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Di Stefano Consiglio | 20.04.2012 17:15 CEST

Per mesi le autorità indiane hanno sostenuto all’unanimità l’idea per cui la giurisdizione, per giudicare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò accusati dell’omicidio di 2 pescatori indiani, spettasse alla magistratura locale. La pubblica accusa, rappresentata dai legali dello stato del Kerala e dagli avvocati delle due vittime, aveva da subito sostenuto che la competenza della magistratura indiana dipendeva dal fatto che l’incidente era avvenuto nelle acque contigue, una zona di mare in cui l’India eserciterebbe la giurisdizione ai sensi di una convenzione dell'Organizzazione marittima internazionale.

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Del tutto opposta la posizione dei legali dei due militari italiani, che replicando alla posizione assunta dall’accusa, hanno fatto presente alla Corte che la convenzione citata dai legali delle vittime riguarda solamente gli atti di terrorismo o di pirateria e non è dunque applicabile al caso di specie. La difesa ha inoltre sottolineato più volte, nel corso di questi mesi, il fatto che l’incidente sia avvenuto a 22,5 miglia dalla costa. Secondo una legge del 1976, perfettamente in linea con il diritto internazionale generale, le acque territoriali dell’india si estendono fino a 12 miglia dalla costa. Fra le 12 e le 24 miglia si troverebbe, invece, la così detta zona contigua: in essa il Governo indiano e legittimato a compiere controlli per prevenire la violazione delle proprie leggi ma non può esercitare la sua giurisdizione sulle navi che battono la bandiera di uno Stato straniero.
A sostegno della propria linea difensiva, il Governo italiano ha allegato al ricorso una sentenza emessa in passato dalla Corte suprema indiana, secondo la quale: “La giurisdizione extraterritoriale è possibile solo nel caso di cittadini indiani”.

Inizialmente il governo indiano aveva palesemente avallato la tesi sostenuta dalla pubblica accusa. Oggi, tuttavia, durante una riunione dinanzi alla suprema Corte di Nuova Delhi, l’Avvocato generale dell’India ha criticato l’operato delle forze di polizia dello Stato del Kerala, sostenendo che esse non avevano il diritto di arrestare i due marò, dal momento che la petroliera su cui è avvenuto l’incidente si trovava al di fuori delle acque territoriali. Ma c’è di più: su queste basi il governo ha inoltre sottolineato che la polizia non era legittimata né a mettere in stato di fermo la Petroliera (che è bloccata nel porto di Kochi dal 15 febbraio n.d.r.), né a compiere perquisizioni su di essa e nemmeno ad arrestare i due marò.

Le dichiarazioni del governo hanno suscitato l’immediata reazione del governatore del Kerala che, interpellato a questo proposito da un canale televisivo privato, ha dichiarato: “L’azione intrapresa contro l’Enrica Lexie è legittima. Ogni scelta è stata presa dopo consultazione con il governo centrale. L'incidente è avvenuto nel nostro territorio e abbiamo ogni diritto di applicare le nostre leggi”.

Nonostante l’intransigente rifiuto dello “chief minister” del Kerala di accogliere le dichiarazioni del governo, la mutata posizione dell’esecutivo potrebbe avere una certa influenza sulla Corte Suprema di Nuova Delhi, che nel frattempo ha aggiornato l'udienza per il rilascio dell'Enrica Lexie al 30 aprile.

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India, caso due marò
(Foto: Reuters / )
Salvatore Latorre e Massimiliano Girone, i due marò sotto custodia delle autorità indiane durante un trasferimento presso la corte di Kollam
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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