio di indirizzo, che veda Obama imporsi unilateralmente dall'alto della sua autorità, rifiutando di firmare un accordo che penalizzi esclusivamente le parti sociali più deboli.

Un eventuale default degli Stati Uniti sarebbe considerato una colpa da addossare unicamente a Barack Obama, o la base elettorale guarderebbe al Partito Repubblicano quale manovratore del deragliamento economico?

Questa è una domanda alla quale è difficile rispondere, e non è detto che un colpo di mano all'ultimora non si verifichi: Obama (su suggerimento di Bill Clinton) ha dichiarato in conferenza stampa di essere disposto a decretare l'innalzamento del tetto deficitario in totale autonomia dal Parlamento, facendo leva su 14° emendameto alla Costituzione, che prevede pieni poteri al Presidente in casi di emergenza (nella fattispecie, se il paese si trova in guerra).

Un atto estremo permetterebbe quindi a Barack Obama di ottenere unilateralmente il via libera, ma i costi politici potrebbero essere molto alti: è certo che i conservatori scatenerebbero un attacco senza limiti denunciando l'autoritarietà del Presidente, dopo avere per mesi descritto come "socialisteggiante" il disegno di riforma sociale, con particolare riferimento alla ristrutturazione del sistema sanitario.

In una conferenza stampa in cui è palesemente emersa l'irritazione di Obama, il Presidente ha inoltre sottolineato l'importanza di innalzare il tetto del debito per un periodo sufficientemente lungo a consentire un normale svolgimento della vita politica, senza dover incappare nuovamente, tra pochi mesi, a uno stallo tra le forze parlamentari che l'economia mondiale non può permettersi di sostenere.

 

 

 

U.S. President Barack Obama
(Foto: reuters / )
Il Presidente Barack Obama
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