Tensione alle stelle fra Siria e Turchia. La reazione di Erdogan all’abbattimento dell’aereo: “La collera della Turchia può essere furibonda”.

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Di Stefano Consiglio | 26.06.2012 16:11 CEST

La tensione fra la Turchia e la Siria è alle stelle da quando la contraerea siriana ha abbattuto venerdì scorso un F14 Phantom di proprietà del governo turco. Subito dopo l’incidente i portavoce del presidente Assad si sono affrettati a precisare che l’abbattimento dell’aereo era dovuto al suo ingresso all’interno del mare territoriale siriano, soggetto alla sovranità della Siria ai sensi del diritto internazionale. Del tutto opposte le conclusioni di Ankara secondo cui l’aereo abbattuto non solo era disarmato, avendo l’incarico di compiere delle semplici ricognizioni, ma al momento del suo abbattimento si trovava nello spazio aereo sovrastante il mare internazionale.

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L’abbattimento del Jet ha mandato su tutte le furie il primo ministro Erdogan, il quale parlando dinanzi al Parlamento turco ha fatto notare che nelle scorse settimane diversi elicotteri siriani hanno varcato il confine che separa la Siria dalla Turchia, senza per questo essere abbattuti. L’attacco contro l’F14, che aveva attivato il transponder al fine di poter essere identificato come unità ricognitiva, ha spinto Erdogan a mutare le regole d’ingaggio: “I militari turchi risponderanno a qualsiasi violazione della frontiera e ogni avvicinamento armato al confine sarà considerato una minaccia”. Queste le parole del premier turco che ha aggiunto: “Non cadremo nelle imboscate dei provocatori della guerra. Tutti devono sapere, però, che l’amicizia della Turchia è preziosa, ma che la collera della Turchia può essere furibonda”.

Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha comunicato la posizione dell’Organizzazione Atlantica sull’accaduto: “La sicurezza dell'Alleanza è indivisibile. Siamo vicini alla Turchia”. Un messaggio che sembra evidenziare l’intenzione della Nato di non voler, almeno per il momento, intervenire militarmente in Siria. Questa conclusione è stata confermata dallo stesso segretario generale Rasmussen il quale ha fatto sapere che durante la riunione del Consiglio Atlantico, l'organismo con l’effettivo potere politico all'interno della Nato, nessuno Stato ha invocato la legittima difesa collettiva, che permetterebbe un intervento collettivo degli Stati membri di questa organizzazione internazionale a supporto della Turchia.

Nel frattempo in Siria continuano a dilagare gli scontri fra le forze leali al presidente Assad e i ribelli uniti nell’Esercito siriano libero. Secondo le fonti locali 15 persone sono morte oggi in Siria negli sconti più violenti mai registrati nei pressi della capitale Damasco. Le truppe siriane, dinanzi all’avanzata dei ribelli, avrebbero fatto ricorso all’artiglieria pesante causando diverse vittime fra la popolazione civile.

A questo punto una domanda sorge spontanea: che cosa sta facendo l’Onu per tentare di porre un freno ai massacri compiuti quotidianamente dal presidente Assad?
Corinne Momal-Vanian, portavoce delle Nazioni Unite, ha fatto sapere che gli ispettori di una Commissione d’inchiesta, nominata dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani, sono riusciti ad entrare in Siria e a breve forniranno un rapporto dettagliato sulle atrocità compiute dall’inizio della ribellione (cominciata nel Marzo del 2011 durante la così detta Primavera Araba).
La notizia dell’ingresso dei commissari dell’Onu in Siria, nonostante la sua apparente positività, non muterà granché la situazione dal momento che il Consiglio dell’Onu per i diritti umani non è dotato di poteri vincolanti, potendo solamente adottare delle raccomandazioni con cui esortare gli Stati membri a tenere o non tenere determinati comportamenti.

Che cosa accadrà dunque una volta che la Commissione d’inchiesta avrà redatto il suo rapporto? Probabilmente non succederà niente. L’unico organo che potrebbe e secondo molti dovrebbe fare qualcosa è il Consiglio di Sicurezza. L’art 39 della Carta dell’Onu, infatti, dispone che: “il Consiglio di Sicurezza dinanzi ad una minaccia alla pace, ad una violazione alla pace o ad un atto di aggressione, adotta tutte le misure necessarie per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. Fra le varie ipotesi di minaccia alla pace vi rientra, secondo quanto stabilito dallo stesso Cds, anche la guerra civile.

Quand’è che il conflitto interno ad una nazione si trasforma in una guerra civile? Secondo Gabriele Ranzato, professore di storia contemporanea presso l’Università di Pisa, la guerra civile è:Un conflitto armato di vaste proporzioni, nel quale le parti belligeranti sono principalmente costituite da persone appartenenti alla popolazione di un unico Paese”. Dalla lettura di questa definizione si capisce che la guerra civile non deve essere confusa con l’insurrezione della popolazione a danni del proprio Stato, punibile secondo le leggi dello stesso. Il confine fra guerra civile e insurrezione, tuttavia, risulta molto labile. Quando infatti uno Stato perde la propria legittimità, come è avvenuto ad esempio in Libia all’epoca della caduta del Colonello Gheddafi, contemporaneamente viene privato della soggettività giuridica di diritto internazionale che lo differenzia dai suoi cittadini, rendendo il conflitto fra questi e le ex forze governative una guerra civile.

Poste queste premesse viene da domandarsi se il regime di Assad possa considerarsi legittimo dal punto di vista del diritto internazionale. La risposta per il momento non può che essere positiva, dato il controllo effettivo che l’attuale governo esercita sul territorio e l’indipendenza che lo caratterizza.
Affinché si possa dunque sostenere l’esistenza di una guerra civile è necessario che le forze anti-Assad conquistino una buona parte del territorio siriano, impedendo al governo di controllarlo. Venendo meno il requisito dell’effettività, le forze governative si troverebbero nella stessa condizione giuridica del resto della popolazione, trasformando automaticamente il conflitto in una guerra civile.
Perché ciò sia possibile, tuttavia, sarebbe necessario che i ribelli venissero aiutati dalle forze dell’Onu, come è avvenuto in Libia in cui il Consiglio di Sicurezza ha fornito al Cnt il necessario supporto aereo attraverso l’imposizione della famosissima no-fly zone.

Il problema è che qualunque intervento militare in Siria è impedito dalla Russia e dalla Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che esercitando il diritto di veto loro riconosciuto dall’art 27 paragrafo 3 della Carta Onu hanno protetto il loro alleato in Medioriente.
Le difficoltà nel raggiungere il consenso necessario per un intervento diretto del Consiglio di sicurezza, potrebbero essere aggirate se la Nato decidesse di utilizzare le proprie forze per appoggiare i ribelli anti-Assad. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe necessaria l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dato che l’art 53 della Carta dell’Onu dispone: “Le organizzazioni regionali [fra cui rientra anche la Nato] non possono intraprendere azioni coercitive senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza”.

Qualunque ragionamento intorno alla difficile situazione siriana ripropone il problema del diritto di veto esercitabile dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, capace di impedire qualunque intervento nonostante il parere favorevole della maggioranza degli altri Stati. L’analisi condotta fin ora fa sorgere seri dubbi sul diritto di veto spettante ai 5 membri permanenti del Consiglio (Stati Uniti, Russia, Francia, Inghilterra, Cina). Un simile diritto aveva senso all’epoca della sua creazione: era appena terminata la seconda guerra mondiale e i paesi vincitori volevano mantenere il controllo sui successivi sviluppi dei rapporti internazionali fra gli Stati. Attualmente la permanenza di un simile diritto appare in palese contrasto con la necessità di garantire una cooperazione democratica fra i leader della comunità internazionale.

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Erdogan
(Foto: Reuters / Umit Bektas)
Il primo ministro Tayyip Erdogan parla nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente ucraino Viktor Yanukovich (non inquadrato), Ankara 22 dicembre 2011.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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