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Di Lello Stelletti | 27.05.2012 10:59 CEST

La nuova fase di colloqui tra l'Iran e il gruppo 5+1 (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e la Germania) sul nucleare di Teheran appena conclusasi a Baghdad è stata utile per concordare un'unica questione: le due parti si rincontreranno a metà mese di giugno a Mosca. Diciamo non un grande risultato. È evidentemente come sia complicato trovare un punto d'incontro tra le potenze occidentali e i vertici della Repubblica Islamica riguardo la cessazione della pratica d'arricchimento dell'uranio iraniano.

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Le principali richieste delle potenze occidentali riguardano l'impianto di Fordo, dove l'Iran starebbe effettuando pratiche d'arricchimento dell'uranio a livelli del 20%. Per tutta risposta l'Iran ha chiesto un accordo sulla rimozione delle sanzioni unilaterali occidentali contro il petrolio iraniano e il settore bancario. La forbice tra le due situazioni di domanda e offerta è ben ampia. L'Iran insiste sul suo diritto di continuare la pratica d'arricchimento dell'uranio in quanto firmatario del trattato di non proliferazione. Il gruppo 5+1, invece, ha proposto assistenza a Teheran per garantire la sicurezza dei propri reattori e sostegni all'industria del trasporto aereo per l'acquisizione di pezzi di ricambio per i propri aerei di linea commerciali.


Come si suol dire, il gioco non vale la candela. Ovviamente tutti i vertici del gruppo 5+1 erano più che consapevoli del fatto che l'Iran non avrebbe accettato tali proposte. Quello che ci si chiede è perché non offrire all'Iran una controproposta più attraente: magari non la rimozione contemporanea delle sanzioni petrolifere e bancarie, ma almeno una delle due. L'Iran, molto probabilmente, avrebbe accettato tale offerta e questo avrebbe comportato un passo avanti nella fase di negoziati non indifferente, l'Iran avrebbe posto fine alla parte più sensibile e pericolosa del proprio programma nucleare, e si sarebbe raggiunto un accordo "win-win", ossia un'intesa in cui entrambe le parti escono soddisfatte quasi allo stesso livello.


Da questa considerazione nasce un nuovo quesito: perché le potenze occidentali stanno prendendo tempo? Perché proseguire con questa strategia attendista? Due, probabilmente, sono le risposte chiave: il gruppo 5+1, e quindi gli Stati Uniti, non crede che l'Iran stia costruendo un ordigno nucleare, o perlomeno non ancora. Ricordiamo, inoltre, che mancano circa cinque mesi alle elezioni presidenziali statunitensi e Barack Obama ha fatto capire in modo evidente che le questioni "calde" a livello internazionale resteranno in naftalina sino alla nomina del nuovo presidente. Chiudiamo il cerchio con la certezza da parte del 5+1 che Israele non ha intenzione, per ora, di sferrare un attacco unilaterale contro Teheran.


Tutti questi dettagli forniscono ulteriore tempo per negoziare, magari aspettando di trovarsi in una posizione di forza maggiore rispetto alla situazione attuale. E qui ci colleghiamo alla seconda possibile, e aggiungiamo probabile, risposta: le sanzioni contro la Repubblica Islamica starebbero ottenendo l'effetto sperato e la strategia attendista potrebbe consentire di sfruttarle al meglio al momento debito, ossia quello in cui Teheran non potrà più esimersi dal dover trattare. Le potenze occidentali, insomma, potrebbero aver imparato qualcosa dalla strategia iraniana.


Negli ultimi anni, infatti, Teheran è stata spesso accusata di aver innescato questa fase di stallo nei colloqui per prendere tempo e continuare lo sviluppo del proprio programma nucleare. La questiona ruota al fatto che in una fase di negoziati, se hai il coltello dalla parte del manico, il passare del tempo gioca tutto a tuo favore, e ogni chilogrammo di uranio arricchito prodotto dai tuoi impianti consentirà di ottenere concessioni maggiori dall'altro attore in gioco. Questa strategia ha funzionato sino al 2011, ossia sino a quando le sanzioni occidentali sul petrolio e sul sistema bancario non hanno messo in seria difficoltà l'economia della Repubblica Islamica.


La strategia occidentale parte, quindi, dal presupposto che l'Iran non stia perseguendo in questo momento la costruzione di un ordigno nucleare. Per questo motivo si può allungare così tanto il tempo d'attesa e spremere l'economia iraniana al punto tale che, se non si dovesse giungere a un'intesa, sarebbero gli stessi vertici di Teheran, il grande ayatollah Ali Khamenei in persona, a richiedere agli Stati Uniti e alle altre potenze di porre fine alle sanzioni e negoziare i termini di un accordo. Ovviamente, il risultato migliore sarebbe convincere, o meglio obbligare, l'Iran a chiudere i negoziati accettando le posizioni occidentali.


Attenzione, però, agli sviluppi interni nella politica iraniana. Nel 2013 ci saranno le elezioni presidenziali e Mahmoud Ahmadinejad chiuderà il suo percorso alla leadership del paese. Khamenei ha ottenuto una dichiarazione di fedeltà da 15 fazioni ultraconservatrici e da mesi sta lavorando, neanche troppo sottotraccia, per estendere il proprio controllo sul sistema politico. Al momento in cui bisognerà trovare un punto d'incontro con l'Occidente, però, l'ayatollah dovrà portare a casa un accordo che non danneggi la sua immagine pubblica e che accontenti la Guardia rivoluzionaria islamica, i pasdaran. L'accordo attuale somiglia tanto a un suicidio politico, e la suprema guida spirituale nel corso del tempo ha dimostrato di non avere nessuna intenzione di abbandonare la propria posizione.

Negoziati Baghdad, gruppo 5+1-Iran
(Foto: Reuters / )
Un'immagine che mostra i rappresentanti del gruppo 5+1 e l'Alto rappresentante pe la politica estera e di sicurezza europeo, Catherine Aston, durante il vertice di Baghdad, 23 maggio 2012.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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