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Di Arianna Adamo | 08.11.2012 11:06 CET

Negli ospedali italiani ci saranno 30 mila posti letto in meno. È questa la prospettiva decisa dal governo nella spending review della scorsa estate. Entro il 31 dicembre le Regioni dovranno indicare dove e come effettueranno la riduzione. L'obiettivo è risparmiare, tagliando gli sprechi e i posti letto. Si dovrà passare nel prossimo triennio 2013-2015 a un rapporto di 3,7 letti ogni mille abitanti dall'attuale 4,2, la media nazionale. Lo 0,7% devono essere dedicati a riabilitazione e lungodegenza di malati che hanno superato la fase acuta.

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Lazio, Trentino e Molise sono le Regioni a cui toccherà tagliare di più. Il processo indicato in alcune Regioni è già partito: dall'Emilia Romagna al Veneto, dalla Toscana alla Lombardia. Il documento redatto dal ministero della Salute parla soprattutto di riconversione: molti posti letto, infatti, serviranno per le terapie di lungodegenza e per i servizi di assistenza agli anziani. Si parla anche di abolire primariati-doppione, di tutelare le strutture con più esperienza, di occupare al meglio i letti di un reparto, arrivano almeno al tasso del 90%. 

“Chiudere i primariati? Un'impresa, spesso non ci si riesce, si incontrano molte resistenza politiche”, racconta Giuseppe Zuccatelli, oggi subcommissario della Sanità abruzzese. “Bisogna raggiungere l'indicatore sui letti stabilito dal ministero attraverso l'eliminazione di reparti interi, unico modo per ottenere risultati duraturi ed efficaci sul piano economico e di recupero di personale. Infermieri e ausiliari da utilizzare altrove e per coprire il turn over”. Gli ospedali saranno divisi in tre categorie (hub, spoke e integrativi) in base a grandezza e strutture: in reparti di 30 posti, ne dovranno essere occupati in media 26. E' questa la strategia anti-spreco del governo.

Alcuni tagli sono previsti da tempo: al Policlinico Umberto I, a Roma, ci sono 20 diverse chirurgie che in un anno hanno eseguito in tutto 400 interventi sulla cistifellea in laparoscopia, ma solo una ne ha fatti più di settanta, mentre a Parma lo stesso risultato è stato raggiunto in soli tre reparti. Quanto alla cardiochirurgie, anche la Lombardia non scherza: ne ha 22, secondo la società di cardiochirurugia ne basterebbero dieci.

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