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Di Luca Marra | 18.01.2013 14:41 CET

Django: la "d" è muta". Così presenta il personaggio di Jamie Foxx  a Franco Nero che Django interpretò nell'originale al quale si rifà il nuovo film di Quentin Tarantino. Django la "d" è muta, ma solo quella, il resto è un tripudio di suoni e rumori, il rap che si mischia a Morricone, il colpo di pistola che s'impasta sullo zampillo artefatto del sangue dei morti. "Signori avevate la mia curiosità, ora avete la mia attenzione" parole di Calvin Candie, il "cattivo" (come se ce ne fosse uno) di Django Unchained, e alla nostra attenzione attesa si pone il nuovo Tarantino. Due anni prima della guerra civile,  Django è uno schiavo, la sua schiena frustata e muscolosa si mimetizza nelle montagne nella sequenza iniziale, il dottor King Schultz (Christhoper Waltz) lo incontra sulla strada: è un cacciatore di taglie travestito da dentista. Dopo una trattativa, non proprio civile (ma cosa c'è di civile in una trattativa di schiavi?), col proprietario dello schiavo il colto dentista libera Django: solo lui conosce i volti dei fratelli Brittle, il suo prossimo obiettivo, il prossimo corpo da impallinare in cambio di dollaroni. Django la aiuterà e in cambio Schulz lo accompagnerà nella ricerca per riprendersi Broomhilda (Kerry Washington), la moglie del liberato finita sotto Candie come schiava e "donna di comodo".

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Django Unchained era tra i film più attesi, con una campagna promozionale battente da circa un anno ma con il testimonial più amato anche tra i non cinefili: Quentin Tarantino che gira dopo il successo di Bastardi senza gloria. Il regista di Knoxville si diverte ancora una volta, se si potesse toccare lo schermo sentiremmo trasudare la sua passione per cinema, per quella settima arte che lo ha elevato da una videoteca di periferia a regista di culto. Stavolta Django è il figlio di un di un altro film di genere italiano, bellissimo, ma il figlio dal padre prende tutto alta strada. Django è una farsa, quella che mettono ogni volta in atto Django e Schultz, farsa col capello da western, il vestito d'azione è l'anima del tema trasversale che Tarantino mette nelle sue produzioni: la vendetta. Che sia la sposa della Thurman, Aldo Raine o Django ogni film è un continuo abbeverarsi alla sete di vendetta e di giustizia tra personale e universale, perché Django vuole quello di cui tutti hanno diritto la libertà, quella libertà che il citato Sigfrido diede a Brunilde nelle leggenda nordica.

Nonostante il film sia il più lungo di Tarantino, e si sente abbastanza, Django Unchained è ancora volta un coreografia cinematografica unica e ineccepibile: su un palcoscenico importante quello della Storia americana, danza la messa a fuoco di Tarantino sotto le note di Elisa e Per Elisa di Beethoven, e i ballerini di cinema sono tra i più ispirati che si possa  trovare Christopher Waltz, Jamie Foxx e Leonardo Di Caprio, ognuno è un assolo ma insieme fanno un armonia che non potrà non appassionare. E se alla musica classica si aggiunge il rap, Morricone, Bacalov e i canti popolari mentre sfuggono le criniere insanguinate dei cavalli, ci troviamo ancora davanti a quel "melting pot" simbolico e espressivo che fa grande Tarantino e fa grande questo film. Django si libera, e ci liberiamo anche noi in questi 165' di tutto quello che c'è intorno immersi in un epica moderna, pop e classica, universale e personale. Django la tua "d" è muta, ma il tuo cinema parla magnificamente per te. 

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Django Unchained
(Foto: Sony Pictures / )
Teaser poster del film di Quentin Tarantino
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte
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© International Business Times: riproduzione permessa purché sia citata la fonte

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