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Di Federico Di Gioia | 30.11.2011 17:15 CET

A Pechino è stata arrestata una donna, Tang Deying, che, con il suo avvocato, era in città per chiedere il risarcimento per la morte del figlio, ucciso nel 1989 durante la repressione in piazza Tienanmen. Sebbene la donna avesse presentato negli anni molte lettere alle autorità cinesi per avere giustizia, non si sono mai avute risposte ufficiali. La risposta più chiara è stata quella di oggi da parte della polizia della capitale cinese. L'intenzione della signora Deying, a quanto riporta il sito della radio Free Asia, era quella di farsi ricevere dal premier cinese Wen Jiabao. La donna aveva ricevuto nel 2006 una somma di circa 7mila euro da parte del governo locale, ma senza nessuno specifico riferimento alla morte del figlio. Il governo cinese, in seguito ad una richiesta portata avanti dall'associazione Madri di Piazza Tienanmen e a Human Rights in China, aveva comunque riconosciuto un indennizzo ai parenti delle vittime. In seguito, però, al modesto risarcimento la donna aveva presentato un ricorso per avere un formale riferimento alla morte del figlio, senza ricevere alcuna replica. 

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In Cina continua, dunque, a non riscontrarsi una particolare sensibilità nei confronti dei diritti umani. Huang Qi, attivista cinese e fondatore di un sito internet dedicato proprio all'argomento, ha sollecitato una risposta da parte del governo centrale nei confronti delle vittime del 1989, il cui numero ufficiale rimane tuttora avvolto nel mistero (se le fonti governative parlano di 241 persone, molti dati ufficiosi riportano numeri nell'ordine delle migliaia).  Sul sito di Huang Qi viene affermato che, stando all'attuale valuta, i familiari delle vittime avrebbero diritto a risarcimenti di circa 70mila euro, dieci volte quello ricevuto, senza neanche un esplicito motivo, dalla signora Deying.

Gli appelli da parte dell'Occidente perché da Pechino si aumenti l'attenzione del governo nei confronti dei diritti umani e della libertà di parola continuano a cadere nel vuoto. La guerra contro Google è stata vinta da Pechino e rimane complicato e pericoloso, tanto per i cinesi, quanto per gli stranieri, far passare tramite internet idee o denunce che mettano in difficoltà il governo centrale. In questo momento, oltretutto, i rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti, principale voce internazionale sul tema di diritti umani, sembrano decisamente incentrati sugli argomenti economici. Durante il recente vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) di Bali il presidente americano Barack Obama e il premier cinese Wen Jiabao hanno avuto modo di incontrarsi di persona, ma dei temi del colloquio si sa ben poco ed è difficile pensare che in un tale contesto di tacita sfida sul dominio economico del Pacifico, un argomento come quello dei diritti umani sia stato portato all'attenzione dei cinesi.

Di diritti civili Obama ebbe modo di parlarne al suo omologo cinese Hu Jintao durante la storica visita di quest'ultimo a Washington nel gennaio 2011, ma la risposta del presidente cinese di fronte all'ennesimo richiamo degli americani fu più che esaustiva: "La Cina è sempre impegnata nella protezione e nella promozione di diritti umani e sta facendo progressi. Il Paese ha fatto enormi progressi riconosciuti in tutto il mondo, nonostante ci sia ancora molto da fare". Il discorso virò poi velocemente sulla questione economica, ben più pressante e interessante per entrambi. La signora Deying potrebbe avere qualcosa da ridire a riguardo, ma, considerato il suo arresto, sarà difficile che le venga data la possibilità di esprimere il proprio pensiero.

 

 

Piazza Tienanmen
(Foto: Reuters.com / )
Piazza Tienanmen
This article is copyrighted by International Business Times.
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