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Di Dario Saltari | 27.01.2012 18:43 CET

"In futuro, ognuno avrà i suoi 15 minuti di anonimato". Lo scimmiottamento della celeberrima citazione di Andy Warhol fatta da Banksy, ben descrive la realtà che si trova a vivere la riservatezza dei nostri dati personali nell'era di Internet. Al tempo di Facebook, infatti, la condivisione dei propri gusti e informazioni ha ristretto sempre di più la sfera intangibile di segretezza di alcuni nostri dati. Proprio oggi è stata diffusa la notizia secondo cui l'Fbi sarebbe intenzionata a sviluppare un software in grado di monitorare i social network al fine di scoprire possibili minacce alla sicurezza nazionale e internazionale. L'annuncio, ovviamente, ha fatto esplodere di nuovo la polemica sulla privacy sul web ed ha ancora una volta diviso gli internauti tra complottisti e difensori della legge.

Reuters
Alcuni manifestanti che indossano la maschera di Guy Fawkes, simbolo di Anonymous.

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Anonymous, la nota organizzazione di hacker che ha come simbolo una maschera di Guy Fawkes, ad esempio, ha così commentato la notizia sul proprio profilo Twitter: "L'Fbi vuole controllare i social media? L'ha sempre fatto". Dall'altra parte della barricata, invece, ci sono coloro che affermano che il diritto alla privacy è usato come scudo sul web per attaccare altri diritti come quello d'autore. Le recenti polemiche riguardo all'approvazione di leggi anti-pirateria che permettono alle autorità giudiziarie di bloccare siti o blog che violano, con la pubblicazione di materiale coperto da copyright, il diritto d'autore, confermano quanto sia caldo l'argomento.

Prima la legge delle tre disconnessioni in Francia, poi le cosiddette Sopa e Pipa negli Stati Uniti, affossate dopo la protesta globale sul web, infine l'approvazione del trattato Acta da parte dell'Ue, che sta scatenando nuove polemiche. Senza addentrarsi nel merito delle leggi e dei trattati, ciò che probabilmente spaventa di più è la facilità con cui i provider web riescano a reperire informazioni riguardo agli utenti che violano queste regole e da qui la necessità, per i difensori della privacy, di rinforzare gli scudi a favore degli internauti. In assenza di questi scudi, infatti, la potenza di Internet nel reperire informazioni potrebbe essere utilizzata per fini politici o addirittura illegali.

L'esempio che forse rappresenta meglio quest'ambiguità del potere online è sicuramente Google, la compagnia operante su Internet più famosa in assoluto. Attraverso i servizi offerti da Mountain View, infatti, un utente può trovare praticamente qualunque cosa sul famoso motore di ricerca: video, documenti, articoli, canzoni, mappe e così via. Ciò che, probabilmente, l'utente medio non sa, è che Google, attraverso le nostre ricerche, raccoglie informazioni su di noi, cercando di capire chi siamo e cosa ci piace.

Questa mole di informazioni serve principalmente a due scopi. Il primo è fornirci ricerche personalizzate, ovvero tagliate su misura sui nostri gusti. "Possiamo fare una ricerca migliore, indovinando cosa intendi davvero quando scrivi Apple, Jaguar o Pink", si legge nel post del blog ufficiale di Google, in cui si annunciano i cambiamenti alle norme sulla privacy che verranno introdotti a partire dal prossimo primo marzo. Il secondo scopo è quello del finanziamento: compagnie come Google o Facebook, infatti, vendono il proprio "bottino" di informazioni ad alcune società specializzate (come BlueKai e Acxiom negli Stati Uniti) che creano un profilo personalizzato di ogni utente a fini pubblicitari. Per dare un'idea sulle quantità di informazioni che ogni giorno lasciamo su Internet, basti pensare che il gruppo di attivisti austriaci "Europe vs Facebook" ha scoperto, nell'ottobre dello scorso anno, che Facebook detiene circa 800 pagine di informazioni personali per ognuno dei suoi iscritti.

Il dibattito sulla privacy, teorizzato per la prima volta nel 1890, sta quindi radicalmente cambiando a fronte di un mondo, come quello di Internet, che sta sempre di più assorbendo la vita reale delle persone, facendo svanire il mito dell'anonimato on-line nato agli albori del web. Secondo Mark Zuckerberg, ad esempio, "non ha più senso parlare di privacy" dato che sono cambiate le "norme sociali". Ma è davvero così? Dobbiamo davvero dire addio ad un nostro diritto in favore di una maggiore informazione? Leggendo il Codice della privacy, entrato in vigore nel 2004, si ha la conferma che la protezione dei dati personali costituisce "ormai uno degli aspetti più significativi della libertà delle persone". La legge predispone anche un'autorità a protezione della privacy, il famoso garante, e stabilisce sanzioni civili, penali e amministrative "a chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento dei dati personali".

L'aspetto più rilevante della questione, però, è il fatto che il diritto alla riservatezza è strettamente collegato con la libertà di espressione. La paura degli attivisti e degli internauti è che Internet, con la sua potenza nel reperire informazioni, possa essere utilizzato a fini politici. L'esempio più lampante è ancora una volta la Cina, con i suoi innumerevoli blogger incarcerati o imbavagliati. Pechino, inoltre, ha deciso di sostituire Google con un motore di ricerca più fedele al regime, Baidu. Anche Twitter ha deciso da ieri di piegarsi alla censura: sul suo blog ufficiale, infatti, il noto servizio di micro-blogging ha fatto sapere che, se richiesto dalla legge, cancellerà alcuni tweet "scomodi" in alcuni paesi.

Questi campanelli di allarme ci avvertono su quanto sia importante vigilare sul nostro diritto a proteggere i nostri dati personali, perché se utilizzati al di fuori della sfera commerciale possono avere ripercussioni molto negative sulla capacità della nostra società di mantenere viva la libertà di pensiero. Il caso di Wikileaks e Julian Assange ci mostra che non solo i regimi oppressivi come la Cina ma anche i Paesi più "civili", come quelli occidentali, sono capaci di mettere in atto misure volte a limitare la libertà di espressione e di pensiero.

Anonymous
(Foto: Reuters / Stefano Rellandini)
Alcuni manifestanti che indossano la maschera di Guy Fawkes, simbolo di Anonymous.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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