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Di Stefano Consiglio | 31.05.2012 19:57 CEST

Secondo i dati dell’Osservatorio per i diritti umani oggi in Siria sono morte almeno 14 persone, nel corso di una serie di scontri fra i ribelli e le forze leali al Presidente Assad. I decessi di oggi rappresentano solamente la punta di un iceberg; dall’inizio della ribellione in Siria (che si è originata verso la metà di marzo del 2011) ad oggi sarebbero morte circa 13.000 persone. Di queste circa 9.000 sono civili, 3.000 appartengono all’esercito e 800 circa sono disertori.
L’elevato numero di morti fa sorgere spontaneamente una domanda: per quale motivo la comunità internazionale rimane inerte dinanzi al massacro perpetrato quotidianamente dalle truppe leali al Presidente Assad? Perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha adottato una risoluzione analoga a quella che ha permesso l’intervento militare in Libia a sostegno del Consiglio Nazionale di Transizione? Perché la Lega Araba continua a sperare nel successo del piano di pace di Kofi Annan, anziché intervenire militarmente in Siria a sostegno dei ribelli e della popolazione civile?

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La risposta a questi quesiti richiede un’accurata analisi del contesto in cui dovrebbe realizzarsi l’intervento della comunità internazionale. L’attuale Presidente siriano, Bashar al-Assad, appartiene al gruppo religioso degli Alawiti: un gruppo sciita caratterizzato dall’ortodossia islamica. Oltre alla Siria gli Alawiti detengono il potere in Iran ,che è uno dei più grandi finanziatori e protettori della Siria e al contempo è il 4° Paese che produce più petrolio al mondo. Ciò induce molti Stati, fra cui la Cina e Russia, a proteggere l’Iran considerato come il principale alleato in funzione antioccidentale.

L’interesse della Cina e della Russia per l’Iran, e quindi indirettamente anche per le sorti della Siria, spiega solo in parte il motivo per cui queste due grandi potenze hanno esercitato il diritto di veto, loro riconosciuto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per evitare qualunque intervento militare in Siria. I due paesi, infatti, sono coinvolti economicamente con Damasco.

Per quanto riguarda la Russia: il suo riavvicinamento alla Siria si è rafforzato notevolmente dopo la terza guerra israelo-libanese, terminata solamente nel 2006. Durante questo conflitto la Siria dovette indebitarsi per sostenere economicamente gli Hezbolah (un partito politico sciita del Libano fondato nel giugno 1982, principale responsabile degli attacchi contro Israele). Dopo la fine del conflitto la Siria, non potendo chiedere aiuto ai paesi occidentali, si rivolse alla Russia che risanò il 75% dei suoi debiti. In cambio la Siria concluse diversi accordi commerciali con l’alleato sovietico, fra cui l’acquisto di un numero imprecisato di armi che secondo il leader del gruppo liberal-democratico al Parlamento europeo, GuyVerhofstadt, sono state vendute alla Siria anche dopo l’inizio delle ostilità fra i ribelli e le forze leali ad Assad. In base agli ultimi dati la Siria acquisterebbe ogni anno il 10% delle armi prodotte in Russia.

Per quanto riguarda la Cina: secondo la Commissione europea la Cina è fra i principali importatori della Siria, avendo contratti attivi per un valore di 2 miliardi di dollari l’anno. La Cina, inoltre, ritiene la Siria uno snodo fondamentale per i suoi traffici con il Medio Oriente.
Gli interessi commerciali che la Cina ha in Siria spiegano facilmente la dichiarazione resa oggi da Pechino, per cui sarebbe necessario: “effettuare un'indagine radicale sul massacro di civili verificatosi in Siria, per chiarire al più presto la verità”. Una dichiarazione analoga è stata resa da Dmitrij Peskov, portavoce di Vladimir Putin, il quale ha precisato che: “Nessuno ha informazioni certe sul massacro di Houla e non ci si dovrebbe far trasportare dalle emozioni in un momento simile”.

L’analisi delle motivazioni che hanno spinto la Cina e la Russia ad opporsi ad un intervento militare in Siria, fanno sorgere seri dubbi sul diritto di veto loro spettante nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tale diritto venne introdotto nel 1945, data in cui venne istituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite; esso spetta ai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Russia, Francia, Inghilterra, Cina). Un simile diritto aveva senso all’epoca della sua creazione: era appena terminata la seconda guerra mondiale e i paesi vincitori volevano mantenere il controllo sui successivi sviluppi dei rapporti internazionali fra gli Stati. Attualmente la permanenza di un simile diritto appare in palese contrasto con la necessità di garantire una cooperazione democratica fra i leader della comunità internazionale.

Rimane ancora una domanda a cui non è stata data risposta: perché la comunità internazionale è intervenuta prontamente a sostegno dei ribelli anti-Gheddafi, mentre appare restia ad appoggiare le forze che si oppongono al presidente Assad? In questo caso non si può dare una risposta basata su dati certi, potendo solamente fare delle congetture. Apparentemente la comunità internazionale è intervenuta il Libia per proteggere la popolazione civile. Questa conclusione, tuttavia, non tiene conto di altre due ragioni fondamentali:
a)La possibilità di controllare il petrolio presente in Libia.
b)La volontà di impedire la creazione di una moneta unica per i paesi arabi. Tale possibilità era stata prospettata dal Colonello Gheddafi, il quale proponeva di introdurre il dinario d’oro, una moneta forgiata con questo prezioso materiale. Lo scopo di questa politica monetaria, era di introdurre un nuovo concetto nei rapporti economici fra gli Stati: la ricchezza di una nazione non doveva valutarsi in proporzione ai dollari scambiati, ma sulla base dell’oro che possiede. Ciò avrebbe avvantaggiato non poco la Libia che è in possesso di 150 tonnellate d’oro. L’introduzione del dinario avrebbe, inoltre, comportato un mutamento nel prezzo delle materie prime esportate dalla Libia, petrolio in primis, che sarebbe stato venduto in dinari e non in dollari.

A differenza della Libia la Siria non è dotata di una quantità di petrolio sufficiente da suscitare interesse nella comunità internazionale. Essa, inoltre, mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti del terrorismo internazionale, suscitando forti preoccupazioni nelle potenze occidentali.

Da quanto detto fin ora si può concludere che il mancato intervento in Siria, nonostante le 13.000 persone decedute fino a questo momento, è una chiara dimostrazione di come la comunità internazionale valuti le spinte liberticide e antidemocratiche con due pesi e due misure a seconda degli interessi in gioco.

fumo sopra i palazzi nei pressi di Homs in Siria
(Foto: reuters / reuters)
fumo sopra i palazzi nei pressi di Homs in Siria
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