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Di Dario Caputo | 10.01.2013 14:25 CET

Giancarlo Siani era un ragazzo intelligente, allegro, felice. Aveva appena iniziato ad affacciarsi nel mondo del giornalismo con la passione dei suoi 26 anni e consapevole di voler fare un mestiere difficile e pieno di mille insidie. Aveva scelto di farlo partendo da lontano, lontano da dove abitava la sua famiglia, da dove era cresciuto e lontano dai suoi amici o dalle cose che conosceva. Senza timori ogni mattina partiva da Napoli con la sua Mehari, automobile scoperta e senza protezioni,  per andare  a Torre Annunziata a fare il giornalista, a farlo sul serio, senza se e senza ma. Per tutti i ragazzi che volevano diventare giornalisti riuscire a scrivere su un grande giornale come "Il Mattino" e lavorare accanto ai grandi nomi del giornalismo napoletano rappresentava un sogno, per molti irraggiungibile. Giancarlo stava realizzando il suo sogno. Era entrato in redazione, dopo una lunga gavetta a Torre Annunziata,  in punta di piedi, con discrezione. Aveva subito legato con i più giovani, con i quali  si confrontava, cresceva, si divertiva e imparava a fare il giornalista.

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La storia di questo cronista è una storia che deve soprattutto far breccia e smuovere le menti e le coscienze delle giovani generazioni perché lui era uno di loro. Siani era un giovane cronista che, armato solo di penna e taccuino, ce l'aveva fatta. Con mille sacrifici aveva raggiunto il suo sogno e viveva per questo. L'idea di Giancarlo Siani, come di tanti in quegli anni, era di riuscire a cambiare una città come Napoli anche attraverso le pagine di un giornale, con un lavoro attento di ricerca, di denuncia, senza inutili eroismi.

Abbiamo incontrato il Dott. Paolo Siani, fratello del cronista campano ucciso dalla camorra la sera del 23 settembre 1985. Da quest'intervista fuoriesce un Siani diverso da quello che molti ci narrano. Un ragazzo normale, non un eroe. Un ragazzo che faceva semplicemente il proprio lavoro.

Iniziamo con il Siani da piccolo. Quali erano le sue passioni e quando nacque in lui la passione giornalistica?

Giancarlo da bambino era molto vivace e già in prima media aveva ricevuto dall'insegnante di lettere il compito di dirigere il giornalino di classe. Oggi questo  può sembrare una cosa normale ma negli anni '70 era una novità assoluta ed era raro vedere ragazzini di 12/13 anni cimentarsi a fare i giornalisti durante l'orario scolastico.

Lui ha avuto la fortuna di incontrare un bravo e illuminato insegnante che aveva probabilmente intuito la passione di Giancarlo e cominciava a farla venir fuori, ad alimentarla e a forgiare un ragazzino dalla faccia pulita che poi avrebbe fatto il giornalista.

Ci può raccontare in poche righe il Siani fratello?

Eravamo due fratelli molto uniti con tanti interessi comuni. Frequentavamo le stesse scuole e spesso anche le stesse classi, io 4 anni prima di lui. Era più bravo di me e fece un grande exploit alla maturità con un 60/60 che era un traguardo difficile da raggiungere negli anni '80.
Avevamo la stessa passione per lo sport e per il calcio, per le domeniche allo stadio e per la pallavolo.

Poi in lui si sviluppò, in modo inaspettato per noi in famiglia, una forte passione per il giornalismo. Non fu facile capire le ragioni della sua scelta che a noi sembrava difficile.

Ma la sua passione, la sua caparbietà la spuntarono e iniziò a scrivere. Anzi prima di scrivere iniziò a leggere. Leggeva per radio la rassegna stampa cittadina. Si alzava la mattina prestissimo, comprava la "mazzetta di giornali" e andava in radio per la sua rassegna stampa; ovviamente senza alcuna ricompensa economica, ma solo per il piacere di farlo.

Di noi due, insieme, conservo l'immagine ben nitida di una giornata a Roma; era una marcia per la pace.

Eravamo partiti in tanti da Napoli, tutti amici, eravamo allegri e contenti, giovani e spensierati, convinti di stare costruendo un mondo migliore.

Io col gesso che gli dipingo sul viso il simbolo anarchico della libertà, un gessetto colorato che lui si era fatto prestare da un gruppo di ragazze del nord che non conoscevamo e che erano lì a Roma come noi alla marcia. Lui aveva una grande capacità di entrare in contatto con la gente, era aperto e gioviale.

Voi in famiglia cosa pensavate del lavoro così delicato che aveva
intrapreso?

Nessuno di noi era preoccupato per il suo lavoro. Lui era attento e cauto e non era alla ricerca della notizia sensazionale,  dello scoop. Quello che cercava di fare era comprendere i fenomeni. I suoi fogli erano pieni di appunti e di collegamenti, di cose che all'epoca si conoscevano poco.

Cosa ci insegnano la costanza, l'impegno e la determinazione
di suo fratello?

Lui voleva fare solo il giornalista nell'unico modo che conosceva. Andare in giro con la sua Mehari a cercare le notizie, controllarle e scrivere.

Negli anni '80 eravamo davvero in un altro mondo. Non c'erano cellulari, computer e, ovviamente, neppure internet. I giornalisti dovevano "scarpinare" con penna e taccuino per cercare le notizie e parlare con la gente. A bordo della sua Mehari andava dal Vomero a Torre Annunziata per raccogliere notizie. Raccoglieva informazioni e memorizzava, collegava fatti e circostanze, formulava ipotesi. Non si fermava a pubblicare la notizia, cercava di capire cosa c'era dietro.

Purtroppo ha scritto troppo, ha svelato qualcosa che non doveva essere svelato e ha pagato con la vita.
Lui ci e mi lascia un solo insegnamento. Fare bene il proprio lavoro, sempre, senza cercare scorciatoie, basandosi sulle proprie capacità, la propria intelligenza, la  voglia di fare con entusiasmo.

Come, secondo lei, è stata trattata la sua figura dai media e dall'informazione in generale?

Giancarlo è stato dimenticato per molti anni dai giornalisti e all'inizio in pochi avevano compreso la gravità del fatto. Solo dopo l'inchiesta del giudice D'Alterio e le condanne all'ergastolo per 8 camorristi la sua storia è stata compresa a pieno anche dai giornalisti.

Poi il film di Marco Risi, "Fortapàsc", ha raccontato a tutti chi era Giancarlo e cosa scriveva e perché è stato ucciso.

In quel periodo ad alto rischio ricorda di aver notato qualcosa di diverso
in lui?

Ricordo che era sereno come al solito.

Le ha mai fatto qualche confidenza in quel periodo?

Raccontava quello che poi scriveva, ma ripeto lui non cercava  lo scoop.

Ritorniamo per un secondo a quei tragici momenti del 23 settembre del 1985...cosa ci può dire?

Ho cercato di cancellare dalla mia mente quella terribile sera ma rimane lì impressa in modo indelebile e inaspettatamente ogni tanto ritorna a galla. E non vi sembri strano se dico che, quando riemergono quei momenti, il mio viso si inonda di lacrime, ancora oggi dopo 27 anni. Non si potrà mai cancellare, come sanno tutti i parenti delle vittime innocenti di criminalità.

Cosa può o cosa potrebbe fare di più il mondo dell'informazione in storie
legate a tematiche come quella di suo fratello?

Credo che basterebbe fare i giornalisti-giornalisti

E cosa invece possiamo fare noi "comuni mortali"?

Basterebbe fare sempre il proprio dovere.

Per concludere vuole rivolgere una riflessione, un pensiero o un invito alle
nuove generazioni?

Io ho molta fiducia nei giovani e i ragazzi sanno da che parte stare. So che i giovani non amano la violenza e la sopraffazione infatti sono gli adulti che mi preoccupano di più insieme alle scelte sbagliate della politica.

Ai ragazzi vanno date delle opportunità e questo è compito degli adulti. Non farlo è grave. 

L'invito a non dimenticare i nostri cari uccisi dalle mafie questo sì lo voglio fare. Ricordare il sacrificio di Giancarlo, di Giuseppe Fava, di Peppino Impastato, di don Peppe Diana o di padre Puglisi è certamente uno stimolo positivo.

Chiudo ricordando che il 5 gennaio sarebbe stato il compleanno di Peppino Impastato e non ho visto né sentito nessun servizio giornalistico che lo ricordava; il 6 quello di Adriano Celentano a cui sono stati, come è giusto per carità, dedicati servizi al telegiornale e in altre trasmissioni.

 

 

no alla camorra
(Foto: reuters / )
La coscienza civile contro la camorra
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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