E’ troppo tardi per la pace? L’Onu entra i Siria per aiutare la popolazione civile ma i ribelli si preparano alla guerra

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Di Stefano Consiglio | 05.06.2012 18:44 CEST

Dopo una serie di trattative fra i ministri di Assad e il personale delle Nazioni Unite, il governo siriano ha autorizzato l’Onu a portare nel Paese gli aiuti umanitari necessari a soccorrere la popolazione civile, che da mesi viene martoriata dai continui scontri fra le forze di Assad e i così detti ribelli.
Secondo le prime indiscrezioni della stampa locale, il personale dell’Onu opererebbe inizialmente in un raggio ristretto a quattro città: Homs, Deraa, Idlib, e Deir Ezzour.

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John Ging, direttore dell’ufficio di coordinamento per gli Affari Umanitari, ha commentato la notizia sostenendo che: “Se questa scelta del governo Assad ci permetterà di tirare un sospiro di sollievo lo potremo stabilire solo nelle prossime settimane. L’impatto degli aiuti umanitari non sarà valutato in astratto ma tenendo conto di ciò che concretamente riusciremo a fare per la popolazione civile”.

La notizia secondo cui il governo siriano avrebbe permesso al personale dell’Onu di entrare nel Paese, appare in palese contrasto con la scelta di Assad di dichiarare indesiderati alcuni ambasciatori occidentali accreditati a Damasco. La “sfiducia” di Assad ha colpito i diplomatici degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Svizzera, Turchia Francia, Spagna, Italia, Belgio, Bulgaria e Canada.
Il viceministro degli Esteri siriano, Faisal al-Maqdad, ha precisato in una nota che: “Damasco ha adottato questa misura seguendo il principio di reciprocità. La dichiarazione dei diplomatici occidentali come persone non grate, è una risposta all'espulsione degli ambasciatori siriani dai Paesi dove erano inviati”. A questa spiegazione dei motivi che hanno portato all’espulsione dei diplomatici occidentali, il viceministro degli Esteri ha aggiunto che: “Continuiamo a credere nel dialogo per risolvere i problemi e le crisi in atto e speriamo che i Paesi che per primi hanno preso questo provvedimento possano porre in essere iniziative per la ripresa dei rapporti diplomatici con il nostro Paese”.
A chiusura del suo messaggio Maqdad ha voluto ricordare che il governo Assad si sta adoperando: “Per dare attuazione al piano di pace predisposto dall’inviato delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Kofi Annan”.

Nonostante le rassicurazioni, contenute nel messaggio trasmesso da Maqdad, la definitiva pacificazione della Siria appare molto lontana. Secondo l’Osservatorio per i diritti umani oggi 8 persone sarebbero morte a causa di un attacco sferrato dalle forze di Assad alle roccaforti ribelli di Idlib e Hama. La tv satellitare al-Arabiya parla inoltre di pesanti bombardamenti delle forze governative nelle province di Daraa e Latikiya. I decessi di oggi rappresentano in ogni caso la punta di un iceberg; dall’inizio della ribellione in Siria (che si è originata verso la metà di marzo del 2011) ad oggi sarebbero morte circa 13.000 persone.

Nel frattempo la comunità internazionale continua a rimanere inerte dinanzi a quella che ormai si può definire una “Gross Violation” dei diritti umani, perpetrata dal Presidente Assad. La Cina e la Russia, per tentare di proteggere gli interessi commerciali che hanno con la Siria, hanno esercitato il diritto di veto loro spettante nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, per evitare qualunque intervento armato della comunità internazionale a sostegno delle forze anti-Assad.
Dal canto loro i ribelli, esasperati dalle continue promesse di pace della comunità internazionale, hanno dichiarato che: “Non ci impegneremo più per rispettare il piano di pace di Annan. L’inviato speciale delle Nazioni Unite non è stato capace di riportare la pace nel Paese, non esiteremo dunque a sferrare attacchi contro le forze governative per difendere il nostro popolo”. A questa dichiarazione, resa nota da Sami al-Kurdi un portavoce del consiglio militare ribelle, è seguita la creazione di una nuova forza militare composta da 12.000 uomini che si sono autodefiniti “soldati del Fronte dei rivoluzionari siriani”. Secondo i leader dei ribelli questo nuovo contingente opererà congiuntamente con la Syrian Liberation Army, per schiacciare le forze fedeli ad Assad attraverso un’azione a tenaglia.

La situazione in Siria appare ogni giorno più drammatica. La comunità internazionale, che negli ultimi mesi ha puntato tutto sul piano di pace predisposto da Annan, dovrà fare presto i conti con il suo fallimento. A questo punto una domanda sorge spontanea: una volta che sarà evidente l’impossibilità di pacificare la Siria senza intervenire a sostegno delle forze anti-Assad, cosa farà la comunità internazionale? Interverrà militarmente a sostegno dei ribelli o si girerà dall’altra parte lasciando che Assad continui indisturbato a massacrare la popolazione civile nel disperato tentativo di sedare la ribellione? Una cosa è sicura: le prossime decisioni della Cina e della Russia avranno un peso fondamentale nella definitiva soluzione della “questione siriana”.

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