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Di Alessandro Proietti | 23.10.2012 10:01 CEST

Giudicare senza dover essere giudicati renderebbe già di per sé arduo il difficile compito di rimanere obiettivi. Se aggiungiamo che per "giudicare" entrano in ballo interessi economici, la situazione si deteriora molto facilmente. Il contorto mondo dei rating è anche questo. Moody's, S&P's e Fitch sono da sempre in una posizione di privilegio nel mondo della finanza. Nonostante accuse, più o meno lanciate esplicitamente e scandali (vedere Lehman Brothers), sono ancora le regine dei rating.

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Il primo sentore di un meccanismo "opaco", nell'ambito delle agenzie di rating, si è avuto qualche anno fa in America. Nel mare magno dei sub-prime, delle Abs (Asset-backed securities) e dei multiformi derivati, le agenzie di rating hanno avuto più di una responsabilità. Il caso Lehman Brothers, le cui ottime valutazioni delle agenzie di rating giravano fino alla vigilia del fallimento, è solo la punta dell'iceberg, solo il caso più eclatante.

Esiste un perverso meccanismo, neanche troppo difficile da immaginare visto il ritorno economico delle agenzie sotto la voce "commissioni", che porta le tre sorelle del rating a dare, in media, voti positivi alle banche di grandi dimensioni. Seppur sfatato il mito del "Too big to fail" persiste ancora un atteggiamento figlio di quel modo di pensare. Ma, in questo caso, c'è l'aggravante degli affari: una banca con un volume d'affari più grande significa anche commissioni maggiori per l'agenzia.

Il dato allarmante è noto da tempo. L'Europa ha più volte palesato l'intenzione di fornirsi di un proprio meccanismo di rating che non dipenda dal sistema americano delle tre sorelle. Proprio da un paper pubblicato dalla Bce emergono i numeri di queste strane "coincidenze".

"Bank Ratings: what determines their quality?" - Il working paper della Bce è stato redatto da tre accademici e, come prassi, vi è scritto che non riflette necessariamente la posizione della Banca Centrale. Prese le dovute "precauzioni" istituzionali, il fascicolo attacca frontalmente l'attuale modus operandi delle agenzie di rating.

"Le agenzie di rating tendono a dare voti positivi alle banche di grandi dimensioni e alle istituzioni che più frequentemente alimentano il business delle agenzie, emettendo titoli derivati". La banca emette derivati, che per norma sono da sottoporre a valutazione delle agenzie, e l'agenzia intasca le commissioni. Il circolo vizioso non si interrompe, ovviamente, fintantoché dall'agenzia arriveranno rating positivi.

Analisi statistica - Lo specifico dei calcoli del paper ha, di fatto, incrociato alcuni dati. Considerati 1189 soggetti emettitori di derivati (abs) tra il 1990 ed il 2012 (per un totale di 6 trilioni di dollari), ne sono stati scelti i primi 200 (90% del mercato considerato). Incrociando questi primi duecento soggetti con le 369 banche che hanno ricevuto i migliori voti dalle agenzie di rating è emerso come 53 istituti figurassero in entrambe le liste ("sorprendentemente" degli altri 147 soggetti quasi nessuno è una Banca). Scremando ancora i dati, partendo da quel gruppetto di 53 istituti, si scopre che dieci di queste banche, da sole, detengono il 65.7% del valore emesso in origine.

Conclusioni - I tre accademici della Banca centrale europea non hanno, di fatto, scoperto nulla di nuovo. L'importanza del lavoro verte, più precisamente, sulla caratura matematico-statistica del working paper. La triste evidenza dei fatti era stata svelata in più occasioni durante gli ultimi scandali che hanno investito la finanza globale. Il sistema attuale è lungi dall'essere perfetto: il rischio di cricoli viziosi è più che concreto e porta, come sempre, all'aggiunta di un nuovo "mattone" nel muro del rischio sistemico del mercato globale.

 

Repertorio
(Foto: Reuters/Yuriko Nakao / )
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© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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