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Di Claudio Forleo | 21.11.2012 19:05 CET

E' dal mese di agosto, da quando i vertici dell'Ilva sono finiti agli arresti domiciliari, che viene giocata una partita sulla pelle della città di Taranto. Nel provvedimento emesso lo scorso 7 agosto dal Gip Todisco è previsto il sequestro degli impianti dell'area a caldo del più grande stabilimento siderurgico d'Europa.

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Il grande ricatto è questo: o lavoro o salute. L'Ilva è un'assicurazione contro la disoccupazione, ma è ormai certificato che stia avvelenando la città con le polveri, la diossina e il benzopirene. I Riva sono già stati condannati in passato per violazione delle norme antinquinamento, ma nulla è cambiato. Ora si arriva al punto di non ritorno.

Il presidente dell'Ilva, l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ha presentato ieri un'istanza di dissequestro in cui vengono scoperte le carte, dopo tre mesi di melina con il governo, con l'opinione pubblica, con i sindacati. "L'ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell'attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo". In parole povere: o dissequestrate oppure i Riva salutano tutti e chiudono l'impianto, lasciando sul lastrico migliaia di famiglie.

A quel punto come si comporterà il governo, fin qui assente e poco disposto a metterci la faccia?

L'Ilva di Taranto
(Foto: Reuters / )
Una immagine dell'Ilva di Taranto
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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