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Di Arianna Adamo | 03.12.2012 13:35 CET

 

Entro oggi il decreto legge “salva Ilva” arriverà al Quirinale e, con la firma del presidente della Repubblica, il probabile conflitto istituzionale tra la procura di Taranto e il Governo avrà inizio.

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In attesa della pubblicazione ufficiale del decreto, la magistratura tarantina sta studiando il testo licenziato l'altro ieri dal Consiglio dei ministri che consente all'Ilva di produrre malgrado i sequestri. Un decreto per punta al risanamento ambientale e alla continuità produttiva dello stabilimento. L'interesse principale è quello di valutare le contro mosse per non vedere vanificati i provvedimenti presi a salvaguardia della salute pubblica e dell'ambiente.
Il disappunto verso il governo traspare chiaramente dalle parole del segretario nazionale dell'Anm, Maurizio Carbone, anche lui pm a Taranto, che ha affermato: “Non capisco come un decreto legge possa sospendere un atto giudiziario di sequestro preventivo finalizzato a impedire il protrarsi di reati gravi che mettono a rischio la salute della collettività''.

La magistratura ha sicuramente contribuito a mettere in moto un processo di risanamento per l'Ilva molto importante. Senza l'intervento dei pm, infatti, è probabile che non sarebbe stato istiuito il decreto Taranto, l’aggiornamento dell’AIA rispetto alle migliori tecnologie indicate in sede Ue, l'impegno della proprietà ad investire nel risanamento ambientale.

Ma per risanare l'Ilva, la magistratura ha in mente solo di bloccarla. Il “fermo” dell'Ilva di Taranto determinerebbe non solo sugli altri stabilimenti del gruppo, ma su tutta la struttura produttiva del Paese, gravissime ricadute. Cosa che il governo vuole evitare. Il recentissimo decreto ha sostanzialmente recepito la nuova AIA, per la quale il Governo aveva riaperto la procedura sulla base della indicazione delle migliori tecnologie disponibili in siderurgia per assicurare la protezione dell’ambiente , da applicarsi a partire dal 2016, limitatamente ai nuovi impianti. Pertanto, se l’Ilva si atterrà a quanto previsto dal decreto avrà applicato i nuovi standard con ben due anni di anni di anticipo rispetto a quando inizieranno a farlo i suoi concorrenti europei .

"Il Governo ha varato un decreto che i media già chiamano salva-Ilva.” ha affermato Antonio di Pietro, leader dell'IDV. “Dovrebbe invece salvare Taranto e i tarantini sia dalla disoccupazione che dalla morte e dalle malattie diffuse dai veleni dell'Ilva". ''Mi auguro che i magistrati capiscano che i loro obiettivi e i nostri non sono divergenti, ma coincidono” ha detto, invece, il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera. “C'è una volontà comune che è quella di tutelare la salute e di salvare il lavoro di tutti. Noi non vogliamo vanificare le sentenze dei Tribunali né ledere la maestà del potere giudiziario. Vogliamo solo trovare una soluzione condivisa, nel rispetto del diritto''.

Una soluzione non facile. È giusto salvaguardare il diritto al lavoro per i migliaia di operai che perderebbero il posto con la chiusura dello stabilimento, ma è anche legittimo tutelare il diritto alla salute. Trovare la linea di equilibrio fra le due posizioni è il compito del governo.

Nei prossimi giorni potranno verificarsi due opzioni: la prima e' che venga posta alla Consulta una eccezione di incostituzionalità: con l'udienza del 6 dicembre,il Tribunale del riesame dovrà decidere sull'istanza di dissequestro del prodotto finito e semilavorato disposta il 26 novembre scorso dall'Ilva. La seconda possibilità e' che venga posta alla Corte Costituzionale la questione del conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato. In ogni caso la decisione della Corte non potrà non richiedere diversi mesi e quindi, dal momento in cui il decreto legge entrerà in vigore, l'Ilva potrà continuare a produrre e commercializzare.

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Ilva
(Foto: Reuters / )
L'Ilva di Taranto
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