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Di Gianluca Iozzi | 14.05.2012 18:54 CEST

La crisi dei mutui subprime del 2008 che è iniziata negli Usa, e che successivamente si è diffusa in tutta Europa sembra non aver insegnato nulla.  La crisi ebbe inizio negli Usa grazie all'uso spregiudicato degli strumenti derivati e ora l'Europa ne sta ancora scontando gli effetti.

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Secondo i dati diffusi dall'Eurostat, i derivati presenti nel portafoglio investimenti delle amministrazioni pubbliche italiane, tra il 2008 e il 2001 hanno prodotto debiti per 5,67 miliardi. Nel solo 2011 le passività ammontavano ad 1,96 miliardi.

Una situazione per niente allegra quella del nostro Paese che, nel 2011, ha riportato un rapporto debito/Pil pari al 120%, producendo quasi 2 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico.

In base ai dati dell'Eurostat, l'Italia risulta prima in classifica sopra paesi come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito.

Ma cosa sono esattamente i derivati? Sono strumenti finanziari il cui valore dipende dal valore di mercato dell'attività sottostante. L'attività sottostante può essere un'azione, un obbligazione, ma può trattarsi anche di merci.

Le strutture contrattuali nelle quali  è possibile incasellare gli strumenti derivati sono tipicamente le seguenti:

  1. futures: contratti con i quali le parti si impegnano a scambiarsi alla scadenza un certo quantitativo di determinate attività finanziarie, ad un prezzo stabilito;
  2. opzioni: sono contratti che permettono ai possessori di acquistare o vendere il titolo sul quale l'opzione stessa è scritta, chiamato strumento sottostante, ad un determinato prezzo (prezzo di esercizio) e ad una data prestabilita.

Le opzioni a loro volta si dividono in call e put. Le opzioni call permettono di acquistare alla scadenza prestabilita, e ad un prezzo prefissato, l'attività sottostante (ad esempio un'azione).  All'acquirente converrà esercitare l'opzione quando il prezzo del sottostante sarà superiore al prezzo di esercizio.

Le opzioni put, invece, consentono all'acquirente il diritto, ma non l'obbligo, di cedere il titolo sottostante ad un prezzo e ad una data predeterminati. All'acquirente converrà esercitare l'opzione soltanto se il prezzo del sottostante risulterà inferiore a quello di esercizio.

Fatte queste dovute premesse, si può notare come il possesso di tali strumenti finanziari può garantire elevati guadagni, ma allo stesso modo può portare a perdite mostruose. Ed il motivo è semplice: tutto dipende dal prezzo di mercato dell'attività sottostante.

Ma tutto ciò non sembra preoccupare l'Italia, che, secondo quanto reso noto dal governo a metà marzo, ha costruito posizioni in derivati su 160 miliardi di debito pubblico, ovvero l'8% del totale.

Recentemente JP Morgan, grazie ad una sfrenata attività di trading effettuata tramite derivati, ha riportato una perdita di 2,3 miliardi di dollari. Le azioni della storica banca sono calate del 10%, subendo un vero e proprio crollo in Borsa.

Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan ha promesso che avvierà un indagine sulla questione, per fare luce sulle eventuali responsabilità.

Il crollo in borsa di JP Morgan dovrebbe indurci a riflettere sul ruolo che svolgono questi strumenti della "fanta finanza", ma c'è da scommettere che si andrà avanti come se il problema non esistesse. 

 

 

Banconote
(Foto: REUTERS / Sukree Sukplang )
Una serie di banconote
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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