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Di Luca Marra | 15.11.2012 17:16 CET

Classe 1978, studioso di chitarra Jazz, Claudio Giovannesi è uno dei nuovi sguardi del cinema italiano. Romano e diplomato al centro sperimentale in regia, nel 2009 ha girato Fratelli d'Italia un documentario che segue le storie di tre adolescenti non italiani e compagni di scuola, uno di loro è Nader Sarhan,  giovane egiziano che è anche protagonista dell'ultimo film di Giovannesi: Alì ha gli occhi azzurri in concorso al Festival di Roma 2012 e in uscita oggi in sala.  Il titolo è una citazione della poesia di Pasolini, Profezia, la storia del film si basa sul racconto di stampo neorealista e pasoliniano della vita di Nader: l'amicizia con Stefano (Stefano Rabatti) e l'amore per Brigitte (Brigitte Apruzzesi). I genitori di Nader, interpreti di loro stessi, non vogliono  che il figlio alla sua giovane età sia già fidanzato ma il giovane Nader non ci sta. Cacciato di casa dovrà vedersela col freddo, la fame e dei nemici che lo perseguitano. 
Abbiamo intervistato il regista al Festival Internazionale del Film di Roma, rassegna che il 19 novembre chiuderà la sua settima edizione.

Bim Distribuzione
Claudio Giovannesi regista di "Alì agli occhi azzurri", in concorso al Festival di Roma e da oggi in sala.

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Come in Fratelli d'Italia, hai scelto ancora una volta di seguire la vita di Nader, Alì ha gli occhi azzurri è sorta di evoluzione di Fratelli d'Italia, cos'è cambiato da allora?

«La differenza principale sta in Nader. In Fratelli d'Italia io avevo chiesto a lui di dimenticarsi completamente della macchina da presa, doveva essere incosciente che lo stessimo riprendendo e agire come si sentiva, senza condizionamenti. In Alì ho chiesto invece a Nader di interpretare un personaggio, e questo è stato possibile soprattutto grazie ai suoi genitori e alla sua fidanzata, persone di grandissima disponibilità. In Alì ha gli occhi azzurri Nader doveva essere cosciente, e non più incosciente dunque, di ogni sua emozione. Un percorso che, seppur non intenzionalmente, per me è anche pedagogico.»

Nel film, Nader vuole libertà: vuole scegliere chi amare e quando amare, invece a sua sorella minore impone divieti rigidi e precisi. Come spieghi questa situazione?

«Questo è il paradosso di Nader e io ho cercato di mostrare la sua posizione anche se magari è politicamente scorretta. E come si vede dalla sua disperazione lui diventa cosciente della contraddizione del suo essere, il suo paradosso: vuole una cosa e contemporaneamente il suo contrario. Un contrasto devastante secondo me.»

Per girare hai vietato addirittura di battere il ciak, hai scelto solo persone della scuola di Nader e hai usato la macchina a mano per essere più realista possibile, in generale hai cercato di eliminare il più possibili i segni e gli strumenti del cinema: come si fa dunque a fare cinema, sottraendolo, nascondendolo?

«Il film è il risultato di un metodo e, per me, troppa finzione guasta: l'illusione della realtà deve essere totale. Se batto il ciak tutto è più finto, avrei messo dei confini ben precisi tra la realtà e la finzione della macchina da presa, delle luci sceniche ecc. invece io sul set innesco una miccia, non imposto nulla. Non ci deve essere la realtà in funzione della macchina da presa ma il contrario. Inoltre, scegliendo i protagonisti del film nello stesso contesto di vita di Nader aiutavo il realismo perché le relazioni fra i personaggi già c'erano. Se avessi allestito le riprese con il classico ciak, il set sarebbe stato tutto più rigido, costruito e questa non è la mia idea di cinema.»

Con questo cinema che Italia vuoi mostrare?

Quella geograficamente marginale, parlare del nostro paese, delle sue periferie non del suo centro, e delle persone che la abitano che sono in gran numero anche immigrati, voglio raccontare il conflitto multiculturale. Io credo che non esista società senza conflitto di provenienza, è triste ma è così. Però il conflitto dovrebbe darci anche qualcosa di positivo: la novità e, in particolare, il cambiamento.

Dunque, hai già in mente il tuo prossimo lavoro?

Per ora no, sono immerso ancora in Alì ha gli occhi azzurri: voglio capire come il pubblico reagisce a questo film a questo personaggi e a questa nuova storia.

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Claudio Giovannesi
(Foto: Bim Distribuzione / )
Claudio Giovannesi regista di "Alì agli occhi azzurri", in concorso al Festival di Roma e da oggi in sala.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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