NBA FOCUS. Carmelo ANTHONY, il nuovo Re di NEW YORK CITY

Di Domenico Pezzella | 16.11.2012 19:28 CET
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Un uomo solo al comando. Un solo nome impresso in maniera indelebile nel firmamento delle stelle newyorkesi da quando è iniziata la stagione. Lo stesso nome che il Madison Square Garden invocava quando dal Colorado le news della voglia di tornare a casa, continuavano ad essere sempre più forti. Tutti volevano Carmelo Anthony ed Anthony fu. Poi i nuovi equilibri con D'Antoni prima e Stoudemire poi. Il primo abbandonò la nave prima del previsto, il secondo per motivi di infortunio fu costretto a guardare da fuori l'ascesa dell'ex Nuggets e Syracuse e del taiwanese ex Harvard, Jeremy Lin, guidare New York ai playoff contro gli Heat. In estate sono arrivati gli addii (Lin), i ritorni (Raymond Felton) e le facce nuove anche se datate in termini di età (Kidd, Prigioni, Rasheed Wallace), ma il denominatore comune resta sempre lo stesso: Carmelo Anthony.

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LA FIDUCIA DEI COMPAGNI DI SQUADRA - Tutte arrivate dopo l'importante vittoria contro i San Antonio Spurs della notte le dichiarazioni di amore. Tutte arrivate dopo la prima vera vittoria contro una squadra che non avesse uno dei suoi migliori giocatori fuori per infortunio come per esempio è capitato con Bynum e Philadelphia, con Al Harrington, Jameer Nelson e Hedo Turkoglu per Orlando o Dirk Nowitzki e Shawn Marion per i Dallas Mavericks. «Sta giocando un inizio di stagione davvero formidabile, se siamo dove siamo è soprattutto merito suo. Sta dando l'esempio di chi non pensa solo ed esclusivamente ai propri tiri ai propri punti o all'idea vincerla da solo, come magari poteva capitare in passato, ma sta dimostrando con i suoi tanti extra passaggi per trovare il compagno libero, che quello che importa non sono i nostri tiri, ma i tiri migliori che possiamo costruire per portare la squadra alla vittoria» il commento di JR Smith. «Ad un certo punto della partita non faceva altro che ripetere di stare calmi e rilassati - ha commentato un veterano del calibro di Jason Kidd - poi ha detto di usarlo come esca per attirare l'attenzione degli Spurs e quindi alleggerire quella dei compagni che poi hanno chiuso il match. Potevamo prenderla con molta più semplicità una eventuale sconfitta, visto che saremmo scesi di nuovo in campo dopo poco ed invece abbiamo dimostrato di voler giocare e combattere tutte le volte».

IL PROBLEMA STOUDEMIRE - Una questione di cui al momento nessuno parla, ma a cui tutti stanno pensando. La coesistenza in campo tra i due, come si diceva in precedenza, ha rappresentato uno dei momenti critici non solo della gestione Woodson nel finale di stagione, ma che con ogni probabilità è costato il posto di capo allenatore a coach Mike D'Antoni. Una difficoltà accentuata da un piccolo particolare che non può, però, essere trascurato: la posizione in campo. E' ormai da quando ha messo piede a New York, ma in realtà questa idea echeggiava nella sua mente già ai tempi di George Karl e dei Denver Nuggets, che Anthony ha deciso di essere una power forward atipica e di giocare vicino a canestro anziché partire da lontano. Ciò significa più situazioni di post basso (in estate sia lui che Stoudemire hanno addirittura preso lezioni dal signore del post e della riga di fondo Hakeem Olajuwon ndr), più isolamenti o giochi fatti partire da quella zona del campo prima ancora che da dietro la linea da tre punti. Tutto bello se non fosse per il fatto che quella zona, prima dell'avvento di Anthony nella Grande Mela, era stato il regno della striscia con oltre 30 punti a partita per Amare Stoudemire. Ci ha provato D'Antoni con minuti di coesistenza e di alternanza e non c'è riuscito nemmeno Woodson, che a differenza del neo allenatore dei Lakers, ha avuto dalla sua la Dea Bendata sotto forma di problemi fisici che hanno messo fuori uso 'The Stats' e lasciato via libera al nuovo Re di New York.

ORA ANCHE WOODSON E' CONVINTO - Nella situazione di necessità virtù dello scorso anno, però, deve essere scattato qualcosa nella mente cestistica di coach Woodson, che ormai non nega nemmeno più la voglia di iniziare, continuare e finire le partite con Anthony da numero '4', persino a chi gli chiedeva se lo avesse fatto anche contro i Memphis Grizzlies e Zach Randolph, prossimi avversari della notte: «Non vedo perché dovrei rinunciarci. Carmelo è forte abbastanza per stare in difesa contro un giocatore molto più grosso e forte fisicamente. Di sicuro proveremo anche a proteggerlo con dei raddoppi od altri sistemi, ma a questo punto e con questi equilibri non vedo il motivo per dei cambiamenti». Ed i più maligni penseranno: "A buon intenditori (Stoudemire) poche parole".

I NUMERI DI CARMELO ANTHONY - Sei partite ed è già ad un passo dalla media stagionale da quando ha messo piede nella Nba. I venti punti ad allacciata di scarpa, ormai sono una routine troppo facile da ripetere cosi come dimostrano i 23,8 racimolati fino a questo momento. La magia del momento la si vede nei rimbalzi conquistati, visto che gli otto abbondanti con i quali chiude le partite sono merito anche della posizione di cui sopra. In pieno ritmo con gli altri anni gli assist (1,8), cosi come le statistiche dal campo: 43,2% complessivo e 31% dalla lunga distanza. 

 

 

Carmelo Anthony
( Foto : Reuters / )
La soddisfazione di 'Melo' alle Olimpiadi di Londra
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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