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Di Claudio Forleo | 31.12.2012 15:41 CET

Quello di stasera sarà l'ultimo discorso di fine anno pronunciato da Giorgio Napolitano nelle vesti di Presidente della Repubblica. Benchè ci siano estimatori, dentro e fuori le istituzioni, che premono per un settennato-bis, l'età del Capo dello Stato (87 anni) e la forzatura di una rielezione (la Costituzione non si esprime in merito) lasciano presupporre che sia davvero l'ultimo.

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Napolitano viene eletto undicesimo Presidente della Repubblica Italiana alla quarta chiamata, il 10 maggio 2006. Un mese prima Romano Prodi e il centrosinistra hanno vinto le elezioni, ma il governo si regge su una maggioranza a dir poco precaria, soprattutto a Palazzo Madama dove il voto dei senatori a vita (compresa Rita Levi Montalcini, scomparsa ieri) è determinante.

Il suo è un settennato che farà discutere per l'interpretazione che l'ex membro del Partito Comunista ha dato del ruolo di Presidente della Repubblica. Attivo, molto spesso al di là delle sue prerogative, nei confronti del potere giudiziario (in qualità di Capo dello Stato presiede il Consiglio Superiore della Magistratura). Defilato e "con le mani legate" in campo politico, accusato di non esercitare la propria funzione di rispedire in Parlamento alcune leggi-vergogna, prima della svolta dell'autunno 2011, quando è stato considerato (a torto) l'artefice della caduta di Berlusconi.

IL CASO DE MAGISTRIS. Durante il governo Prodi (2006-2007)si delinea una costante della sua presenza al Quirinale. Prima chiede al Csm di visionare il fascicolo sul magistrato Henry John Woodcock, che sta indagando su Vittorio Emanuele di Savoia. Ma è sul caso De Magistris che il comportamento del Presidente suscita perplessità. Luigi De Magistris nel 2007 è pm a Catanzaro. Le inchieste che segue lo portano a imbattersi negli affari della massoneria (che in Calabria fa rima con 'ndragheta), nella Compagnia delle Opere (braccio economico di Comunione e Liberazione), nell'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella e nel premier Romano Prodi. L'indagine Why Not (la più indigesta per la politica) ha un'enorme eco mediatica e spinge il procuratore reggente di Catanzaro, Dolcino Favi, ad avocarla a sè. De Magistris denuncia le pressioni e il progressivo isolamento subito alla Procura di Salerno (che ha competenza territoriale a indagare sui colleghi di Catanzaro). I magistrati campani chiedono carte e documenti a Catanzaro, ma non ottengono risposta. Viene emesso un decreto di sequestro e il caso deflagra sui giornali che lo raccontano come una "guerra fra procure".

Napolitano interviene e chiede al Pg di Salerno gli atti del caso De Magistris. Secondo il capo dello Stato si tratta di "una vicenda senza precedenti che ha gravi implicazioni istituzionali". Nella comunicazione inviata al Pg campano Napolitano scrive che "il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l'intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto 'Why Not' pendente dinanzi a quell'ufficio, che ne ha provocato la interruzione". Non è la prima volta che una Procura indaga su dei colleghi, nè i magistrati di Salerno sono andati al di là delle loro funzioni (come dimostreranno tutte le sentenze che daranno ragione alla Procura campana). Intanto si muove anche il Csm: i magistrati Apicella, Nuzzi e Verasani che indagano sul caso vengono trasferiti o sospesi. Le indagini condotte da De Magistris a Catanzaro vengono portate avanti da altri magistrati e, quando non vengono archiviate, finiscono ridimensionate. Le sentenze successive hanno dimostrato che tanto Apicella, Nuzzi e Verasani che De Magistris non avevano commesso alcuna irregolarità.

LE LEGGI VERGOGNA. Nel 2008 a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi. Il suo governo emana una serie di leggi ad personam, altre ancora vengono considerate dai detrattori moralmente discutibili. Il famigerato lodo Alfano (immunità per le alte cariche dello Stato) viene controfirmato da Napolitano nel giro di 48 ore, nonostante sia una copia quasi fedele del lodo Schifani, già giudicato incostituzionale anni prima. Il Lodo Alfano fa la stessa fine e verrà spazzato via dalla Corte Costituzionale. Napolitano firma anche la legge sul legittimo impedimento (poi giudicata parzialmente incostituzionale), utilizzata da Berlusconi per allungare i tempi dei processi in cui è imputato. E firma anche lo scudo fiscale, un condono in piena regola per evasori e professionisti del riciclaggio che potranno reimpatriare capitali dall'estero pagando una tassa del 5%, con la garanzia dell'immunità penale. A chi gli chiede di non firmare Napolitano risponde di essere "obbligato dalla Costituzione" e che in ogni caso il Parlamento le avrebbe rimandate al Quirinale per la firma, tale e quale alla prima versione. La prima è una bugia, perchè il Capo dello Stato può rimandare in Parlamento le leggi approvate dalle Camere motivando la sua decisione.

Durante il governo Berlusconi Napolitano utilizza più di una volta la cosiddetta moral suasion. Se il governo prepara una legge che secondo il Capo dello Stato non va bene, ecco che il Quirinale interviene dando pareri preventivi non previsti dalla Costituzione. Napolitano lo fa (due esempi fra tanti) con la legge sulle intercettazioni, poi arenatasi, e sul decreto Eluana che Berlusconi prepara per impedire che alla donna vengano interrotte alimentazione e idratazione, secondo una sentenza della magistratura che ha accolto le richieste del padre.

L'ARRIVO DEI TECNICI. Nel 2011 la situazione precipita. Berlusconi perde i pezzi della sua maggioranza, i conti del Paese sono al collasso, lo spread vola.  A novembre il Cavaliere cade, mentre le sue aziende perdono valore in Borsa. Napolitano, descritto anche oggi dal Cavaliere come una sorta di complottista, prepara il terreno a Monti (nel frattempo designato senatore a vita) e lo sostiene sempre e comunque, in tutti i 13 mesi del suo governo. Chiede una riforma della legge elettorale che apra le porte a un Monti-bis anche nel 2013, si scaglia contro Grillo ("non sento nessun boom") e quelli che etichetta come 'populismi' o 'anti-politica'. Poi Berlusconi rovescia il tavolo, Monti decide di spendersi in prima persona e Napolitano vede rovinati i suoi piani, almeno per il momento, che prevedono un governo di larghe intese.

L'ATTACCO ALLA PROCURA DI PALERMO. Ma il punto più grigio del settennato è il conflitto d'attribuzione sollevato (e poi vinto) nei confronti della Procura di Palermo che ha per le mani la più scottante inchiesta giudiziaria nella storia recente del Paese, quella sulla trattativa Stato-mafia. Nicola Mancino, oggi imputato per falsa testimonianza, chiede l'intervento del Quirinale per operare pressioni sulla Procura. Telefona (intercettato) più volte a Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, oggi scomparso. D'Ambrosio si attiva e sostiene di aver parlato anche con "il Presidente".

Saltano fuori quattro telefonate tra Napolitano e Mancino. I magistrati le considerano "penalmente irrilevanti" ma per legge sono obbligati a conservarle per poi farle valutare alle difese e al Giudice durante l'Udienza Preliminare. Per legge deve essere un giudice terzo a decretarne la distruzione, anche perchè gli avvocati potrebbero volerle utilizzare per difendere i propri assistiti. Distruggerle anzitempo significherebbe dunque venire meno anche alla legge sul giusto processo. Napolitano è stato poi intercettato indirettamente (l'utenza sotto controllo era quella dell'allora indagato Mancino). E non vi è alcuna legge o norma della Costituzione che ne impedisca l'utilizzo o ne decreti l'immediata distruzione. C'è anche un precedente. Tre anni fa Napolitano venne intercettato mentre parlava con l'indagato Guido Bertolaso. Ma allora il Quirinale non mosse un dito.

Contro ogni previsione (e logica) la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del Colle: le telefonate andranno distrutte. Non solo, la Consulta bacchetta la Procura per non aver fatto una cosa illegale, distruggendo di sua sponte le intercettazioni. Il risultato ottenuto da Napolitano è quello di isolare ulteriormente i magistrati che vogliono fare luce su uno dei periodi più oscuri della Repubblica, salvo poi auspicare che venga fuori "tutta la verità". E lascia un interrogativo in sospeso su tutto il settennato: che cosa  ha mai detto Napolitano in quelle telefonate?

Trattativa, Consulta su Napolitano
(Foto: Reuters/Italian Presidency Pre / Paolo Giandott)
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano consulta documenti nel suo ufficio al Quirinale.
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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