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Di Claudio Forleo | 19.01.2013 18:52 CET

Un vantaggio ridotto a meno di sei punti (rilevazione Swg del 18 gennaio): un mese fa, anche in virtù dell'effetto primarie, era più del doppio. Una maggioranza al Senato sempre più lontana senza l'alleanza con Monti. Sicuri di vincere, di governare da soli, più impegnati a spiegare il programma al Washington Post (Bersani) e al Financial Times (Fassina) che agli italiani, ma impauriti al punto da chiedere la desistenza di Ingroia e di 'costringere' Vendola a fare cinque passi indietro nelle dichiarazioni su Monti, in vista del grande accordo post Elezioni.

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Il Partito Democratico (al tempo c'erano ancora Ds e Margherita) rivive la situazione del 2006, quando la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi a pochi mesi dal voto poteva contare su un vantaggio a due cifre, salvo poi subire una rimonta clamorosa e governare per 18 mesi con l'incubo che l'influenza mettesse ko due o tre senatori.

Oggi come ieri il centrosinistra sta aiutando la rimonta berlusconiana. Nel gennaio 2006 deflagrò lo scandalo Fassino-Consorte, che svelò all'opinione pubblica gli interessi della galassia di centrosinistra verso la scalata Bnl da parte di Unipol e fece perdere voti. Poi Prodi mise su un'armata Brancaleone che andava da Clemente Mastella ad Antonio Di Pietro. Fatte le debite proporzioni è come mettere assieme Pierferdinando Casini e Nichi Vendola. Ed è questo il punto.

Lo scenario 2013 assomiglia sempre più al 2006. Se Bersani inizia a parlare di voto utile, si incontra con Monti per  fissare "patti di non belligeranza" e nel frattempo 'le ali estreme' che il Professore voleva silenziare (Vendola e Fassina) aprono il dialogo con il premier, significa che il segretario ha intenzione di governare con Monti-Casini-Fini-Montezemolo-Vendola.

Si potrebbe dire che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Da quando Berlusconi ha iniziato a perdere colpi (2009) tutte le elezioni Comunali e Regionali hanno consigliato al Pd di fare tutto tranne che 'virare' verso il centro. A Milano ha vinto Giuliano Pisapia, a Napoli Luigi De Magistris,  a Palermo Leoluca Orlando. In Sicilia si è imposto Rosario Crocetta, sostenitore dell'asse con l'Udc, ma solo perchè il fronte del centrodestra si è spaccato. Unendo i voti di Musumeci e Miccichè l'attuale governatore non avrebbe avuto scampo.

Dimostrando una coerenza ignota per la politica italiana, ma molto nefasta in virtù delle convenienze elettorali, Bersani ha rifiutato le aperture di credito di Ingroia, dato in costante crescita e decisivo in due Regioni chiave per il Senato (Campania e Sicilia). Continua a minimizzare il malcontento definito 'antipolitica' e che voterà in massa il Movimento Cinque Stelle. In compenso si sprecano le aperture nei confronti di Monti e company, che dalla 'salita' in campo del Professore, sondaggi alla mano, hanno guadagnato poco o nulla. Mentre l'asse Pd-Sel cala.

Il risultato è che il centrodestra si compatta dietro il rinnovo dell'alleanza Pdl-Lega, mentre Bersani e soci perdono voti a sinistra senza per questo convincere i 'moderati' riunitisi attorno a Monti. Per non parlare di parte dell'elettorato Pd che ha digerito come un 'male necessario' i 13 mesi di sostegno al governo tecnico e che ora sperava di essersi 'liberato' dalle politiche di Monti. E invece sembra dover preparare lo stomaco ad un altro esecutivo con gli ex berlusconiani.

Bersani
(Foto: Reuters / )
Confusione e sindrome della rimonta
© International Business Times: riproduzione permessa purché sia linkata la fonte
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