Woody non è il suo vero nome, ha fatto quarantadue film in quarantadue anni, non si è presentato a ritirare l'Oscar perché di lunedì sera suona sempre il clarinetto con la sua band. Breve identikit di Allen Stewart Königsberg che per entrare e rimanere nella storia della cultura ha scelto il nome di Woody Allen. Tutto questo e molto altro racconta Woody, il documentario di Robert B. Weide sul regista newyorchese, 3 volte premio Oscar.
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Woody ha origini televisive, diviso in due parti, di durata totale di 195 minuti. Robert B. Weide, documentarista con nomination agli Oscar nel '99 con Lenny Bruce: Swear to Tell the Truth lo ha ridotto a 113 minuti e portato sul grande schermo e all'ultimo festival di Cannes. Il documentario approfondisce in modo autentico i natali di Allen con foto del regista neonato, e la crisi esistenziale che lo colpì già da bambino: la paura della morte, tema portante di tutto il suo cinema e del sul pessimismo in salsa ironica distillato con sagacia in molte sue pellicole prodotte. Si parte dall'infanzia agli esordi come autore per la tv, usando una macchina da scrivere che ancor oggi non abbandona, fino ai sui primi film completamente comici (Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas) per poi passare alla sua produzione più profonda e completa come Io e Annie e Manhattan con un salto successivo un po' troppo rapido e meno ricco di informazioni negli ultimi anni, compresi Match Point, Midnight in Paris, oscar per la miglior sceneggiatura nel 2012, e To Rome with love.
Missione compiuta per il documentario sull'aspetto informativo: tanto il materiale con interviste a tutti i suoi grandi colleghi, produttori e familiari, compresa sorella e nonna, quest'ultima ripresa in un documento video degli anni '80. Si scopre che Diane Keaton fece di tutto per sedurlo, era completamente cotta di lui e poi dall'Allen uomo emerge un incredibile contrasto tra la voglia di controllare tutto dei suoi film, supervisione che detiene dal suo primo lavoro da regista, e un'incredibile modestia: «perché faccio un film all'anno? - spiega Allen nel documentario - perché facendone tanti, c'è più probabilità che qualcuno venga bene». Proprio lui che ha il record di nomination agli Oscar per la sceneggiatura originale, ben 15. Al di la della sua ricchezza informativa però, il documentario prende diverse cadute nella agiografia, nell'omaggio acceso sin dai titoli di testa nella stessa grafica da sempre usato nei film del cineasta americano: c'è grande informazione ma poco cinema, nessuna impostazione originale nel racconto o altro ma una lineare esposizione cronologica dei fatti e opinioni. Non che sia per forza un difetto ma se si guardano i precedenti come i documentari di Martin Scorsese su cinema americano e italiano si capisce che esistono tante potenzialità che ha la settima arte di raccontare se stessa e i suoi personaggi in modo da esaltarli e non sovrapporsi ad essi. Forse Weide ha scelto la regia "invisibile" proprio per far esaltare uno delle personalità più belle della cultura mondiale, ed è proprio Scorsese che dà il ritratto più intenso di Allen: «mai vista una persona che avesse sempre così tanto da dire sulla vita». Sacrosanto. E se poi tutto questo pensiero è architettato con ironia e filosofia, padroneggiando Bergman, Fellini e le freddure più nette, l'alto e il basso, si capisce perché Allen riesca sempre e comunque a dire la sua. Ogni anno, in ogni film.
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