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Di Stefano Consiglio | 08.06.2012 18:16 CEST

“E’ vitale per il Giappone la riattivazione di due reattori nucleari necessari ad aiutare l’economia e a sostenere i suoi abitanti”. Queste sono le parole pronunciate da Yoshihiko Noda, primo ministro giapponese, nel corso di una conferenza stampa in cui ha spiegato ai giornalisti le motivazioni per cui egli ritiene necessario riattivare i reattori numero 2 e 3 della centrale atomica di Oi (situata nella prefettura occidentale di Fukui).

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Il Premier ha rassicurato i giornalisti, preoccupati delle condizioni di sicurezza della centrale di Oi, che prima di riavviare i reattori dovranno essere completati tutti test iniziati al momento del loro spegnimento. La stampa, tuttavia, non è l’unica a temere per i possibili danni che potrebbero essere causati da una frettolosa riaccensione dei reattori: Satoshi Arai, ex ministro giapponese, ha infatti presentato insieme a molti altri esponenti del Partito Democratico Giapponese (il partito attualmente al governo cui appartiene lo stesso primo ministro Noda) una petizione che richiede alle autorità di accertare “con la massima prudenza possibile” lo stato dei reattori prima di procedere alla loro riaccensione.
Dinanzi alla contrarierà della popolazione, che secondo gli ultimi sondaggi sembra essere disposta a sopportare la penuria energetica derivante dallo spegnimento dei reattori, il primo ministro Noda ha precisato di non avere intenzione di imporre con la forza la loro riaccensione. Egli ha, tuttavia, tentato di aggirare l’ostacolo della petizione ottenendo il consenso delle autorità di Fukui. Per tentare di convincerle della necessità di riattivare i due reattori, Il primo ministro ha fatto notare che l’arrivo dell’estate aumenterà esponenzialmente il fabbisogno energetico giapponese a causa dell’uso eccessivo di condizionatori da parte della popolazione. Ciò renderà molto difficile fornire energia a prezzi concorrenziali, il che finirà per danneggiare ulteriormente gli imprenditori giapponesi che già si trovano in uno stato di profonda crisi.

Dal 5 maggio scorso tutti i reattori nucleari giapponesi sono stati spenti per essere sottoposti a lavori di manutenzione e controlli di sicurezza. L’ultimo reattore ad essere spento è stato il reattore n° 3 della centrale di Tomari, sito sull'isola di Hokkaido. Al momento del suo spegnimento le autorità giapponesi hanno dichiarato che esso sarebbe rimasto disattivato per un periodo di 70 giorni, al fine di effettuare i controlli necessari alla sua riattivazione. Non tutti, però, erano e sono concordi sulla necessità di far ripartire i reattori spenti. Molti artisti e scrittori, fra cui la monaca-scrittrice 89enne Harumi Setouch, hanno contestato il programma nucleare del Giappone.

L’idea di abbandonare definitivamente l’energia nucleare, che fino ad oggi ha coperto circa il 30% del fabbisogno energetico della nazione, non è solo un’utopia che unisce scrittori e artisti. Molti scienziati giapponesi hanno, infatti, valutato la possibilità di concentrate gli investimenti governativi sui metodi alternativi di produzione dell’energia. Il problema è che attualmente il Giappone, avendo utilizzato per molto tempo l’energia nucleare, non ha sviluppato a sufficienza le così dette energie alternative. Ad oggi le energie rinnovabili coprono circa il 9% del fabbisogno energetico giapponese, un valore di molto inferiore rispetto al altri Paesi, come la Germania, che pur utilizzando impianti di energia nucleare, hanno avviato un programma per favorire la diffusione delle energie alternative, che ad oggi soddisfano il 20% del fabbisogno energetico dei tedeschi. Nel tentativo di indurre le imprese ad acquistare corrente dai produttori di energia rinnovabile, il Governo giapponese ha disposto un disegno di legge che prevede un acquisto dell’energia a costo fisso, secondo lo schema dei “feed-in tariffs”. Nonostante questi sforzi, lo scarso sviluppo delle energie rinnovabili, le rende inadatte a coprire integralmente la carenza energetica derivante dallo spegnimento dei 51 reattori nucleari.

Per compensare la penuria di energia il Giappone non ha avuto altra alternativa che ricorrere ai combustibili fossili, i quali tuttavia hanno causato un duplice problema: da un lato hanno aumentato esponenzialmente le immissioni, rendendo ancor più difficile la realizzazione dell’obiettivo imposto durante la Conferenza dell'ONU sul clima a Copenaghen, che ha invitato il Giappone a diminuire le immissioni del 20% entro il 2020; dall’altro hanno obbligato le autorità nipponiche ad importare grandi quantità di combustibili fossili, con una chiara ricaduta in termini economici.

A questo punto una domanda sorge spontanea: Quale politica energetica presceglierà il Giappone per il futuro ? Alcuni pensatori illuminati, fra i quali spicca il nome di Sei Kato, vice direttore dell'Ufficio del ministero dell'Ambiente, guardano alla Germania come il Paese a cui ispirarsi. Le autorità tedesche hanno, infatti, formulato un piano a lungo termine che prevede il progressivo spegnimento delle centrali nucleari e la loro sostituzione con impianti di produzione di energie alternative che, entro il 2050, dovrebbero coprire l’80% del fabbisogno energetico.
Le dichiarazioni del premier Noda, però, fanno suppore che ancora una volta lo scontro fra coloro che sono favorevoli alla ripresa del nucleare e coloro che prospettano soluzioni alternative, è stato vinto dalle lobby che controllano il settore energetico. Secondo Kato i grandi produttori di energia sono i responsabili dell’incapacità del Giappone di raggiungere “l’obiettivo tedesco”. Le continue lotte fra loro impediscono, infatti, la predisposizione di un piano energetico a lungo termine, che valorizzi adeguatamente le energie rinnovabili.

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