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Di Giovanni Tortoriello | 26.06.2012 16:36 CEST

Non è uomo che si accontenta di mezze verità, di porte socchiuse. Proprio come suo fratello Paolo, Salvatore Borsellino pretende la verità tutta intera e non è disposto a scendere a compromessi. In una lunga intervista rilasciata a Il Ciriaco, Salvatore Borsellino parla della trattativa Stato-mafia, spiegando come sia avvenuta quella che lui spesso ha definito "la prima causa della strage di via d'Amelio" e come le istituzioni temano la verità e cerchino ancora di occultarla.

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"Da anni sostengo che Mancino abbia incontrato Paolo il primo luglio del '92 nel suo studio. C'è la testimonianza di Gaspare Mutolo, il pentito che Paolo stava interrogando quando gli arrivò la telefonata direttamente dal ministro. Paolo gli disse e, racconta Mutolo, al rientro mio fratello era talmente nervoso che addirittura mise in bocca due sigarette contemporaneamente. Sono convinto che in quella data Mancino comunicò a Paolo l'esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia. Gli avrà chiesto di interrompere le indagini sulla strage di Capaci, per le quali paolo aveva chiesto di essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta. Cosa che non avvenne perché lo ammazzarono prima".

Mancino continua a negare che quell'incontro sia mai avvenuto, ma un'agenda grigia appartenuta a Paolo Borsellino smentisce l'ex ministro degli interni: "Alle 19:30 del primo luglio c'è annotato il nome di Mancino.- sottolinea Salvatore Borsellino- È inutile continuare a negare. Mancino nella sua a mio avviso evidente menzogna sceglie per altro una linea assurda perché dice che se pure avesse incontrato Paolo non avrebbe potuto ricordarsene perché non lo conosceva fisicamente. Ora che una persona capace di intendere e volere, per di più ministro degli interni, dice di non conoscere il volto di Paolo Borsellino il 1 luglio del '92, cioè quando dopo la strage di Capaci campeggiava sui giornali e in TV tutti i santi giorni, è una cosa assurda. Tutti conoscevano Paolo e sapevano che sarebbe stata la prossima vittima. Questi sono dati di fatto".

In una precedente intervista rilasciata lo scorso 22 giugno al portale www.micromega.net Salvatore Borsellino aveva chiesto l'impeachement per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il quale aveva parlato "di una reazione scomposta di chi sa di avere delle cose da nascondere e quindi tenta di chiamare a raccolta le altre forze istituzionali perché si stringano". E anche all'intervistatrice de Il Ciriaco, Salvatore Borsellino ribadisce il proprio sdegno per le intercettazioni emerse tra Mancino e il consigliere del Quirinale D'Ambrosio e per le parole dello stesso capo dello Stato: "Le reazioni a cui stiamo assistendo da quando Spatuzza e Ciancimino hanno iniziato a parlare di trattativa sono sintomatiche della paura che si ha ora che finalmente si sta rompendo la congiura del silenzio durata per 20 anni. È il tentativo di bloccare la Procura di Palermo, i cui magistrati stanno mettendo in evidenza le contraddizioni, emerse soprattutto dal confronto con Martelli. Mancino è indagato per aver reso falsa testimonianza davanti a un pubblico ministero e cerca di correre ai ripari. Per questo si è rivolto al Quirinale, da cui ha avuto un assist che io non mi aspettavo. Purtroppo in qusti giorni mi sto rendendo conto che le più alte cariche dello Stato non vogliono riaprire la porta della verità, avallando in qualche maniera le richieste di Mancino per fermare i magistrati. Per fortuna il procuratore nazionale antimafia Grasso si è opposto alla richiesta di creare un coordinamento tra le tre procure e di intervenire su quella di Palermo. Mancino continua a tirare in ballo chi come lui è in qualche modo coinvolto nella trattativa. D'altra parte un ventennio di silenzio è stato possibile solo per l'esistenza di complicità a tutti i livelli. Se cominciassero a parlare Violante, Conso, Martelli e chissà quanti altri, se avessero parlato Scalfaro e Parisi prima di morire ...".

Rammarico per l'omertà istituzionale che in Borsellino si unisce al rifiuto di ogni risarcimento in denaro perché "lo Stato deve prima darci giustizia". E l'indignazione aumenta ancora di più quando alla mente del fratello del magistrato ucciso 20 anni fa viene richiamata l'agenda rossa fatta scomparire dall'auto ancora fumante di Paolo Borsellino. Ma chi ha fatto sparire l'agenda del magistrato? "Sicuramente non la mafia, almeno non direttamente senza complicità istituzionali. Chi ha rubato l'agenda rossa fa parte di quei servizi che chiamano deviati, ma che deviati non sono perché hanno sempre agito in maniera mirata. Un attimo dopo l'esplosione c'era già qualcuno pronto in via D'Amelio a prelevare quella borsa e fare sparire l'agenda. Quell'agenda rappresenta una pietra tombale messa sulla giustizia".

La speranza della verità, però, riaffiora per Borsellino pensando ai tanti giovani che hanno voglia di "sapere e di combattere". Non come gli adulti che considerano Capaci e via D'Amelio "vecchie storie", citando l'improvvida frase pronunciata da Silvio Berlusconi in occasione della riapertura dell'inchiesta.

"Da quattro anni io e il movimento delle agende rosse siamo in via D'Amelio proprio per impedire che degli avvoltoi vengano lì, ad oltraggiare il luogo dove hanno provocato la morte di Paolo. Non mi rammarico assolutamente che non vengano i rappresentanti delle istituzioni- conclude Salvatore Borsellino- Se dovessero presentarsi noi non faremo altro che una contestazione civile. Ci gireremo di spalle e alzeremo in alto le agende rosse. Niente altro. Ma è evidente che le istituzioni hanno paura di una simile contestazione, perchè quell'agenda rossa rappresenta per loro un peso troppo difficile da sostenere, per questo non verranno".

 

 

Trattativa Stato-mafia
(Foto: Reuters / )
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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