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Di Emiliano Ragoni | 25.11.2012 14:08 CET

Mario Deaglio in un editoriale pubblicato questa mattina su La Stampa  fa un'analisi molto lucida e realistica dell'Italia. Secondo il giornalista l'Italia è un paese restio all'innovazione; la parte del Paese che è attratta dall'idea di cambiare, innovare, correggere, che considera il mutamento come essenziale, che prende come modello l'Europa e il mondo, è largamente minoritaria.

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La corrente prevalente sono coloro che "prendono come modello il campanile", vogliono il minor cambiamento possibile, il recupero di ciò che hanno perduto in questi anni e, al massimo, una semplice riverniciatura dell'esistente. In Italia i giovani sono in netta minoranza, i più preparati sempre più frequentemente, trovano lavoro all'estero, e la maggioranza esprime un profondo, quasi disperato, desiderio di continuità, anzi di immobilità, profondamente anacronistico in un mondo in cui le dinamiche demografiche e quelle economiche impongono rapidi cambiamenti a tutti e su tutti i livelli. Il repentino cambiamento del mercato dell'automobile è uno dei tanti esempi.  

Il risultato di questo conservatorismo di fondo degli italiani è il livello estremamente basso dell'Italia in tutte le classifiche internazionali degli ultimi 10-15 anni. Economicamente, e questa non è certo una novità, il Pil dell'Italia perde posizioni non solo a livello mondiale ma anche in ambito europeo. Deve essere sottolineato che ci sono oltre cento Paesi al mondo in cui è più facile che in Italia ottenere un permesso di costruzione o un allacciamento elettrico e ben centotrenta in cui è più facile pagare le tasse.

L'Italia ha anche altri "primati": è ai primi posti per l'inquinamento dell'aria delle città, mostra cattivi risultati per quanto riguarda il livello di istruzione, perde colpi nel turismo (Berlino è ormai preferita come meta turistica rispetto a Roma), pur essendo potenzialmente il maggior paese turistico del mondo. Ma l'elenco potrebbe continuare a lungo.  

In Italia si invocano incessantemente nuove iniziative per creare lavoro ma chi si fa avanti con progetti di nuovi investimenti viene subito trattato con sospetto; e questo succede sia a livello comunale che nazionale. Esempio: "Vuoi mettere una fabbrica nei nostri campi? Il piano regolatore non lo permette. Vuoi far passare una linea ferroviaria nel nostro territorio comunale? Ci pensa la conferenza dei servizi a imporre il veto, sotto forma di opere pubbliche compensative, per cui il costo al chilometro diventa il più caro del mondo. Vuoi costruire un'autostrada ritenuta utile da tutti, come la Brescia-Bergamo-Milano, senza alcun onere per lo Stato? Preparati a una snervante partita con le istituzioni che durerà una quindicina d'anni. Vuoi costruire, come effettivamente voleva la società britannica British Gas, il rigassificatore di Brindisi, un tipo di impianti di cui il sistema energetico italiano ha un bisogno essenziale? Dopo undici anni di «guerriglia giuridico-burocratica» contro il progetto, la British Gas ha rinunciato.  

Una vera e propria riluttanza ad accettare il nuovo, o anche solo a discutere delle sue possibili implicazioni, sembra permeare di sé il mondo della politica e la società che ne è parte integrante. Deaglio nel suo brillante editoriale fa un passo indietro rievocando i fasti passati. Un tempo non era così: l'Italia dei primi del Novecento, così come quella del «miracolo economico», accettavano con entusiasmo mutamenti profondissimi, primi fra tutti quelli derivanti dalle migrazioni interne che hanno fatto da motore alla crescita italiana. L'attuale società appare impaurita e ingessata e si arriva all'amara conclusione che il benessere diffusosi in Italia negli ultimi 3-4 decenni ha portato a un nuovo torpore. Questo torpore rischia di far perdere il benessere: nella crisi economica in atto, l'Italia ha avuto la maggiore caduta produttiva tra i Paesi avanzati, seguita dal minor rimbalzo. 

In "Le sorprese della scienza", una novella pubblicata nella raccolta: "Novelle per un anno" del 1922, Luigi Pirandello racconta il caso del comune di "Milocca" (oggi Milena, in provincia di Caltanissetta) ferocemente contrario alla costruzione dell'acquedotto e all'introduzione dell'energia elettrica. In una seduta (a lume di candela, naturalmente) il consiglio comunale, considera «della massima difficoltà» gli «impianti idro-termoelettrici» che serbano «dolorosissime sorprese». Conclusione? Il progetto di una centrale elettrica verrà bocciato, di fatto perché non vi sono previste spese generali, di direzione e di sorveglianza, legali e amministrative, ossia, come si potrebbe osservare oggi, perché così si sposterebbe la distribuzione dei redditi, lasciando poco o nulla alla politica e alla burocrazia locale.

La bocciatura è però travestita di alti principi: viene decretata la «sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte», un farsi scudo dei progressi della scienza di domani per evitare di far qualcosa oggi, un richiamo al futuro e alla modernità sotto il quale si nasconde il conservatorismo più profondo.  

L'esempio di Milocca oggi non è, come potrebbe sembrare, l'esempio di un comune dell'entroterra siciliano di tremila abitanti. Il modo di pensare dei "milocchesi" ha conquistato l'Italia, la maggioranza degli italiani ha la cittadinanza "onoraria" di Milocca. Milocca si annida nelle procedure di un'amministrazione pubblica pletorica, in un'opinione pubblica apparentemente convinta che i posti di lavoro si possano creare indipendentemente dalla loro prevedibile produttività.  

La speranza che le primarie di novembre-dicembre possano cambiare questo stato di cose è molto tenue. Come però dice un vecchio detto latino, la speranza è l'ultima a morire. 

[Fonte: Mario Deaglio ne LaStampa]

 

Euro
(Foto: Reuters/Dado Ruvic / )
Euro banknotes are placed on a currency graph in this picture illustration taken January 22, 2011.
This article is copyrighted by International Business Times.
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