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Di Fabio Di Venuta | 02.06.2012 15:35 CEST

Il dibattito sul mercato del lavoro, in Italia, è quantomai aperto. La riforma, voluta dal ministro Fornero, dopo scontri e incontri con i sindacati e nelle aulee parlamentari, sembra possa essere approvata a breve termine. Ma la nostra appartenenza ad Unione di Paesi e il crescente grado di globalizzazione ci spinge a valutare assetti sociali alternativi al nostro, come, per l'appunto, quello della Flexicurity.

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Che cos'è - Flexicurity (o flessicurezza) è un modello di welfare con politiche proattive sul mercato del lavoro. Il termine, un'unione di flessibilità e sicurezza, si riferisce proprio alla capacità di questo assetto di combinare la flessibilità del mercato del lavoro, in un contesto economico dinamico, e al contempo la sicurezza per i lavoratori. Introdotta per la prima volta dai paesi del nord Europa, la flessicurezza è tornata in auge con lo scoppio della crisi finanziaria. Invocata non solo dai politici, anche il Consiglio Europeo ha affermato che questo modello è un'importante via non solo per modernizzare il mercato del lavoro, ma anche per favorire l'adattabilità del mercato del lavoro. Con la flexicurity si intende assicurare che tutti i cittadini dell'Unione Europea possano beneficiare di una certa sicurezza del posto di lavoro e,al contempo, permettere loro sia di trovare impiego in tutte le fasi della loro vita sia di sfruttare le opportunità che, col crollo dei confini, si presentano ai diversi cittadini.

I principi - L'introduzione di questo modello rientra nell'implementazione della Strategia di Lisbona, che ha come obiettivo la creazione di nuovi posti di lavoro, la modernizzazione dei mercati del lavoro e la coesione sociale. La flexicurity si basa su alcuni pilastri fondamentali: forme contrattuali flessibili e affidabili; strategie di apprendimento lungo tutto l'arco della vita lavorativa: in questo modo si assicura la massima risposta del lavoratore ai mutati contesti economici; politiche proattive nel mercato del lavoro, per far sì che le persone riducano i periodi di disoccupazione andando verso nuovi posti di lavoro; in ultimo, moderni sistemi di sicurezza sociale, che supportino il reddito e permettano ai lavoratori la massima conciliabilità con problematiche e responsabilità private e personali.

Per un paese che presenti sistemi di indennità poco sviluppati, i policy maker potrebbero pensare di implementare questo modello di mercato del lavoro ripartendo i costi su più gettiti. I costi di natura finanziaria dovrebbero, ad ogni modo, essere valutati alla luce dei vantaggi (sia misurabili che non misurabili) che politiche di questo genere potrebbero portare in termini di aumento dell'occupazione, della produttività e della coesione sociale.

Il caso danese - La Danimarca, prima tra i paesi europei a introdurre questo modello, dal 1993 al 2007 la disoccupazione è diminuita dal 12,4% al 3,7%. Con lo scoppio della Crisi e l'inizio di una depressione quanto mai severa, i dati dimostrano che il tasso di disoccupazione danese è ben al di sotto di quello dei paesi dell'OECD, nonostante l'aumento percentuale sia stato più marcato rispetto agli altri paesi,ma il tasso è sempre più basso rispetto a questi ultimi. Il modello danese, in breve, coniuga la sicurezza e la flessibilità del posto di lavoro con una rete di sicurezza che assicura ai cittadini sostegno ai cittadini che non riuscissero a trovare temporaneamente lavoro.

Si può implementare in Italia? Secondo alcuni studi ci vorrebbero 20 miliardi per raggiungere la Danimarca e nuovi investimenti nel settore delle politiche attive sul mercato del lavoro (che, al momento, sono davvero scarsi): in Italia si investono 5,5 miliardi per le politiche attive e 500 milioni per i centri per l'impiego. Per farsi un'idea, in Francia investono 16 miliardi in politiche attive e 6 miliardi nel secondo campo. La Germania, rispettivamente, 14 e 9 miliardi. Cifre, comunque, considerevoli visti i stringenti vincoli di bilancio europei.

Solo una questione di spesa mirata? Non proprio. Secondo alcuni studiosi, un modello di questo tipo è difficilmente sostenibile in Paesi che presentano bassi tassi di "spirito pubblico" perchè l'assicurazione per i disoccupati porterebbe a situazioni di azzardo morale che sono più frequenti la dove l'inclinazione a truffare lo Stato circa i benefici è maggiore.

Riforma del lavoro
(Foto: Reuters / STRINGER Italy)
Il ministro del Welfare, Elsa Fornero.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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