Il Giappone dice addio al nucleare. Per la prima volta dal 1970 tutte le centrali saranno spente.

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Di Stefano Consiglio | 04.05.2012 18:18 CEST

Sono passati quasi 14 mesi dal disastro di Fukushima. In tutto questo tempo il Governo giapponese si è reso conto della necessità di effettuare dei controlli sui 51 reattori nucleari presenti nel Paese, che per ciò sono stati progressivamente spenti.

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Le autorità nipponiche hanno annunciato per domani lo spegnimento dell’ultimo reattore ancora attivo: si tratta del reattore n° 3 della centrale di Tomari, sito sull'isola di Hokkaido. E’ un evento molto importante per il Giappone, che dal 1970 ha utilizzato le centrali nucleari per soddisfare una buona fetta delle esigenze energetiche del Paese.

Secondo le prime dichiarazioni, rilasciate dalle autorità incaricate dello spegnimento del reattore di Tomari, quest’ultimo rimarrà disattivato per un periodo di 70 giorni, durante i quali saranno effettuati i controlli necessari alla sua riattivazione. Non tutti, però, concordano sulla necessità di far ripartire i reattori spenti. Fra i vari contestatori del nucleare vi è anche la monaca-scrittrice Harumi Setouchi; nonostante i suoi 89 anni, ieri ha iniziato uno sciopero della fame dinanzi al Ministero dell’Industria di Tokyo. Alla coraggiosa scrittrice, si sono unite altre personalità del calibro di Hisae Sawachi e Satoshi Kamata, aventi rispettivamente 81 e 73 anni.

L’idea di abbandonare definitivamente l’energia nucleare, che fino ad oggi ha coperto circa il 30% del fabbisogno energetico della nazione, non è solo un’utopia che unisce scrittori e artisti. Molti scienziati giapponesi hanno, infatti, valutato la possibilità di concentrate gli investimenti governativi sui metodi alternativi di produzione dell’energia. Il problema è che attualmente il Giappone, avendo utilizzato per molto tempo l’energia nucleare, non ha sviluppato a sufficienza le così dette energie alternative. Ad oggi le energie rinnovabili coprono circa il 9% del fabbisogno energetico giapponese, un valore di molto inferiore rispetto al altri Paesi, come la Germania, che pur utilizzando impianti di energia nucleare, hanno avviato un programma per favorire la diffusione delle energie alternative, che ad oggi soddisfano il 20% del fabbisogno energetico dei tedeschi. Nel tentativo di indurre le imprese ad acquistare corrente dai produttori di energia rinnovabile, il Governo giapponese ha disposto un disegno di legge che prevede un acquisto dell’energia a costo fisso, secondo lo schema dei “feed-in tariffs”. Nonostante questi sforzi, lo scarso sviluppo delle energie rinnovabili, le rende inadatte a coprire integralmente la carenza energetica derivante dallo spegnimento dei 51 reattori nucleari.

Per compensare la penuria di energia, il Giappone non ha avuto altra alternativa che ricorrere ai combustibili fossili, i quali tuttavia hanno causato un duplice problema: da un lato hanno aumentato esponenzialmente le immissioni, rendendo ancor più difficile la realizzazione dell’obiettivo imposto durante la Conferenza dell'ONU sul clima a Copenhagen, che ha invitato il Giappone a diminuire le immissioni del 20% entro il 2020; dall’altro hanno obbligato le autorità nipponiche ad importare grandi quantità di combustibili fossili, con una chiara ricaduta in termini economici.

A questo punto una domanda sorge spontanea: Quale politica energetica presceglierà il Giappone per il futuro ? Alcuni pensatori illuminati, fra i quali spicca il nome di Sei Kato, vice direttore dell'Ufficio del ministero dell'Ambiente, guardano alla Germania come il Paese a cui ispirarsi. Le autorità tedesche hanno, infatti, formulato un piano a lungo termine che prevede il progressivo spegnimento delle centrali nucleari e la loro sostituzione con impianti di produzione di energie alternative che, entro il 2050, dovrebbero coprire l’80% del fabbisogno energetico. Secondo Kato ciò che impedisce al Giappone di raggiungere “l’obiettivo tedesco”, non è la mancanza di tecnologia o di risorse ma i contrasti esistenti fra le lobby che controllano il settore energetico. I grandi produttori di energia sono, infatti, in continua lotta tra loro; ciò rende impossibile la predisposizione di un piano energetico a lungo termine, che valorizzi adeguatamente le energie rinnovabili.

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