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Di Lello Stelletti | 27.12.2011 18:40 CET

Il governo dell'Afghanistan ha dato il via libera alla firma di un importante accordo con la Cina per la prospezione ed estrazione di petrolio nella regione del fiume Amu, comprendente le province settentrionali di Sar-e-Pul e Faryab. 

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In un comunicato diffuso nella serata di ieri il palazzo presidenziale ha precisato che "Il governo afghano ha ordinato al ministro delle Risorse minerarie, Wahidullah Shahrani, di firmare un contratto di esplorazione dell'area petrolifera dell'Amu Darya con la compagna cinese China Nationa Petroleum Corporation". Secondo le stime di rilevamento, l'area potrebbe consentire a Pechino una produzione di circa 87 milioni di barili di petrolio.

Per l'attività di estrazione, la Cnpc istituirà una joint-venture con il gruppo afghano Watan. Rispetto al livello globale, si tratta comunque di giacimenti relativamente piccoli, ma notevolmente redditizi per Kabul. Pechino, dal canto suo, otterrà invece un importante punto d'appoggio nelle future gare per i diritti di trivellazione delle altre grandi riserve di idrocarburi situate nel resto del Paese asiatico. Recenti stime dello Us Geological Survey, indicano che nell'area settentrionale dell'Afghanistan, in particolare nella parte nord-est del confine con il Tajikistan, i bacini petroliferi potrebbero contenere sino a 1,8 miliardi di barili di greggio.

Secondo un portavoce del governo, Jawad Omar, il contratto dovrebbe essere firmato ufficialmente domani. Nel caso tutto vada come previsto, la partnership afghana potrebbe aumentare le entrate pubbliche cinesi di 5 miliardi di dollari entro i prossimi dieci anni. La Cnpc ha fatto grandi rinunce pur di ottenere questo accordo: il 70% del profitti andranno al governo di Kabul, e la compagnia petrolifera si è impegnata a pagare il 15% delle royalties sulla produzione del petrolio, più un 20% di imposte sulla società.

Con un'intesa simile, Pechino è riuscita a lasciarsi alle spalle tutte le offerte rivali, provenienti da Australia, Regno Unito e compagnie energetiche di base in Pakistan. Si tratta del secondo importante accordo tra la Cina e l'Afghanistan e dimostra la disponibilità cinese a mettere a rischio di sicurezza i propri investimenti pur di garantire l'approvvigionamento energetico necessario a soddisfare la richiesta interna. L'Afghanistan ha vasti giacimenti petroliferi per una stima di 1,92 bilioni, circa 2 mila miliardi, di dollari.

Molto poche però sono le imprese occidentali che hanno investito nel settore per motivi di sicurezza. Gli hub e le pipeline, infatti, sono considerati dei target importanti per i gruppi ribelli militanti e la logistica dei trasporti su distanze molto lunghe aumenta l'esposizione di questi siti a degli attacchi con conseguente interruzioni delle forniture. Le esitazioni occidentali si sono rivelate un vantaggio per i cinesi, pronti ad assumersi i rischi a causa della loro sete di energia, ma anche per l'India che ha aumentato la propria presenza sul territorio afghano. L'abbondanza di denaro contante nelle mani di Pechino e New Delhi consente di pagare gli onerosi costi di produzione e trasporto, vista la necessità di forniture affidabili per alimentare le loro economie in forte espansione.

Per la Cina, quest'ultimo accordo serve a rafforzare la propria presenza sul suolo afghano dopo che l'impresa Metallurgical Corp ha firmato un contratto nel 2008 per valorizzare la miniera di rame di Aynak, a sud di Kabul, la seconda più grande del mondo, e il centro di Haji Gak, una cava di ferro. Grazie al supporto cinese, il vasto giacimento minerario di Aynak dovrebbe iniziare la sua attività di produzione entro la fine del 2014.

Secondo il parere di diversi analisti, comunque, l'attrazione che il petrolio e i giacimenti minerari afghani esercitano sui cinesi, a prescindere dalle dimensioni e nonostante le evidenti difficoltà di sicurezza, è solo uno dei molteplici incentivi che mostrano come Pechino stia cercando opportunità di investimento molto più ampie. Con il ritorno della stabilità del conflitto che ha devastato il Paese, infatti, le sue infrastrutture danneggiato avranno bisogno di urgenti riparazioni. Questo sarà assolutamente necessario per favorire la crescita economica e lo sviluppo a lungo termine, e la Cina sarà in prima fila quando si tratterà di doversi proporre come esperto in questo settore.

Tutta l'Asia centrale è anche vista come un terreno di investimento chiave per la Cina che si è posta un obiettivo ben preciso: ricostruire, o altrimenti ristabilire, una nuova Via della Seta, impostando rotte commerciali con i vicini Stati centro-asiatici, così da espandere la propria influenza regionale e poter controllare meglio la sicurezza delle forniture energetiche. Oggi la Cina importa metà del suo fabbisogno petrolifero dal Turkmenistan, Paese con cui vanta importanti investimenti in alcune delle più grandi aree di rifornimento mondiale di gas naturale. Pechino, inoltre, è impegnata nella costruzione di una vasta rete di condutture con il Kazakhstan, un altro Paese vicino ricco di risorse minerarie.

Karzai-Hu Jintao
(Foto: Reuters / Jason Lee)
Da sinistra, il presidente afghano, Hamid Karzai, accanto al presidente cinese Hu Jintao mentre partecipano a una cerimonia presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, 24 marzo 2010.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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