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Di Stefano Bellelli | 29.07.2012 10:09 CEST

Arriva, inaspettata, la liberalizzazione dell'industria farmaceutica. Durante l'esame del decreto sulla spending review è infatti spuntato “galeotto” l'emendamento che obbliga i medici a rilasciare ricette indicanti il solo principio attivo. Rimane la possibilità di indicare un singolo prodotto, ma solo a patto di allegare una «sintetica motivazione scritta».

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Si tratta di un cambiamento di notevole importanza, a tutto vantaggio dei consumatori-pazienti dei prodotti farmaceutici: questi infatti potranno finalmente ricevere dalla farmacia un prodotto meno costoso.

Alcuni esempi: Tavor 1mg 20 compresse, prodotto da Pfizer, costa 6,95 euro; una stessa dose di equivalente (ad esempio il Lorazepam della Mylan) costa 3,85 euro. Moment 200mg 24 compresse costa € 8,40, mentre per la stessa dose di Ibuprofene Sandoz servono solo € 6,40. Ancora più forte il risparmio se confrontiamo Vivin C di Menarini (circa 6 euro) e l'equivalente Coop (solo 2 euro).

Prevedibilmente è montata su tutte le furie Farmindustria, associazione delle case farmaceutiche iscritte a viale Astronomia. Il suo presidente, Scaccabarozzi, non ha infatti esitato a definire l'emendamento «una vergogna», che costringerà «a chiudere le nostre imprese». Parole che suonano eccessive: al di là della scelta irrituale del Parlamento, che ha inserito l'emendamento in un testo sui tagli di spesa pubblica (che non c'entrano nulla), pare non ci sia molto altro di criticabile nella scelta del Legislatore.

Ciò che più salta all'occhio è l'enormità della minaccia degli industriali, che sembra non corrispondere a realtà: è infatti difficile che la riduzione di volumi di vendita dei farmaci “griffati” costringerebbe a chiudere interi stabilimenti: le stesse aziende che producono questi medicinali, infatti, mettono anche sul mercato notevoli quantità di “equivalenti”: si pensi a Merck (sotto il marchio Mylan Generics), a Novartis (marchio Sandoz), o – per restare in Italia » alle stesse Menarini e Recordati.

Gli asset usciti dalla porta, insomma, tornerebbero per la finestra. Non senza aver perso valore, è chiaro: un farmaco equivalente si vende a un prezzo inferiore rispetto al fratello “griffato”. Ma non pare, almeno ad un primo esame, che ci siano gli estremi per gridare alla vergogna e minacciare la chiusura di intere aziende.

Senza contare che, probabilmente, l'ira scomposta di Farmindustria è stata anche scatenata dal fattore sorpresa: dopo aver già scongiurato in passato un'evenienza simile, si trovano improvvisamente “cornuti e mazziati”: danneggiati nei propri asset strategici e costretti a subire il colpo senza preavviso, cioè senza possibilità di esercitare le proprie pressioni lobbistiche.

Il beneficio per gli italiani, invece, è chiaro e tangibile. E lo è anche per il mercato, da un punto di vista morale: i profitti diventerebbero più “puliti”, senza lucrare sull'ignoranza in chimica del cittadino comune presentandogli scatolette colorate e pubblicità creative.

È dunque giunta l'ora che la politica ignori questi meschini ricatti, quest'ombra lunga dei tagli e delle chiusure sempre invocata per bloccare la strada al processo storico di smantellamento dei corporativismi. È anche a questo che è chiamato il governo Monti: e allora si può davvero dire: “se non ora, quando?”.

 

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Farmacia
(Foto: Wikimedia Commons / Ciell)
Libera circolazione online dei farmaci da banco.
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