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Di Lorenzo Romani | 15.09.2011 18:14 CEST

Le turbolenze che affliggono da diversi mesi i mercati finanziari europei e i bilanci statali dell'eurozona hanno prodotto una convergenza dei governi dell'Unione sulla necessità di introdurre nelle diverse costituzioni meccanismi atti a impedire nuove crisi di fiducia sulla sostenibilità del debito.

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La cooperazione a una nuova governance, che sotto gli auspici della periferia prende il nome di Eurobond, vede la Germania capeggiare la falange dei virtuosi, molto attenti a non cadere in quella "trappola europeista" da più parti invocata: una messa in comune del debito e quindi del rischio sovrano.

Il rischio di azzardo morale, ovvero di una indisciplinata corsa all'indebitamento dei paesi "irresponsabili", finanziata e garantita dai bassi tassi di interesse delle economie più avanzate, viene addotto quale principale ragione di negazione degli Eurobond anche da un Sarkozy al costante inseguimento della leadership tedesca. La Francia è però ben lungi dal poter vantare una situazione finanziaria simile a quella dei cugini teutonici.

Poche settimane fa il Presidente dell'Unione Europea Herman Van Rompuy si era allineato al diktat francotedesco: senza una disciplina fiscale comune gli Eurobond rimarranno solo un sogno.

Il successivo incontro tra Sarkozy e la Merkel  - incontro che ha profondamente deluso i mercati che si sono infatti vendicati l'indomani - ha ufficialmente rinnegato una collettivizzazione del rischio sui titoli sovrani. Gli Eurobond sono stati a malapena citati, a margine di un colloquio che ha invece fatto intravedere la proposta di creare un esecutivo europeo che possa porre le basi per una politica di controllo e di rigore fiscale comune.

Ma di che tipo di governo si tratti, con quali competenze e quali poteri, ancora si sa ben poco.

Le dimissioni di Stark dal board della Bce hanno ulteriormente ampliato la frattura tra Bundesbank e Bce, sottolineando, se mai ce ne fosse stato bisogno, il fatto che l'Europa è tutt'altro che coesa circa gli strumenti da utilizzare per la stabilizzazione finanziaria.

Il Governo italiano ha da pochi giorni proposto una riforma costituzionale per blindare la fine del "deficit spending", e altrettanto, in precedenza, ha fatto la Spagna.

Ma veniamo al punto: introdurre nelle diverse costituzioni il vincolo del pareggio di bilancio è una mossa azzardata? E' l'Europa in grado di promuovere una riforma del genere presso tutti gli stati membri? Quali sono i rischi potenziali di un vincolo di bilancio troppo rigido?

A queste domande si può rispondere analizzando un caso specifico di successo: quello del vincolo di bilancio adottato in Cile. Il tema è stato trattato sul Sole 24 Ore dall'attuale Ministro delle Finanze cileno, Andres Velasco.

La legge cilena riesce a coniugare l'esigenza di tenere i conti in ordine, senza però legare le mani al governo in casi di rallentamento dell'economia. Il nodo da sciogliere consiste nella differenza tra un vincolo di bilancio strutturale e uno annuale. Il vincolo annuale è quello, per esser chiari, che i repubblicani del Tea Party vorrebbero inserire nella costituzione, rendendo quindi obbligatorio un bilancio in pareggio durante ogni esercizio. E' opinione comune che tagliare la spesa pubblica durante una recessione aggravi la situazione, ma questa scelta riassume invece la politica economica dei governi occidentali, intenti a tagliare i deficit senza nessun riguardo ai livelli occupazionali e al mantenimento di un welfare sufficiente ad attutire i colpi della crisi.

La legge cilena in materia permette al governo di ridurre i deficit durante i periodi d'espansione, accumulando quindi quei "cuscinetti" di riserva atti ad attutire i colpi di eventuali riduzioni dell'output. Il Cile persegue quindi politiche fiscali nettamente anticicliche: di contrazione durante i  "periodi buoni", e di spesa in deficit durante le recessioni. Aumentare il gettito durante un'espansione dell'economia è mossa forse poco popolare, ma permette di accumulare scorte di capitali utili nei periodi bui e di raffreddare l'economia prevenendone il surriscaldamento. Abbiamo invece tanti esempi di politiche procicliche: durante le fasi di espansione si incoraggia la spesa, tagliando anche le tasse (come durante il periodo reaganiano e i primi anni 2000 sotto Bush), incamerando un capitale politico cospicuo che però fa lievitare il debito pubblico, restringendo lo spazio fiscale (futuro) di manovra necessario per combattere le recessioni, qualora queste colpiscano quando il debito pubblico è così elevato da rendere sostanzialmente impossibile un ulteriore intervento di spesa in deficit.

Il caso cileno non dovrebbe essere considerato un "caso guida" solo per la sua efficacia teorica: anche nella pratica il governo è riuscito ad agire in modo intelligente. E' quindi il caso di ricordare la saggia politica della formica attuata dall'ex Presidente Michelle Bachelet. Eravamo nel 2008 quando il boom del rame (principale prodotto d'esportazione del Cile) permise al Paese di incamerare ingenti risorse, aumentando notevolmente il gettito fiscale.

La Bachelet venne allora sottoposta a un forte pressing del pubblico, voglioso di far banchetto con le risorse garantite dall'export. Il governo, però, agì responsabilmente mettendo in moto i cosiddetti "stabilizzatori automatici": si tratta proprio dei meccanismi illustrati in precedenza, che adottano politiche anticicliche incamerando risorse durante le espansioni economiche. Il risultato, da un punto di vista politico, fu catastrofico: il consenso verso l'operato del Presidente crollò al 39%, ma quando, l'anno dopo, la crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti colpì anche il Cile, il cuscinetto di riserva incamerato dal governo permise di limitare i danni, garantendo una rete di spesa sociale adeguata a sostenere i consumi durante la recessione. Il premio per tale avvedutezza nella gestione non tardò a palesarsi: il consenso per l'operato presidenziale volò al 78%. Anche il contesto  macroeconomico del Cile, oggi, è tutt'altro che negativo: nel 2011 la crescita stimata è del 6,6%, mentre l'inflazione (4%), e il tasso di disoccupazione (7,2%) indicano un quadro di espansione che in Occidente possiamo solo sognare. Il fatto che il debito pubblico del Cile sia pari solamente all'8,8% del Pil testimonia che è possibile coniugare l'esigenza di tenere i conti in ordine garantendo al contempo l'attuazione di quei programmi proto-keynesiani che oggi sono ampiamente rinnegati dai governi e disconosciuti dalle élite politiche occidentali, sinistre comprese.

Non sono, però, tutte rose e fiori. Permettere agli stabilizzatori automatici di entrare in funzione non è cosa facile: serve stabilire in anticipo, e con una certa affidabilità, se l'economia raggiungerà tassi di crescita che permettano di ridurre il deficit, o se invece la crescita (o decrescita) sarà asfittica e richiederà l'ingresso in campo della spesa pubblica in deficit per contrastare il rallentamento. L'attuazione di queste stime, nota l'economista Ed Dolan, "non può essere delegata agli staff governativi in carica". Il motivo è semplice: il governo è per definizione interessato alla rielezione, e potrebbe sovvertire l'entrata in funzione degli ammortizzatori, "falsificando" i conti per condurre una politica fiscale ottimale da un punto di vista politico, ma dannosa per le future generazioni. In Cile, quindi, un'equipe di economisti indipendenti è incaricata di valutare la performance economica, e poiché il quadro generale del paese è largamente influenzato dalle esportazioni e dal prezzo mondiale del rame, un secondo gruppo di esperti ha il compito di valutare le entrate previste in base alla domanda mondiale dell'elemento.

La vicenda cilena permette di valutare lo scandalo del debt ceiling americano alla luce delle distorsioni che una politica di bassissimo livello infligge a una giusta amministrazione del bilancio: un limite al deficit che si poggi sul singolo esercizio annuale, anziché su basi strutturali e di lunga durata,  non è certo cosa auspicabile nemmeno in Europa. Inoltre è legittimo chiedersi come mai le élite europee (e Giulio Tremonti fra i primi) abbian fatto proprio il dibattito sul vincolo di bilancio solo dopo che quest'ultimo è venuto alla ribalta emergendo dai bassifondi di una pessima esibizione di sé da parte del Congresso di Washington. Non è forse il processo virtuoso che gli stati e le istituzioni europee dovrebbero perseguire?

La recente chiusura dell'Europa nei confronti del dibattito sugli Eurobond non va, quindi, demonizzata: i timori di un dilagante "moral hazard" vanno ascoltati e si deve dare a Germania e Francia una risposta concreta. Questa risposta non può però prescindere da una volontà da parte dei singoli stati di delegare all'Europa l'autorità di studiare una soluzione che, al pari di quella cilena, possa condurre gli stati in acque sicure senza precludere la scelta di opzioni fondamentali per attenuare la gravità della crisi.

Spirito di sovranazionalismo, quindi, e volontà politica, devono fondersi nella coscienza che non c'è futuro per l'Unione Europea se non nella collaborazione e nel progresso delle istituzioni.

Un esecutivo europeo simile a quello proposto dal duo "Merkozy" potrebbe cimentarsi quindi nel proposito, oggi centrale nel dibattito e nel futuro della nostra economia, di formulare e promuovere presso gli stati membri un meccanismo di omologazione fiscale che abbia contemporaneamente nel mirino la stabilizzazione finanziaria e l'attenuazione della crisi occupazionale, una piaga di cui non si parla a sufficienza e che tende solo a peggiorare, con conseguenze sociali e umane di catastrofica gravità.

Come ci ha ricordato la ricerca condotta da Kenneth Rogoff e Carmen Reinhardt, pochi stati sono riusciti a ridurre lo stock di debito grazie alla crescita economica. Questa constatazione rende di cruciale importanza, oggi, combattere l'indebitamento, ma con strumenti che non aggravino il quadro globale, soprattutto per le nuove generazioni.

Da questo punto di vista, se l'introduzione degli Eurobond richiede che vengano attuate quelle riforme per impedire che alcuni stati, come la Grecia dopo l'introduzione dell'euro, si abbeverino fino ad annegare, è di cruciale importanza che tale processo inizi al più presto, in un quadro di collaborazione reale tra i paesi.

E' però inevitabile notare l'anacronismo dell'attuale corsa all'inserimento nelle costituzioni di norme vincolanti sul deficit. Se l'esperienza cilena può insegnarci qualcosa, dovrebbe risultare evidente che per ristabilire un equilibrio tra spesa ed entrate è necessario che la macchina economica dell'Occidente si rimetta in moto: blindando i bilanci senza crescita rischieremmo solamente di porre un ulteriore ostacolo innanzi a una ripresa tanto auspicata quanto indebolita dalle politiche di austerità.

 

 

Il presidente del Cile Michelle Bachelet
(Foto: Reuters / )
Il presidente del Cile Michelle Bachelet
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