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Di Stefano Consiglio | 06.07.2012 18:35 CEST

“Il presidente Bashar al Assad deve lasciare immediatamente il potere”. Queste sono le parole che si leggono nel documento finale approvato dai rappresentanti degli “Amici del popolo siriano”, un gruppo composto da un centinaio di paesi che si sono riuniti a Parigi per decidere una strategia comune finalizzata a realizzare la definitiva pacificazione della Siria.

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“La prima cosa da fare è aumentare gli aiuti forniti agli oppositori di Assad, in particolare mettendo a loro disposizione i più moderni strumenti di comunicazione”. Una decisione che ha trovato un immediato consenso nei rappresentati di tutti gli Stati riuniti nella conferenza di Parigi. Lunghe discussioni sono sorte, invece, intorno alla possibilità di un intervento diretto dell’Onu a difesa del popolo siriano.
“Bisogna prendere tutte le misure necessarie per stabilire una zona di non sorvolo e corridoi umanitari” queste le parole di Abdel Basset Sayda, leader del Consiglio nazionale siriano, che ha invocato un intervento analogo a quello effettuato in Libia a seguito dell’adozione della risoluzione 1973 del 2011 da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Gli Stati Uniti, la Francia e gli altri Paesi europei si sono mostrati immediatamente disponibili ad adottare sanzioni economiche contro il regime di Assad. Maggiore cautela è stata mostrata, invece, rispetto alla possibilità di un intervento militare. Francia e Germania hanno precisato che non intendo “militarizzare la questione siriana”.

Dinanzi a questi buoni propositi della comunità internazionale un problema rimane aperto: Come si schiereranno la Cina e la Russia qualora si dovesse decidere di adottare delle sanzioni contro la Siria? L’assenza di queste due superpotenze alla conferenza di Parigi, fa sorgere molti dubbi circa un loro eventuale appoggio.
Il persistente rifiuto dell’asse Pechino-Mosca, di autorizzare l’intervento delle Nazioni Unite in Siria, è stato il motivo principale dell’inattività che ha caratterizzato il Consiglio di sicurezza dall’inizio della rivolta anti-Assad. Cina e Russia, infatti, disponendo del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza, hanno impedito l’approvazione di qualunque deliberata nonostante il favore di un gran numero di Stati membri.
L’ostruzionismo di Mosca e Pechino è stato oggetto di una dura critica mossa dal Segretario di Stato americano, Hilary Clinton, che nel corso della conferenza di Parigi ha dichiarato: “Non penso che Russia e Cina stiano pagando alcun prezzo per stare al fianco del regime di Assad. L'unico modo per cambiare è che ogni nazione qui presente dica direttamente e chiaramente che la Russia e la Cina pagheranno un prezzo perché stanno bloccando i progressi della comunità internazionale. La permanenza di Assad al potere non è più tollerabile”.

Durante le fasi finali della conferenza gli Stati partecipanti si sono inoltre impegnati a raccogliere gli elementi necessari che permetteranno, a tempo debito, di giudicare il governo Assad per i crimini commessi, in particolare i crimini contro l’umanità.

Una scelta, che seppur lodevole dal punto di vista sostanziale, appare prematura dato che il protagonista principale di questa vicenda, il Presidente Bashar al Assad, non sembra avere alcuna intenzione di farsi da parte. Un dato che trova conferma in una lunga intervista rilasciata dal presidente siriano al quotidiano turco Cumhuriyet, in cui Assad afferma chiaramente: “Lascio solo se me lo chiede il popolo. Sono gli Usa il vero problema non io; sono loro a sostenere i terroristi . Sto agendo per proteggere gli interessi del popolo siriano, se il mio unico obiettivo fosse di conservare la presidenza, avrei soddisfatto le condizioni americane e le richieste pervenutemi coi petroldollari, avrei potuto vendere i miei principi in cambio di petroldollari”.

Le parole di Assad ricordano quelle pronunciate da Saddam Hussein durante la prigionia che ha preceduto la sua impiccagione. L’ex Rais di Baghdad, prima di passare sotto la scure del boia, accusò ripetutamente gli americani di essere il vero nemico e di aver agito per proteggere il suo popolo. Nessun fatto, nemmeno un documentario che mostrava gli effetti dell’efferata campagna da lui intrapresa contro i Curdi, lo convinse di avere altra colpa se non quella di non poter continuare a proteggere il suo popolo.

Circa 16.500 persone sono morte dall’inizio della ribellione contro il presidente Assad. Non occorre una profonda conoscenza del diritto internazionale per comprendere che si tratta di una chiara minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, condizione necessaria per un intervento del Consiglio di Sicurezza ai sensi del capitolo VII della Carta Onu. L’unico ostacolo che impedisce questo intervento è la minaccia della Cina e della Russia di esercitare il diritto di veto loro spettante nel Consiglio di sicurezza. L’auspicio che unisce gran parte della comunità internazionale è che queste due superpotenze riescano a guardare al di la dei loro interessi economici per ricercare nella pace universale, richiamata con vigore dall’art 1 della Carta delle Nazioni Unite, il loro obiettivo principale.

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Siria
(Foto: Reuters / )
Bandiera siriana.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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