IBBooks CLASSICS : “Il settimo papiro” di Wilbur Smith

Di Gaspare Battistuzzo | 13.06.2012 23:30 CEST
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I puristi della Letteratura, quella con la "L" maiuscola appunto, tendono ad arricciare il naso di fronte ai milioni di copie vendute da questo autore africano di cultura anglosassone. E' ancora invalsa, in molti ambienti accademici e non solo, l'inveterata abitudine di etichettare lo scrittore che vende molto come scrittore per "popolo bue".

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Wilbur Smith, tra l'altro, sconta anche un peccato peggiore: è nato in Rhodesia - se qualcuno non se la ricorda, era il vecchio nome dello Zimbabwe, - una colonia britannica dalle vicende assai travagliate; la sua vera colpa, tuttavia, non è esser nato nell'ex Impero Britannico quanto piuttosto il non averlo mai rinnegato. Un intellettuale che si rispetti - e mi sembra di sentire il coro di voci accademiche che plaudono all'assurdità che sto per dire, - non può che condannare l'esperienza coloniale come puro abbrutimento dell'uomo europeo (come dire, scegli: o sei Conrad o sei Coetzee, ma per carità non Kipling!).

Wilbur Smith è abbastanza coraggioso da non fare niente del genere. Lui racconta l'Africa: quella dei bianchi invasori e colonialisti - ma anche costruttori di strade, ospedali, tribunali, - e quella dei neri nativi ed eroi per la libertà - ma anche corrotti e corruttibili.

I milioni di copie gli danno ragione e val la pena di interrogarsi su quale sia la ricetta vincente di Smith. Ebbene, in breve: sa essere Rider Haggard ma lo sa essere dopo la Decolonizzazione. Se per l'autore de Le miniere di Re Salomone era sin troppo semplice descrivere l'Africa britannica, data l'epoca in cui viveva (un po' come Agatha Christie in Poirot sul Nilo), per Smith è un miracolo restituirci quell'atmosfera da erbetta verde e ben tagliata nei Club per Whites di Nairobi o ancora le miniere di Kimberley in Sudafrica piuttosto che l'impetuosità delle cascate del Nilo.

Scavando tra i ricordi dell'era gloriosa delle esplorazioni inglesi (e non solo) alla ricerca di tesori archeologici egizi, l'epoca di Howard Carter e Lord Carnaervon e Tutankhamen, Smith si inventa Il settimo papiro - ripubblicato di recente da TEA in un'edizione a caratteri grandi, - una storia che più britannica e coloniale non si può, anche se ambientata negli anni '90.

La dottoressa Royan Al Simma, bellissima anglo-egiziana dalla pelle "color del miele", è un'egittologa che con il marito Duraid da anni sta dietro agli enigmi lasciati per strada dallo schiavo Taita, il servo prediletto della regina Lostris, vissuto nell'epoca turbolenta in cui gli Egizi migrarono a sud, verso l'Etiopia, scacciati dall'invasione dei misteriosi Hyksos.

Una notte qualcuno si intrufola nella bella villa che Royan e Duraid abitano in un'oasi fuori del Cairo e ruba tutti i papiri di Taita, compreso appunto il settimo; Duraid viene ucciso e Royan fugge ma rischia la vita più volte finché non raggiunge la madre in Inghilterra. Che cosa vogliono quei ladri? Chi li ha mandati? Domande cui risponderà presto la trama perfetta e ben orchestrata di Smith.

Una volta in Inghilterra, Royan cerca aiuto ma sa che non può fidarsi quasi di nessuno, quindi contatta l'unico amico cui Duraid avrebbe affidato la sua vita: sir Nicholas Quenton-Harper, aristocratico quarantenne, egittologo per diletto e per retaggio familiare, il quale non solo è la quintessenza del gentiluomo britannico sempre ironico e imperturbabile ma ha anche appena perso moglie e figlia in un incidente d'auto....

Da qui in poi non si deve raccontare più niente perché la bravura di Smith va rispettata e un umile recensore non ha il diritto di rovinare le mirabolanti sorprese che l'autore ha in serbo per il lettore. Si può solo dire che Royan e Nicholas - che finiranno per innamorarsi, ça va sans dire: ma come si fa a resistere ad un'archeologa anglo-egiziana, d'altra parte? - dovranno risolvere un mistero vecchio di diversi millenni: trovare la tomba del faraone Mamose, costruita fuori dall'Egitto per preservarne l'integrità dalle scorribande degli Hyksos...

Il romanzo, come si diceva, è costruito alla perfezione. Molti hanno detto che si tratta del romanzo migliore di Smith, per quanto a noi sembri che eventualmente il titolo gli vada concesso a pari merito con La spiaggia infuocata e Il potere della spada (altre volte riuniti in unico volume come La montagna dei diamanti). Tuttavia bisogna riconoscere che è un ottimo prodotto di letteratura d'avventura.

Carente di scene erotiche spesso troppo presenti in Smith, è una storia che punta molto sull'amore: Royan e Nicholas ma anche il guerrigliero ribelle Mek Nimmur e la nobildonna etiope woizero Tessay. L'amore più classico, quello scanzonato e un po' infantile dei gentiluomini inglesi dei tempi che furono.

La ricostruzione storica forse è un po' fantasiosa ma convince perché coerente con se stessa. Ciò che davvero incanta, come sempre nei romanzi di Smith, è la resa del respiro dell'Africa. Si sente che è la terra in cui l'autore è nato ed il suolo che l'ha visto crescere. Si percepisce che quella terra rossiccia abita ancora nel cuore di questo scrittore che da anni gira il mondo ed ha case dovunque ma torna sempre e comunque in Africa.

Un romanzo da leggere. Alcuni direbbero sotto l'ombrellone: e sia, va benissimo anche lì. Ma solo a condizione che sotto l'ombrellone ci portiate anche Baricco e Philip Roth, perché Wilbur Smith non è meno bravo di loro.

 

 

Il settimo papiro
( Foto : TEA / TEA )
copertina del libro
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